Commento alla Parola di Dio nella Pasqua «Risurrezione del Signore» /A – 5 aprile 2026

Il tema della Pasqua

Il primo giorno della settimana definisce la fede e la novità cristiana, perché è la Pasqua del Signore che, morendo, ha distrutto la morte. Non è una festa come le altre; è la «festa primordiale», senza la quale la chiesa non potrebbe sussistere. Il vecchio adagio di Qohelet «niente di nuovo sotto il sole» che, sotto certi aspetti, ha una sua profonda verità, svanisce di fronte al giorno di Pasqua, perché qualcosa di veramente nuovo è avvenuto nella storia dell’universo. Non è un semplice caso che oggi – e lungo tutto il tempo pasquale – le letture scelte per accompagnare i credenti a immergersi nell’evento decisivo della loro fede, appartengano essenzialmente agli Atti degli apostoli e al Vangelo di Giovanni. In effetti, questi due libri, per ragioni diverse, rappresentano una testimonianza singolare della fede della chiesa in Colui che è vivo e illumina il cammino delle comunità cristiane con la sua misteriosa presenza.

Prima lettura: At 10,34a.37-43

Il breve discorso di Pietro, riportato dalla prima lettura, appartiene a quella lunga sezione degli Atti conosciuta come «la storia di Cornelio», dal nome del primo centurione pagano battezzato dall’apostolo. In realtà, però, più che sul primo pagano convertito, il racconto si sofferma sulla trasformazione di Pietro, avvenuta grazie alla risurrezione di Gesù: un cambiamento che costringe il primo degli apostoli, recalcitrante verso gli estranei al popolo di Israele, a diventare suo malgrado il missionario dei pagani.

Il cambio radicale di prospettiva che si impone nella storia della salvezza avviene grazie all’evento della risurrezione. Per la presentazione di questo evento, Luca utilizza uno dei vocaboli preferiti: to rhêma (la parola), particolarmente denso, perché non esprime una parola qualunque, un fatto qualsiasi, ma la Parola-Evento, capace di fecondare e trasformare la storia del mondo e quella di ciascuno/a.  Perché l’evento centrale da cui tutto scaturisce è questo: colui che era stato appeso al legno, come un delinquente, ed era morto, Dio lo ha risuscitato il terzo giorno.

A motivo della risurrezione, la persona e la storia di Gesù di Nazareth diventano l’Evento per eccellenza, non più ristretto all’interno di una nazione o di una cornice spazio-temporale, ma presente e prorompente nella vita di ogni essere umano e di ogni tempo. La risurrezione di Gesù testimonia che Dio è – per sempre e per tutti – il Dio della vita, che sconfigge la morte: per Israele come per le nazioni, per il popolo scelto come per i pagani, per l’essere umano che vanta titoli come per quello di strada, per quelli della prima ora come gli ultimi… Per questo Giovanni Crisostomo poteva dire: «Chi ama il Signore si rallegri in questa festa di gioia. Chi ha atteso questo giorno nella penitenza, riceva la sua ricompensa. Chi ha lavorato fin dalla prima ora, riceva oggi il salario che gli è dovuto. Chi è arrivato dopo la terza, sia lieto nel rendere grazie. Chi è giunto dopo la sesta, non abbia paura: non ci sarà punizione. Chi ha tardato fino alla nona, venga senza esitare. Chi è arrivato all’undicesima, non creda di essere venuto troppo tardi… Entrate tutti nella gioia del Signore; primi e secondi, ricevete tutti la ricompensa; ricchi e poveri, danzate insieme; sia che abbiate digiunato, sia che abbiate fatto festa, siate tutti nella gioia, onorate questo giorno! Nessuno pianga la sua miseria: il regno di Dio è aperto a tutti. Nessuno si rattristi per il suo peccato: il perdono si è levato dal sepolcro. Nessuno abbia paura della morte: il Salvatore ci ha liberati dalla morte, l’ha distrutta proprio mentre era stretto da essa; ha punito l’inferno entrando nell’inferno».

Queste Parole di un padre della chiesa significativo come Crisostomo, fanno comprendere che la Pasqua non è un evento tra i tanti, e neppure la necessaria conclusione riparatrice dopo il fallimento della morte, ma la Novità assoluta di Dio nei regni degli esseri umani, governati dalle guerre, dalle malattie e dalle sciagure; è l’acqua che zampilla nel deserto, il respiro di Dio che attraversa – potente – lo Sheol, dove regna la morte.

Leggendo attentamente le parole di Pietro, non è difficile scorgere un rimando alla profezia di Isaia, che annunciava il tempo in cui Gerusalemme, la sterile, avrebbe partorito figli, allargando i suoi confini fino alle estremità della terra: «esulta o sterile che non hai partorito… allarga lo spazio della tua tenda… la tua discendenza entrerà in possesso delle nazioni, popolerà le città un tempo deserte» (Is 54,1-3). Questo significa essenzialmente che a Dio niente è impossibile e la vittoria sulla morte ne è la testimonianza suprema. La conversione di Pietro al progetto di Dio – che vuole l’ingresso dei lontani (come Cornelio e la sua famiglia) nella storia di salvezza – segna l’inizio di una creazione nuova. Una creazione che ancora emerge a fatica tra i rottami del vecchio mondo ma che, agli occhi di chi crede, è già visibile, nei germogli del primo giorno.

Il Vangelo: Gv 20,1-9

La novità del Tempo traspare anche nell’episodio con cui Giovanni inizia il racconto del giorno di Pasqua. I protagonisti sono Maria di Magdala, Pietro e il discepolo che Gesù amava. Tutti e tre i personaggi sono messi a confronto con il paradosso che percorre l’intera giornata raccontata in Gv 20: l’assenza di Colui che è presente. Il tema non è nuovo nella Bibbia, che molte volte parla del lamento di esseri umani di fronte alla lontananza o all’assenza di Dio. E tuttavia, l’esperienza pasquale di Maria – la donna che per prima cerca il suo Signore – e dei due apostoli è assolutamente nuova: la pietra dove era stato deposto il corpo del Signore è rimossa e il sepolcro è vuoto. Lui c’è, ma non viene visto oppure, se si fa incontro, non viene riconosciuto.

È interessante notare come intorno a questa presenza-assenza tutto è in movimento: Maria va al sepolcro e poi corre dai discepoli; questi, a loro volta, partono in fretta e corrono verso la tomba. Il tempo sembra occupato da un viavai continuo e drammatico, alla ricerca di colui che non c’è più, ma è presente. La ragione di tanto affanno è data dal narratore all’inizio del racconto: era ancora buio. L’oscurità, nel Vangelo di Giovanni, ha una valenza simbolica pregnante, perché rappresenta la cecità dell’essere umano. Ritorna alla mente la paura dei discepoli nel vedere un «fantasma», che camminava sulle acque, quando intorno era ancora buio (Gv 6,17). Nel buio Maria e i due discepoli si affannano intorno alla tomba vuota, ma non trovano una risposta, perché – nonostante l’ansiosa ricerca – non hanno ancora trovato la chiave del mistero.

Solo a conclusione del racconto, Giovanni presenta la chiave del riconoscimento, quando – parlando del discepolo che Gesù amava – dichiara che entrò nel sepolcro, vide e credette. Il discepolo entra nel regno della morte e non vede Gesù ma solo le bende e il sudario. Segni poveri e ambigui, ma non agli occhi di chi crede. Perché, in fondo, cos’è la Pasqua se non il primo giorno della settimana, che trasfigura gli altri giorni? Cos’è la Pasqua se non il giorno in cui – nello scorrere lento e immutabile del tempo – sboccia dal sottosuolo la certezza di un’umanità nuova, riscattata, che non semina più distruzione e morte, ma sparge semi di giustizia e di speranza? È vero, si tratta solo di germogli dentro lo scialo di morte che ci circonda ancora oggi, ma non è forse vero che la speranza nasce dal seme sotterrato e interrato tra le macerie? Non è forse vero che ciascuno/a di noi ha visto talvolta – non si sa come e perché – il deserto fiorire e il seme spuntare nei cimiteri creati dalla ferocia umana? La Pasqua testimonia che Speranza vive nonostante le continue smentite della storia, perché Dio non esaudisce tutti i nostri desideri, ma tiene fede alla sua Promessa.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano