Commento alla Parola di Dio nella Solennità dell’Ascensione /A – 17 maggio 2026

Il tema della Domenica

Il racconto dell’ascensione, che è al centro della festività odierna, viene abitualmente letto in termini di “reportage”, come se Gesù – a conclusione della sua vita terrena – fosse stato elevato fisicamente al cielo, sotto gli occhi attoniti dei suoi discepoli. In realtà la pagina ascoltata dal libro degli Atti dice qualcos’altro. Luca non vuole offrire uno spettacolo pittoresco, un fenomeno mediatico dai connotati paranormali, ma una lettura di fede sulla mèta e sul senso del cammino di Gesù e, di conseguenza, sulla mèta e sul senso del cammino cristiano. Il significato di un’esistenza si comprende spesso al suo compimento. L’ascensione è lo squarcio di luce che illumina il percorso di una vita.

Prima lettura: At 1,1-11

Nella letteratura ebraica, come in quella greco-romana, vari racconti parlano di uomini rapiti in cielo, prima della morte. La figura più conosciuta è quella di Elia il quale, mentre conversava con Eliseo, «salì nel turbine verso il cielo» trasportato da un carro e cavalli di fuoco. E, mentre Eliseo, suo fedele discepolo esprimeva il dolore con un grido, il profeta scomparve dalla vista di Eliseo, che «non lo vide più» (2Re 2,11-12).

L’ascensione di Gesù non è assimilabile al rapimento di Elia né ad alcun altro racconto di questo genere. L’ascensione è il momento conclusivo di un viaggio che ha come mèta il mondo di Dio, la partecipazione alla sua signoria e alla sua gloria. Fin dall’inizio del Vangelo, Luca aveva presentato Gesù che se ne “andava” (4,31) tra gli uomini, insegnando e guarendo. Il suo “viaggio” non somigliava affatto a quello di un viandante irrequieto, variabile alle mode e agli umori del tempo, che portava la vita in giro nel fitto gioco degli incontri e degli inviti. Il suo cammino era, invece, un andare cosciente e responsabile: anzitutto verso Gerusalemme, dove si sarebbero adempiuti gli eventi salvifici e, ultimamente, verso il “cielo”, il Padre: la vera mèta finale.

Oltre al viaggio, ci sono altri interessanti motivi che provocano la fede. Luca aveva già parlato della nube nel racconto della trasfigurazione. Essa simboleggia l’epifania misteriosa di Dio nel cammino umano, perché allo stesso tempo rivela e nasconde. Il Dio assente e misterioso si fa presente nella storia con i suoi segni, carichi di mistero. A uomini del possesso e dell’evidenza, quali noi siamo, piace poco il mistero e piacciono poco i simboli che velano o alludono. Eppure il mistero è l’essenza della nostra vita e l’attesa è uno dei suoi elementi costitutivi. L’ascensione rimanda a una mèta che non ci appartiene ma, proprio per questo, deve starci sempre dinnanzi.

I due uomini in bianche vesti – che improvvisamente appaiono nel racconto – hanno la funzione di istruire i discepoli attoniti sul raggiungimento di questa mèta. Come nel racconto della tomba vuota, i due in bianche vesti iniziano con un rimprovero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?». Al momento della risurrezione, davanti al sepolcro avevano chiesto: «Perché cercate tra i morti il Vivente?». In ambedue i casi, la domanda ha l’intento di distogliere lo sguardo dalla percezione contingente per portarlo a fissarsi su un’altra dimensione. Avere fede non significa fissare gli eventi al punto in cui noi siamo, alla mercé dei nostri bisogni e delle nostre paure, ma esattamente il contrario: guardare il centro da cui tutto prende senso, il mondo di Dio e della responsabilità affidatici. I discepoli stanno a guardare il cielo, invece di immergersi nella storia, dimenticando quanto detto prima da Gesù: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, fino ai confini della terra» (At 1,8). La fuga da un mondo malvagio e il disprezzo della terra non appartengono alla fede cristiana. Lo sguardo fisso alla mèta fa del credente un viandante, non un estraneo. Una chiesa poco partecipe alle vicende umane tradisce il comando di testimoniare la presenza di Dio proprio lì, dove pulsa la vita.

Il Vangelo: Mt 28,16-20

Il motivo della responsabilità torna prepotentemente nell’ultima pagina di Matteo. Impressiona il contrasto tra i discepoli titubanti e ammutoliti, incapaci di dire alcunché e Gesù che pronuncia solennemente, a chiare lettere, le sue ultime volontà. È il testamento del Risorto, che assegna ai discepoli il compito di immergersi nella storia, testimoniando la Parola.

Con questo, l’evangelista dice anzitutto che, nella sua missione, la chiesa non fa riferimento a sé stessa. L’unica ragion d’essere è il mandato di Cristo, in vista del servizio al Regno e all’uomo. Porre un accento esasperato su di sé e sui problemi interni all’apparato ecclesiastico, significa disconoscere il primato di Dio e del suo Regno. La missione ha bisogno di discepoli capaci di rompere gli argini dei particolarismi e delle chiusure grette, per camminare con gli esseri umani di ogni etnia e di ogni lingua, di ogni genere e scelta di vita, con lo sguardo fisso al regno di Dio e alla sua giustizia. La missione necessita di discepoli radicati nei comandamenti del Signore Gesù, che sappiano fare unità tra il dire e il fare. Appare scandaloso che una missione così impegnativa sia affidata a uomini impauriti e divisi interiormente tra adorazione e dubbio, come sono gli undici al momento di ricevere il testamento. In effetti, però, l’atteggiamento costante dei discepoli in Matteo è proprio quello contrassegnato dalla oligopistia, che consiste in una fede vacillante la quale, al momento della prova, non sa riconoscere la presenza del Signore.

Se siamo onesti, dobbiamo riconoscere che – a differenza delle origini cristiane – oggi il cristianesimo occidentale è contrassegnato non tanto da una fede che traballa, ma da una stanchezza mortale che sembra irreversibile. La testimonianza dei cristiani è diventata sterile, anche a motivo del peccato che alberga nei membri e nelle strutture ecclesiali. Il monito fatto dai due in bianche vesti ai discepoli che guardavano il cielo è un invito a essere costruttori di speranza messianica tra i crepacci della storia. Scriveva Bonhoeffer: «Oggi è molto decisivo il fatto che noi cristiani abbiamo o non abbiamo forza per testimoniare al mondo che non siamo sognatori o viandanti nelle nuvole, che noi non siamo indifferenti all’andamento delle cose, che la nostra fede non è l’oppio che ci rende contenti in mezzo a un mondo ingiusto e iniquo. E invece che noi, proprio perché pensiamo alle cose di lassù, tanto più duramente protestiamo su questa terra. Protestiamo con le parole e con le azioni, per cercare a qualsiasi prezzo di portare avanti la situazione. È mai possibile che il cristianesimo iniziato in modo così rivoluzionario, ora sia sempre più conservatore? Che ogni nuovo movimento debba aprirsi la strada senza la chiesa e che la chiesa intuisca sempre con un minimo di venti anni di ritardo ciò che effettivamente è accaduto? Se davvero è così, non dobbiamo meravigliarci che anche per la nostra chiesa torni il tempo in cui sarà richiesto il sangue dei martiri. Ma questo sangue, ammesso che abbiamo ancora veramente il coraggio e la fedeltà di versarlo, non sarà così innocente luminoso come quello dei primi testimoni. Sul nostro sangue ci sarà il peso di una nostra grande colpa: la colpa del servo inetto, che viene fuori buttato nelle tenebre».

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano