Commento alla Parola di Dio nel Venerdì Santo «Passione del Signore» /A – 3 aprile 2026

Il tema del giorno

La Parola di Dio in questo Venerdì di passione del Signore Gesù è allo stesso tempo una contestazione radicale e una speranza. Una contestazione dell’etica dominante che, oggi come ieri, è dalla parte del successo e del potere; una speranza perché Dio ha scelto di abitare sulla croce. Credere in un amore crocifisso significa testimoniare infatti che, nel nostro vissuto quotidiano, esiste un altro ordine di verità. La croce mostra l’altra faccia delle cose: dice che la vittoria è nell’oblazione, e che la salvezza dell’uomo è fondata non sul piedistallo delle diplomazie o della sapienza mondana, ma sulla «pietra che i costruttori hanno scartato».

Prima lettura: Is 52,13-53,12

Nella prima lettura la chiesa ci offre l’ultimo dei quattro carmi del Servitore sofferente. È un carme denso, profondo e paradossale perché ci dice che a guarirci non sono i miracoli, i prodigi e il successo, ma le piaghe: dalle sue piaghe siamo stati guariti. Tutti noi sappiamo che successo, potere e prestigio… non bastano a soccorrerci su un letto d’ospedale. Ma il testo di Isaia dice altro: dice che Dio non ci è venuto incontro con il suo potere e il suo prestigio: per guarirci Dio ha inviato il suo servitore sofferente.  Se tutto questo lo leggiamo fissando lo sguardo sulla croce di Gesù, allora significa che noi riceviamo la vita proprio dalla croce, dal dolore vissuto per amore, come proclamavamo ieri e come oggi ci dice il racconto della passione e morte di Gesù secondo Giovanni. Cosa significa però tutto ciò nella concretezza della vita? Come possiamo essere guariti da un crocifisso e come possiamo essere guariti dalle piaghe? Tutti noi ancora oggi assistiamo a diversi tipi di sofferenza. In genere prendiamo tremendamente sul serio la «nostra» e cerchiamo in tutti i modi di rimuoverla, ma spesso lo facciamo scaricandola sugli altri: ci proteggiamo dalla fame, ma affamando altre zone della terra e tanti altri esseri umani che non hanno i mezzi per proteggersi; facciamo salti mortali per curare le nostre infermità, ma poi operiamo scelte che infliggono su altri esseri ogni sorta di infezioni e contagi. Non facciamo altro che pensare alla nostra liberazione e ai nostri diritti, calpestando la libertà e i diritti degli altri/e. Lo facciamo a livello nazionale, sociale e personale. È la logica del mondo, che oggi viene esibita dai grandi e dai piccoli della terra.

Il modello del servitore sofferente di cui ci parla Isaia è totalmente estraneo a questa logica. Egli prende le nostre infermità, si addossa i nostri dolori. È l’esatto opposto della scelta di chi scarica la sofferenza sugli altri: sulla persona che gli vive accanto o su chi vive tra i maledetti che risiedono ai margini, nei crocicchi delle strade o ai confini del mondo. Il mistero di Gesù messia è contro questa logica: Gesù messia genera vita condividendo la sofferenza con chi ne è afflitto e portando la croce con chi ne è gravato, perché la sofferenza condivisa non distrugge, ma guarisce. Il dolore che si porta con gli altri, il dolore che si condivide, libera e dà vita. Chi non scarica sofferenza sugli altri, ma aiuta a portarla, chi si adopera per toglierne un poco a chi ne è affranto, chi non fugge davanti a una persona dilaniata, ma cammina con lei, è veramente un operatore / un’operatrice di salvezza. È questa la bella notizia del Venerdì Santo.

Il Vangelo: Gv 18,1-19,42

Nel Vangelo di Giovanni, la croce di Gesù rappresenta il vertice dell’esaltazione: morte, risurrezione ascensione e dono dello Spirito costituiscono un unico mistero, il mistero pasquale. La croce per Giovanni non è un patibolo, ma un trono regale. La morte è così trasformata in vita dall’Amore che, caduto in terra muore e porta molto frutto. È l’amore con il quale Gesù ha amato i suoi “sino all’estremo” (13,1). Sulla croce non è tutto finito, ma – lo proclama l’ultima parola di Gesù – «è compiuto» (Gv 19,30).

Il confronto con la morte di Gesù nei racconti sinottici potrebbe far apparire estemporanea e persino offensiva la lettura gloriosa di Giovanni. La croce come vessillo “trionfante” in fondo disturba non poco il dolore che si prova di fronte alla morte di un parente, amico, ecc. Difficilmente si solidarizza con un “superman”. A prima vista, il crocifisso giovanneo urta la sensibilità.  Marco racconta i fatti in maniera cruda, accentuando la vergogna della croce e dunque lo scandalo della sofferenza. La narrazione di Matteo ha un andamento catechetico, liturgico e mira alla formazione di una comunità cristiana che interpreti gli eventi alla luce della fede. Luca, oltre alla sua preoccupazione per lo svolgimento dei fatti, presenta la passione di Gesù come un modello per il discepolo, un invito alla sequela “personale” anche sulla strada ardua della croce. Giovanni sembra presentare un Gesù distaccato, superiore agli eventi. E tuttavia, a pensarci bene, è proprio il quarto Vangelo che coglie, più di ogni altro, l’intimo nesso tra passione e vita, umiliazione e gloria. L’ora di Gesù è l’ora della tenebra rischiarata, della sofferenza trasfigurata. Lo aveva compreso molto bene Dostoevskij, un uomo che aveva conosciuto i bassifondi della vita umana con le sue menzogne e i suoi tradimenti, le passioni che avviliscono e i labirinti senza via d’uscita… Il Cristo glorioso dell’evangelista Giovanni illumina le opere del grande scrittore russo, perché la vita nasce nel terreno oscuro e nascosto dell’infamia. Una bella preghiera di Efrem il siro dice: “Come un cercatore di perle ti sei immerso negli inferi, per cercare la tua immagine inghiottita dalla morte… e la tua misericordia è stata ricompensata, perché hai visto Adamo ricondotto all’ovile”.

Lungo i secoli, la croce ha esercitato un ascendente notevole sul modo di concepire Dio e l’uomo, la vita umana e il momento supremo della morte; un ascendente non sempre sano e autentico. Ancora oggi si preferiscono vie emozionali, pietistiche e persino pittoresche di una pietà a buon mercato.  Ma Dio si lascia inchiodare sulla croce per rendere l’uomo adulto: un essere umano che scelga senza abbandonarsi alle emozioni del momento. Il crocifisso mostra la strada dell’essere adulto e responsabile, che consiste (lo dico con il martire della chiesa confessante, Dietrich Bonhoeffer) nell’«essere-per-gli-altri-davanti-a-Dio». Gesù crocifisso è la contestazione più radicale di un cristianesimo vissuto per sé e per stare bene con le proprie emozioni. La metanoia è proprio questa: non pensare a fare di sé stessi qualcosa (santi, penitenti, peccatori), non pensare alle proprie angosce, miserie, problemi, ma lasciarsi trascinare nel cammino di Cristo.

Nella croce gloriosa Giovanni legge la mèta del cammino di Cristo e del cristiano. In nessun racconto evangelico traspare così potente la funzione sovvertitrice della croce di Cristo e nessuno è più esplicito nel dichiarare che i poteri umani – anche i più atroci e organizzati – hanno un limite radicale, perché non hanno il potere di vincere la morte. Contrariamente alle apparenze, la vittoria non appartiene ai poteri di questo mondo, ma a chi crede (cf. 1 Gv 5,4). La fede ci testimonia la fedeltà di Dio: dal giorno in cui Gesù è morto in croce, nessun uomo è solo, nessuna sofferenza inutile, nessun sospiro dimenticato, nessuna lacrima perduta. Dio porta tutto a compimento.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano