Commento alla Parola di Dio nella II Domenica di Pasqua /A – 12 aprile 2026

Il tema della Domenica

Le letture odierne si concentrano sulla comunità pasquale, nata dall’esperienza del Risorto. Sia l’assemblea dei credenti in Cristo, descritta negli Atti, sia la presentazione dei discepoli e di Tommaso, nel Vangelo, hanno una valenza paradigmatica. Le comunità cristiane di ogni tempo sono chiamate a lasciarsi interrogare, per scoprire nei lineamenti della chiesa delle origini gli elementi costitutivi di un’autentica esperienza di fede, contrassegnata dallo Spirito del Risorto.

Prima lettura: At 2,42-47

Quello descritto in At 2,42-47 è il primo dei sommari lucani che costellano gli Atti degli apostoli. La posizione privilegiata che esso occupa – tra l’esperienza pentecostale che precede e la storia della chiesa che segue – rende ancora più evidente il suo carattere di paradigma per la generazione di Luca e per le generazioni successive. Nel descrivere questo “modello” di vita comune nel segno del Risorto, Luca deve aver avuto presente, in qualche modo, la lunga tradizione letteraria e filosofica del mondo greco-romano, che conosceva molte scuole dove l’amicizia e la vita comune erano cantate e valorizzate come un momento fondamentale dell’esperienza di gruppo. Lo stesso Aristotele aveva sentenziato che «le cose degli amici sono comuni, perché l’amicizia si manifesta nella comunanza». E tuttavia, pur echeggiando espressioni e motivi letterari precedenti, Luca pone delle fondamenta che sono di tutt’altro spessore e hanno tutt’altre motivazioni.

Nel primo versetto troviamo un tripode, descritto più in esteso nei versetti successivi. Su questo tripode Luca fonda l’esperienza autentica della chiesa.

L’assiduità nell’insegnamento degli apostoli è il primo fondamento, che mette i credenti di ogni tempo in rapporto con Cristo, raccontato dai testimoni oculari. Come basamento di una comunità cristiana, dunque, non c’è una precettistica morale o un ideale umano, un programma sociale o un partito politico, ma l’adesione a Cristo. Una comunità pasquale vive della vita del Cristo risorto e cresce grazie alla perseveranza dell’adesione a Colui che ne è il centro. Questa perseveranza permette alla comunità cristiana di vivere la fede non come un dato acquisito una volta per sempre, ma come una realtà dinamica, che si espande e si approfondisce sempre più.

La koinonia è il secondo pilastro della comunità. Koinonia è autentica comunione, descritta da Luca non semplicemente come ideale di amicizia, proprio delle scuole filosofiche, e neppure come sintonia di buoni propositi comuni e di moti dell’anima. Koinonia significa comunione piena per mezzo di Gesù Cristo, condivisione fraterna della vita e dei beni… perché un popolo di Dio che deve contare i suoi poveri tradisce la sua vocazione, come aveva già intravisto Dt 15,4: «non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi, perché il Signore ti benedirà nel paese che ti dà in possesso».

La frazione del pane e le preghiere compongono il terzo pilastro della comunità cristiana. La frazione del pane è il modo lucano di evocare l’eucaristia (At 20,7), vista come l’esperienza salvifica della vittoria del Risorto sulla morte: il compimento della comunione cristiana. La gioia, in tutta l’opera lucana, è la testimonianza visibile di questa esperienza, che raggiunge soprattutto i poveri e i peccatori. È la chiamata a far festa, a rallegrarsi di poter sperimentare la vicinanza di Dio proprio lì dove l’uomo dispera di sé stesso e delle sue possibilità.

Il Vangelo: Gv 20,19-31

Anche la lettura del Vangelo di Giovanni presenta la comunità dei discepoli trasformata dalla presenza del Risorto, ma il racconto è più elaborato di quello degli Atti. In un dittico ben congegnato, a distanza di una settimana da un episodio all’altro, Gesù si presenta in mezzo ai discepoli paralizzati dalla paura dei giudei. Per due volte il narratore sottolinea la venuta di Gesù quando le porte erano sbarrate. L’esperienza della chiusura, ad ogni livello, è evidenziata non solo dalle porte sbarrate, ma anche dai verbi di stasi che scandiscono il tempo dei discepoli: una chiesa timorosa, arroccata nella salvaguardia di sé, al chiuso dei pericoli e delle scelte forti. Le scene si ravvivano solo quando Gesù sta in mezzo a loro: allora la paura si trasforma in gioia e la stasi in assunzione di responsabilità.

Nella prima scena, Gesù saluta con l’augurio di pienezza: shalom! È la parola che rassicura e rivela la presenza di Dio, apre gli spazi e mette in movimento. La menzione dello Spirito, soffiato sui presenti, richiama l’atto creativo, quando l’uomo, dopo aver ricevuto il respiro di Dio dentro le sue narici, divenne un essere vivente. Ora, con Gesù, si realizza una creazione nuova e, all’improvviso, i discepoli si trovano fuori della prigione costruita dalla loro paura, all’aperto, con la missione di annunciare il perdono di Dio. La creazione nuova apre gli spazi angusti in cui si sono rinchiusi i discepoli, delineando un orizzonte sconfinato, più rispondente all’opera dello Spirito che «spira dove vuole e ne senti il suono, ma non sai donde venga né dove vada» (Gv 3,8).

Nel secondo quadro – otto giorni più tardi – entra in scena Tommaso. In un momento del cammino insieme a Gesù, aveva offerto la sua incondizionata disponibilità a seguirlo, trascinando con sé anche i compagni (Gv 11,16). Meraviglia non poco che ora ponga precise condizioni alla sua adesione. Al pari degli altri, fatica a entrare nella logica di un mistero che lo supera. Anch’egli appartiene alla categoria di chi rimane chiuso nei suoi schemi e nel panico che ne consegue, ribadendo la sua personale convinzione e rivelando una fede fondata più sulla visione e sull’esperienza tangibile che sulla Parola dei testimoni. Di fronte a questa logica del tangibile, Gesù per ben due volte gli intima di non essere più incredulo, ma credente. Rifiutando la testimonianza offerta dai compagni di viaggio, Tommaso mostra di essere ancora estraneo al mistero di Gesù, con il quale aveva convissuto per anni, e diventa, così, il contro-modello della via su cui sono chiamati invece tutti i lettori: «beati coloro che, pur non avendo visto, crederanno». La fede non viaggia nello splendore dell’evidenza, ma nel crepuscolo. Avere fede non vuol dire camminare nella certezza che le cose stanno veramente così come le vorremmo. Aver fede significa fare affidamento in Colui che ha scommesso sulla testimonianza di uomini fragili: una testimonianza che di generazione in generazione diventa sempre più flebile, e tuttavia rimane. La Parola viaggerà così fino alla fine dei tempi, nascosta come il lievito nella pasta, come il chicco di senape nel grembo della terra.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano