Commento alla Parola di Dio nella IV Domenica di Pasqua /A – 26 aprile 2026

Il tema della Domenica

In questo tempo pasquale, la catechesi della Parola si arricchisce ogni domenica di ulteriori motivi e simboli. La liturgia odierna è dominata dall’immagine del pastore, che s’intreccia con quella della porta. Si tratta di simboli semplici, ma fecondi, anche nel tempo dei prati di cemento e delle porte blindate perché, in effetti, anche se il pastore e la porta dell’ovile appartengono a una cultura arcaica, tuttavia fanno parte di un retaggio antropologico non facilmente eludibile e portatore di profonde suggestioni.

Salmo responsoriale: Sal 23 (22)

L’immagine di Dio pastore ci viene proposta anzitutto dal Salmo 23 (22) la cui semplicità e ricchezza simbolica sono state più volte celebrate nella poesia e nel canto. Il Salmo si concentra su due simboli, messi in rapporto con straordinaria libertà e ricchezza di suggestioni: il pastore e la mensa. All’inizio del Salmo troviamo il pastore, in partenza con il suo gregge, nel periodo della transumanza: un viaggio insidioso nelle steppe aride dell’oriente. A conclusione del Salmo, ci si imbatte nella descrizione del riposo, attorno a una mensa imbandita, preparata dall’ospite.

Non è difficile riconoscere nella simbologia del Signore che guida il suo popolo verso la terra il tempo dell’esodo dall’Egitto. E tuttavia il simbolo non si esaurisce in questo riferimento storico, ma abbraccia tutti quegli esodi che coinvolgono la vita dei popoli e dei singoli: cammini di liberazione e di speranza, alla ricerca di una terra promessa dove poter trovare un po’ di pane e di pace. Cammini che riguardano anche gli esseri umani di oggi, costretti a vagare lontano dalla terra, tra steccati e deserti costruiti dalla civiltà opulenta che crolla. Il cammino è un archetipo fondamentale della vita umana, ma anche delle diverse esperienze di liberazione fisica, psichica e spirituale, che ogni uomo si trova a vivere in momenti diversi della sua esistenza.

Il bisogno di una guida è particolarmente sentito in questi momenti di passaggio, ma, per essere un vero cammino di liberazione, è necessaria una guida sicura, che non cerchi il suo interesse, ma il bene del viandante, che sappia dirigere senza schiavizzare, illuminare e proteggere, senza opprimere. Il Salmo addita nel Signore questa sicurezza: è lui che, nell’arido e polveroso deserto della vita, trova un’oasi verde per rinvigorire le forze degli affaticati e degli oppressi; è lui che, al momento dell’arsura, conduce alle sorgenti d’acqua zampillante per saziare la sete, ed è ancora lui che, nel momento del passaggio in una gola oscura, si mostra come presenza amica, che rinfranca e rassicura. È interessante il cambio grammaticale e sintattico dalla terza alla seconda persona singolare nel momento del pericolo. Poter dire a qualcuno/a «Tu sei con me» è un dono incommensurabile in un mondo dove esiste solo un ipertrofico «Io»!

Il Vangelo: Gv 10,1-10

Il simbolo del pastore ritorna nel Vangelo di Giovanni, in un contesto di polemica con i farisei e con le altre autorità di Israele, come si può facilmente evincere dai capitoli che precedono il testo giovanneo. Anche l’accenno che troviamo più avanti, nello stesso capitolo decimo, alla festa della Dedicazione, richiama forse la situazione di corruzione del tempio e delle autorità, al tempo di Antioco IV Epifane, contro cui si scatenò la rivolta dei maccabei. La polemica con i pastori indegni attraversa, in verità, tutta la storia di Israele, soprattutto al tempo del profetismo. Tornano in mente le appassionate pagine del profeta Ezechiele, il quale, di fronte all’indifferenza dei responsabili civili e religiosi, mette sulla bocca di Dio una denuncia e un proposito: «Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura… Ed ecco io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura…Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e le farò riposare…fascerò quella ferita e curerò quella malata…le pascerò con giustizia» (Ez 34).

L’evangelista aggiunge ulteriore ricchezza al tema, con una serie di connotati che impressionano, soprattutto a motivo della personalizzazione dei simboli. Il pastore entra per la porta e chiama per nome le sue pecore. Una traduzione più precisa del testo greco sarebbe: chiama ciascuna con il suo nome, secondo l’usanza dei beduini. Chiamare per nome vuol dire conoscere, che nel contesto semitico è sempre un conoscere esperienziale, intimo, personale Il nome è il Volto dell’essere umano: ciò che lo definisce e che non può essere né alienato, né venduto, né deturpato. Simbolo dell’immenso valore dell’uno/a e ciascuno/a davanti a Dio: «non temere, perché io ti ho chiamato per nome; tu mi appartieni» (Is 43,1). Appartenere a Dio significa responsabilità estrema, ma anche estrema vicinanza e familiarità, perché – come il pastore con il suo gregge – «Dio è con noi su ogni nostro cammino: nella fede e nel peccato, nella persecuzione, nello scherno e nella morte» (Bonhoeffer). In fondo, la meta del viaggio è proprio l’appartenenza, come rileva ancora il Sal 23: la comunione piena con Colui che ci tiene saldi.

La porta è il secondo grande simbolo di Gv 10, intrecciato con quello del pastore, perché la porta di cui si parla è la porta per la quale entrano ed escono le pecore. Il rapporto tra i due simboli può essere stato suggerito dall’usanza del pastore di dormire sulla soglia dell’ovile, fungendo così da pastore e da porta. In ogni caso, nel testo giovanneo, il simbolo della porta viene anzitutto riferito a quelli che sono ladri e briganti, i quali non entrano per la porta, come si dovrebbe, ma in un’altra parte, al fine di rubare, uccidere e distruggere. Le espressioni utilizzate nei confronti dei falsi pastori – rappresentati in questo caso dai farisei e dalle autorità di Israele – sono violente, soprattutto se raffrontate a quelle idilliache esaminata in precedenza. E tuttavia, se non vogliamo togliere forza profetica alla parola di Gesù e ridurre il cristianesimo a cantilene consolatorie per anime pie, dobbiamo riconoscere che queste immagini rappresentano anche un giudizio severo sulle ipocrisie di chi, nella chiesa di Dio, pur avendo il titolo di pastore, in realtà pasce solo se stesso. Gesù – e i profeti prima di lui – hanno sempre messo in guardia i credenti da chi, detenendo il potere politico o religioso, ne approfitta per occupare e ingannare le coscienze.

In aperta opposizione a questi falsi pastori, Gesù pone sé stesso e la sua parola di verità: «Io sono la porta. Chi entra attraverso di me sarà salvo; entrerà uscirà e troverà pascolo». Anche nel mondo arabo il termine bab si riferisce sia alla porta sia ai grandi capi religiosi, che hanno il compito di introdurre il popolo nella conoscenza e nella comunione con Dio. Gesù si presenta, dunque, come la porta d’ingresso al mistero e alla comunione con Dio. Dire che Cristo è la porta di accesso alla comunione con Dio significa dire che Dio si è fatto vicino alla storia umana nell’amore gratuito manifestato da Gesù messia. Un amore che non si nutre di meschini interessi di potere e/o di mercenari commerci personali, ma offre la vita per quelli/e che ama, perché «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano