Il tema del giorno
La Parola odierna, con la sua solenne introduzione, costituisce il portale d’ingresso più adeguato ai giorni che i credenti stanno per vivere: «prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Amore e passione, dono e tradimento, vita e morte… La presenza di Giuda, sin dall’inizio, rende tutto più drammaticamente vero, ma anche sublime: chi ascolta sa di entrare in un dramma di amore e di morte, in cui l’amore non conosce ragionevolezza, ma si offre a chi lo tradisce.
Prima lettura: Es 12,1-8.11-14
La Pasqua ebraica è il contesto vitale del dono che Gesù fa di sé. Il brano dell’Esodo riporta la codificazione didattica e liturgica di quell’evento, tra memoria storica e attualizzazione, catechesi e parenesi. La liberazione esodica lungo i secoli diventa anamnesi e promessa, storia di ogni giorno e futuro escatologico. «È la Pasqua del Signore!». E non solo per Israele come popolo, ma per ogni singolo membro di Israele. Ogni israelita si identifica con la storia dei Padri e attende il futuro di liberazione per sé e per il popolo. Una notte, dunque, diversa da tutte le altre, perché in essa Yhwh «ha tratto Israele dalla schiavitù alla libertà, dalla tribolazione alla gioia, dal dolore alla festa, dalle tenebre verso la grande luce». Estremamente interessante è la lettura che il Targum offre di questo evento e di tutta la storia della salvezza: “Quattro notti sono iscritte nel libro delle memorie. La prima notte, quando Jhwh si manifestò al mondo per crearlo; il mondo era confusione e caos e le tenebre erano sparse sulla superficie dell’abisso e la Parola di Jhwh era luce che brillava: ed egli la chiamò la prima notte. La seconda notte, quando Jhwh apparve ad Abramo vecchio ormai di cent’anni, per compiere quanto aveva detto la Scrittura (Gn 15,17)… e Isacco aveva trentasette anni quando venne offerto sull’altare; i cieli si abbassarono e discesero, e Isacco ne vide le perfezioni e i suoi occhi si oscurarono… E la chiamò la seconda notte. La terza notte, quando Jhwh apparve agli Egiziani, nel cuore della notte: la sua mano uccideva i primogeniti degli Egiziani e la sua destra proteggeva i primogeniti di Israele; affinché si compisse quanto dice la Scrittura: “mio figlio primogenito è Israele”. E la chiamò la terza notte. La quarta notte, quando il mondo arriverà alla sua fine per essere dissolto: i gioghi di ferro saranno spezzati e le generazioni perverse saranno annientate…e il re Messia verrà dall’alto… È la notte della Pasqua per il nome di Jhwh…”. Le notti della storia di salvezza: liberazione e amore.
Il Vangelo: Gv 13,1-15
È la notte di Pasqua che Giovanni descrive all’inizio del libro dell’ora: tempo d’intimità, vicinanza e amore, ma anche di buio, tenebre e tradimento. Il contesto parla di convivialità: il maestro sta a tavola con i suoi, condividendo con loro il pane e la vita, di cui il pane è simbolo. Il termine giovanneo eidōs / sapendo, che ricorre tre volte nei primi versetti, evidenzia la lucida consapevolezza con cui Gesù accoglie il progetto divino tratteggiato nel limite umano. Il tradimento e la morte sono la porta d’accesso all’incontro con il Padre e la dimostrazione di un amore senza confini. Non a caso il verbo agapaō insieme al sostantivo agapē domina i capitoli 13-17 del Vangelo di Giovanni, mentre nei primi 12 capitoli ricorre poche volte. C’è uno squilibrio evidente tra le due parti del Vangelo, a testimoniare che il momento dell’ora è anche il momento supremo dell’amore. Li amò eis telos dice il testo: espressione che può essere interpretata “sino alla fine” (cioè fino alla morte) ma anche “fino all’estremo”, fino al compimento. La morte di Gesù è la suprema espressione del suo amore: «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» dirà più tardi (15,13). Il lettore ritroverà il termine telos / compimento al momento della morte, quando Gesù, dalla croce, pronuncerà l’ultima parola: te-teles-tai: è compiuto! Tutta la missione di Gesù è nel segno dell’amore, ma soprattutto la sua ora, l’ora del passaggio al Padre e dell’amore estremo verso i suoi.
Alla lavanda dei piedi si sono dati diversi significati. In effetti è un gesto polisemico. Nell’accoglienza di Abramo verso i suoi ospiti (Gen 18) la lavanda dei piedi e un boccone di pane sono il segno squisito dell’ospitalità. Ma nel racconto di un apocrifo giudeo-alessandrino, composta tra il 100 a.C e il 100 d. C., che porta il titolo Giuseppe e Asenat, la lavanda è un gesto di amore. Asenat è una donna che ama e si offre di lavare i piedi al suo Giuseppe, che però protesta, perché lo ritiene un gesto disdicevole per una donna libera. Lavare i piedi è un lavoro da schiavi, indegno per la legge d’Israele. «Ragionevolezza e legge, ha scritto Ch. Yannaras, sono le armi della religione, armi della corazza dell’io», ma non dell’amore. «L’amore comincia laddove finiscono le corazze dell’io. Quando l’altro mi interessa più della mia sopravvivenza, di qualunque pretesa di giustizia, di qualunque garanzia, effimera o eterna». Ma Gesù, il maestro, «si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto». Il ritmo della frase, scandito nei singoli verbi che si succedono, rende la scena non solo scultorea, ma teologicamente grandiosa. E infatti, subito dopo, a Pietro che si ribella e si rifiuta di farsi lavare i piedi, Gesù risponde che, senza la lavanda, non si potrebbe avere avrebbe comunione con il Maestro. Il gesto, dunque, non è solo o principalmente un gesto di umiltà, ma di dedizione totale: il simbolo dell’evento d’amore che avverrà di lì a poco, la morte e la risurrezione. È per questa ragione che, con la lavanda tutto è puro e non si ha bisogno di altre abluzioni. Alla morte e risurrezione di Gesù non c’è niente da aggiungere, come vorrebbe Pietro, che – in realtà – non ha colto il senso profondo del gesto. Il monito a lavarsi i piedi l’un l’altro, dunque, non è tanto un’esortazione all’umiltà e al servizio reciproco. Molto di più: è il senso della vita. L’offerta autentica davanti a Dio è l’offerta di ciò che si è, e non di ciò che si ha. Il messaggio è che, in fondo, non vi può essere altro per il cristiano se non il morire perché l’essere umano – ogni essere – abbia la vita.
«Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». Il verbo usato per descrivere il sentimento di Gesù indica “turbamento, agitazione profonda”. È lo stesso vocabolo utilizzato dall’evangelista davanti alla tomba di Lazzaro. Il turbamento di Gesù è posto da Giovanni nella scena del tradimento, anziché nel Getsemani come avviene invece nei Sinottici. L’agonia è anticipata a questa scena dal momento che il Getsemani, per il quarto evangelista, è il luogo della vittoria sui nemici. Questo elemento è importante, perché dice che la morte, il tradimento non fanno parte del piano di Dio: Gesù li combatte, se ne rattrista, ne è turbato. Ma è proprio qui il senso della sua morte! La morte di Gesù illumina il negativo della vita, con la forza dell’amore, perché non esiste altra forza che possa vincere il negativo che c’è nell’uomo e nel mondo. Il boccone dato a Giuda è un gesto pregiato dell’ospitalità orientale. Nella cultura orientale l’anfitrione onorava un ospite importante porgendogli un boccone prelibato (cf. Rut 2,14). Il gesto di Gesù è un estremo atto di amore verso la persona che lo avrebbe tradito: nel momento decisivo Gesù offre a Giuda un ultimo segno del suo amore. Ma ecco la risposta: «preso il boccone, subito uscì. Ed era notte» (v. 30). È la notte del tradimento e della morte, ma anche la notte della luce, grazie a un Amore che redime e illumina anche il cammino di chiunque scelga di entrare nelle tenebre.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










