Abbiamo rivolto alcune domande a don Franco Proietto in occasione del suo anniversario di ordinazione sacerdotale.
Quali sono i suoi sentimenti in questo momento?
Il primo, che ne abbraccia molti, è quello del ringraziamento, di riconoscenza, di rispondere con amore a chi ci ha scelti per amore. Per i più, oggi, la via del sacerdozio è un’occasione perduta, forse uno spreco, un vuoto a perdere. Per chi comprende l’amore di Gesù per lui è un dono unico, che coinvolge tutta l’esistenza. Quando San Francesco parla con frate Leone che gli chiedeva: «perché a te? Perché a te, frate Francesco, che non sei né bello, né ricco, né intelligente?» lui rispondeva che tutto ciò che aveva era un dono di Dio. Perché a me, che già da ragazzo, oltre ad essere vivace, regolava a pugni i conflitti con gli altri ragazzi, perché quando ci si sente amati da Dio cambia tutto nella vita e l’esistenza delle persone prende un atteggiamento che è nello stile di Gesù. È frutto di un amore che dà senso a tutto. Dice Nietzsche: «quando tu conosci il perché delle cose, troverai anche il come». Gesù è il perché, il sacerdozio è il come. Se ti innamori di Gesù (il verbo è reale e vero) agirai secondo il suo stile di vita.
Da sempre ho avuto come filo conduttore Isaia (43, 4): «Tu sei prezioso ai miei occhi perché sei degno di stima e io ti amo». Forse un fatto può esprimere lo stato d’animo una sera di un giorno in cui ritornavo a casa particolarmente stanco – avevo incontrato tanta gente, visitato dei malati, ascoltate delle confessioni, riconciliato due coniugi, asciugato qualche lacrima – chiudendo la porta di casa, guardandomi attorno, mi dicevo «tanto non c’è nessuna telecamera che osserva. saltellando come un bambino gridavo: «che bello essere prete, che bello essere prete!» Questo è ciò che sento oggi.
In prossimità della Messa crismale quali considerazioni può offrire ai suoi confratelli nel sacerdozio?
Noi sacerdoti appariamo agli occhi della gente delle persone dimesse, che non vivono, ma subiscono il sacerdozio, senza entusiasmo, forse anche tristi, al massimo buoni manager, burocrati, imprenditori… o stanchi e abitudinari.
La domanda che sottende il nostro operare è «per chi, perché faccio il sacerdote?» È per Cristo? È per la Chiesa? Se è per loro, allora dobbiamo mettere in campo tutte le qualità che il Signore ci ha dato, valorizzare tutti i talenti, esprimere le potenzialità che sono insite nella nostra persona – che è unica, non dimentichiamolo – e poi indirizzarle all’uomo nostro fratello, che è la via di Cristo.
Dai 20/21 anni ho davanti alla mia mente e al cuore una frase dello scrittore Terenzio: «Homo sum et nihil humani a me alienum puto», che adatto in questo modo: sono cristiano (sacerdote) e niente di quanto riguarda l’uomo, mi è estraneo. E poi mettere a disposizione della comunità le proprie qualità.
Giocare a calcio, recitare con i giovani in teatro, andare per 26 volte in Africa per aiutare i missionari e i poveri, visitare i carcerati diventando amico dei brigatisti, lavorare con i muratori nelle varie strutture parrocchiali, insegnare nelle scuole, partecipare ai campi estivi con i bambini e i ragazzi, poi con i giovani, infine con le famiglie, è una pastorale che coglie tutti gli aspetti della vita sacerdotale, fino alla celebrazione eucaristica che sintetizza tutto e questo ci dà gioia e gratificazione.
Se è fatto per lui che è la nostra ragione di essere. Tanto in quanto Gesù appaga le nostre ricerche e inquietudini, né siamo insoddisfatti, né andiamo a cercare cisterne screpolate.
Ci rivolgiamo a queste – che in fondo diventano idoli – quando Gesù non ci basta. Nascono così i vari surrogati, le compensazioni, forse i sotterfugi. E in un contesto di affettività ci chiediamo: quando celebriamo la Messa, sentiamo la gioia di “partorire” Gesù nelle nostre mani come fossero, per Maria, la culla di Betlemme, quando ha dato al mondo Gesù?
Quale consiglio sente di dare ai giovani?
Naturalmente i ragazzi che accolgono la vocazione oggi sono figli del tempo, dei condizionamenti familiari e sociali di un’umanità fragile. Di un rapporto con Dio precario ed emotivo. Pio X diceva negli anni 50 che bisogna rendere le persone da selvatiche ad umane, da umane a religiose/cristiane e per i seminaristi, aggiungiamo noi, da umani a chiamati a missionari, a entusiasti di Cristo e consapevoli che la gente vuole sacerdoti credibili, non formali, non “di pizzi e merletti”, ma uomini veri, amanti di Cristo. Oggi bisogna cominciare dalle fondamenta perché è carente anche la risorsa umana, mantenere la parola data, la lealtà e la sincerità, il senso sacrificale della vita, vivere con responsabilità su queste basi bisogna costruire e inserire la presenza di Gesù, l’ideale della vita, valore unico e prioritario dell’esistenza.
La frase di San Paolo ai Galati (2, 20) «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me», diventa l’essenza della vita sacerdotale, sia perché il centro è lui, non noi. E proprio perché senza di lui non possiamo fare niente. È fare della propria vita come lui un dono agli altri.
Paul Clodel, scrittore francese convertito, nell’opera Annuncio a Maria dice questa frase: «a chi serve la vita se non per essere donata?». La disponibilità, la gratuità, la gioia del dono di sé per rendere ogni uomo più degno della vita ci rende simili a Gesù. Essere altri Gesù rende felici e dà significato al proprio essere. Diversamente, saremmo assistenti sociali o dei filantropi.
Preciso: la giovinezza non è data dall’età o dall’uso dei media odierni, ma da un cuore grande, fraterno, amichevole, aperto agli altri con vera empatia, perché tanto l’uomo che si incontra oggi è quello antico di ieri e quello di domani, sempre lo stesso: vuole amare ed essere amato, rompere la solitudine e la tristezza, sentire che da lassù qualcuno lo ama perché il suo nome è Misericordia.





