Il tema della Domenica
Le letture di questa terza Domenica di Pasqua potrebbero essere condensate nella dialettica tra i progetti umani – confinati tra il già previsto e la paura del nuovo – e il progetto di Dio, che ricapitola le contraddizioni dei popoli e dei singoli in un grande disegno salvifico, la cui pienezza di senso è Cristo Gesù. La vicenda dell’uomo di Nazareth descritta dagli Atti e quella dei due pellegrini di Emmaus ritratti nel Vangelo, testimoniano una sapienza divina che ci precede e ci accompagna sulle strade tortuose della vita.
Prima lettura: At 2,14a.22-33
Luca tratteggia a suo modo il primo grande discorso che Pietro tenne agli albori della chiesa, nel contesto storico-teologico del giorno di pentecoste. Si tratta di un discorso dagli orizzonti ampi, che ripercorre – davanti ai fratelli israeliti – la storia della salvezza, mostrando come il disegno di Dio converga nella pienezza di Cristo. L’importanza del messaggio è messa in rilievo dalla presenza degli Undici, che si levano in piedi, e dalla centralità della figura di Pietro che parla ad alta voce.
Ciò che colpisce maggiormente, nell’ascolto di questa prima parte del discorso, è il continuo riferimento alle Scritture di Israele: la vicenda di Gesù e soprattutto la sua risurrezione viene letta a partire dalla sapienza del disegno divino manifestato nel Primo Testamento. È un invito pressante ai fratelli israeliti – ma anche a tutti i lettori cristiani – a leggere la storia a partire da un’ottica nuova: la risurrezione di Cristo. Perché la vicenda di Gesù – con la sua paradossale conclusione – rientra in un disegno più ampio che l’autore degli Atti chiama pro-gnôsis / pre-conoscenza (2,23): una pre-conoscenza divina non ha nulla a che fare con la fatale necessità a cui erano sottoposti gli uomini e gli dèi dell’olimpo greco. Nel quadro biblico la pre-conoscenza è una sapienza che anticipa e permea gli eventi, configurandoli in modo tale che l’essere umano non ne sia soggiogato, ma possa in ogni caso trovarvi un senso.
La vicenda di Gesù di Nazaret mostra che questo – e solo questo – è il fine del di Dio: «Gesù di Nazareth… che voi avete fatto inchiodare sulla croce per mano degli empi…non fu abbandonato negli inferi e la sua carne non vide la corruzione. Questo Gesù Dio lo ha risuscitato e noi ne siamo testimoni!» In queste parole di Pietro è racchiuso non solo il significato della vita di Gesù, ma il senso stesso della storia umana e della vicenda personale di ciascuno: Dio non abbandona gli esseri umani all’inferno, anche quando essi investono ogni loro risorsa per far sì che la terra lo diventi. I testimoni della risurrezione si adoperano per costruire un mondo nascosto, ma nuovo, dove è abolita ogni frontiera di morte che ci separa dalla vita.
Il Vangelo: Lc 24,13-35
Il viaggio dei due pellegrini verso Emmaus, nel crepuscolo della pasqua, ci rappresenta. Non tanto perché si tratta di due discepoli sconosciuti – e quindi più idonei a simboleggiare tutti i seguaci del Cristo delle diverse generazioni – ma soprattutto a motivo del loro cammino di delusione e fatica nel riconoscere Cristo… un cammino che tanto somiglia all’esperienza dei credenti di ieri e di oggi.
Il racconto inizia con i due che se ne vanno. Andandosene da Gerusalemme, si allontanano dall’evento pasquale, dal mistero del Cristo, dalla comunità con la quale avevano creduto e sperato. «Avevamo sperato», diranno più avanti, e l’imperfetto greco – che coniuga la speranza al passato – rappresenta intensamente l’attesa senza sosta, i sogni, i progetti di un evento eclatante e liberatore, mai avvenuto. La morte di Gesù aveva messo fine alle loro speranze di una restaurazione nazionale, che avrebbe cacciato i nemici occupanti, restituendo a Israele la sovranità nazionale.
Improvvisamente accade l’imprevisto: qualcuno si avvicina e inizia a camminare con loro, ma i loro occhi sono offuscati. La dinamica del racconto e il vocabolario utilizzato mettono in evidenza che la comparsa di questo forestiero non viene percepita come un’apparizione. Si tratta di un viandante, come loro. Alla luce dell’esperienza di fede vissuta da tanti personaggi del Primo Testamento, e con uno sguardo reso meno opaco dalla delusione, sarebbe stato possibile riconoscere l’identità del forestiero. In fondo, dopo la morte, il volto di Cristo appare sempre in controluce: nella precarietà di un forestiero, nel lamento di un ammalato, nel grido di un disperato… Ma i due erano troppo pre-occupati, ingabbiati nei loro progetti sfumati per accorgersi dell’A/altro. La domanda di Gesù contiene un verbo che esprime il loro stato d’animo meglio di qualunque descrizione: quali sono le cose che «vi ribattevate» l’un l’altro durante il cammino? Il verbo greco anti-ballô significa lanciarsi contro, ribattere ed è significativo che Luca lo usi per descrivere una situazione di divisione che non si manifestava solo nella loro distanza da Gerusalemme e dalla comunità, ma anche nel rapporto reciproco. Una situazione senza speranza.
Improvvisamente Gesù prende in mano la vicenda e incomincia a leggere loro gli eventi accaduti alla luce della Scrittura. L’insistenza lucana sulla Parola, come chiave di comprensione della storia, trova qui uno dei suoi momenti più fecondi: «o stolti e tardi di cuore a credere in tutto quello che hanno detto i profeti! Non doveva il Cristo patire queste cose e così entrare nella sua gloria?» L’uomo va a Dio con i suoi progetti, i suoi lamenti e le sue delusioni… Dio ascolta la sua storia e rimanda all’unica luce che può illuminare il senso del cammino: l’evento pasquale, pienezza delle Scritture, in cui tutto acquista una dimensione e una speranza nuova. L’intenzione lucana non è quella di colpevolizzare i due discepoli di Emmaus, perché in fin dei conti la Parola è fragile e l’ascolto difficile. E tuttavia, la provocazione è chiara: la chiave dell’esistenza non è sigillata nello scrigno d’oro della prova, ma nel mistero di una Parola che chiede di essere accolta e fecondata. Senza averne piena coscienza, i due pellegrini ascoltano comunque la voce del viandante, aprono la porta e cenano con lui (Ap 3,20). Rimani con noi perché si fa sera non è solo un bel gesto di ospitalità orientale, ma anche la domanda che ogni credente fa propria, nel momento in cui il buio avanza e il desiderio di una Presenza diventa impellente.
L’apice del racconto è situato intorno alla mensa. Luca sottolinea con insistenza che Gesù «entrò per stare “con loro” e che, mentre era adagiato a mensa “con loro” prese il pane, lo benedisse e, spezzatolo, lo porgeva “loro”». È un invito evidente a tutti i lettori cristiani (loro!) a riconoscere nel banchetto eucaristico il segno per eccellenza della presenza di Cristo. Nell’eucaristia è la sorgente della novità pasquale. Gli occhi, finalmente aperti, possono ora riconoscere il fiume di vita che scorreva sotto una storia lastricata di ghiaccio. L’ultima provocazione lucana che, al momento del riconoscimento, Gesù divenne invisibile davanti a loro, è un invito a riconoscere il Risorto nei sentieri tortuosi della vita e a celebrare l’eucarestia sulle strade polverose della storia. Perché l’altare è lì, dove pulsa il cuore degli esseri umani.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










