Commento alla Parola di Dio nella VI Domenica di Pasqua /A – 10 maggio 2026

Il tema della Domenica

Questa sesta domenica di pasqua chiama in causa lo Spirito che è, allo stesso tempo, il testimone, l’avvocato, il compagno di viaggio… La lettura degli Atti testimonia la sua presenza nei passaggi cruciali della storia della Chiesa, mentre il passo evangelico ne evoca la funzione di consolatore nel cammino dei discepoli. In ogni caso, dove è lo Spirito, lì è il soffio della vita.

Prima lettura: At 8,5-8.14-17

L’arrivo della Parola in Samaria è posto da Luca in diretto rapporto con la persecuzione a cui era stata sottoposta la comunità cristiana ellenistica di Gerusalemme. A quella persecuzione – che aveva visto tra i suoi attori principali anche Saulo di Tarso – fece seguito una diaspora, ed è a causa di questa dispersione che Filippo arriva in Samaria. Alla luce della pura logica umana, la persecuzione della comunità cristiana avrebbe dovuto significare la sua fine; molte volte nella storia i successi umani della Chiesa sono stati scambiati per vittorie della fede e i fallimenti per sconfitte. A uno sguardo più profondo, però, gli eventi appaiono diversamente. Proprio quando la storia sembra farsi beffe di chi crede, ecco che il progetto misterioso di Dio, la sua sapienza e la sua lungimiranza aprono inaspettatamente strade nuove e spazi insperati.

Nella persecuzione e nella morte si adempie il piano di Colui che guida i suoi testimoni con sapienza: «quelli che erano stati dispersi giravano e annunciavano la buona notizia della Parola», raccontano gli Atti. La persecuzione spalanca le porte e offre la possibilità di un nuovo inizio. Incomincia qui il percorso che porterà la Parola da Gerusalemme fino a Roma (At 28): piccolo seme, che raggiunge il cuore dell’impero, senza viaggiare sulle armi dei dominatori del mondo e sulle ali della cultura dominante. La Parola entra furtivamente e viaggia al di fuori dei quadri prestabiliti, con la sola forza della testimonianza: di Filippo prima, e soprattutto di Paolo dopo.

Al di fuori degli schemi è anche il fatto che la nuova tappa veda come protagonisti attivi gli “ellenisti” convertiti, che erano stati i veri oggetti della persecuzione, e non, invece, quella parte della comunità giudeo-cristiana, che assieme agli apostoli era ancora tollerata dalle autorità. Non solo: i primi confini ad essere varcati dalla Parola sono quelli della Samaria, terra “esclusa” dai programmi missionari dei giudei ortodossi. Ancora una volta, la logica di Dio sconvolge i piani degli uomini e si afferma grazie alle pietre scartate dai costruttori. La predicazione e i segni di Filippo vanno letti in questa ottica: è la testimonianza di un fuggiasco.

Nella seconda parte della lettura, Luca introduce un altro protagonista dell’evangelizzazione: lo Spirito. Il Primo Testamento riferiva della discesa dello Spirito sui re e sui responsabili del popolo di Dio, ma i profeti avevano annunciato il tempo in cui lo Spirito si sarebbe posato su ogni essere umano. Con Gesù, questo tempo è arrivato. La discesa di Pietro e Giovanni da Gerusalemme testimonia la solennità del momento. Per mezzo loro, lo Spirito si posa sugli uomini e sulle donne di Samaria, accolti ormai nella grande chiesa. È significativo che venga chiamato in causa nel momento in cui “gli esclusi” accolgono la buona notizia riguardante Gesù messia. Ancora una volta, lo Spirito si presenta anzitutto come libertà e apertura alla novità di Dio. Ancora una volta, gli uomini religiosi devono riconoscere il mistero del suo soffio, «che spira dove vuole e ne senti il suono, ma non sai donde venga né dove vada» (Gv 3,8).

Il Vangelo: Gv 14,15-21

Il tema dello Spirito domina anche la lettura tratta dal Vangelo di Giovanni, dove viene presentato il primo dei cinque detti sul Paraclito, che si trovano nel discorso d’addio di Gesù, rivolto ai discepoli prima della sua partenza definitiva.

Il momento della morte non è paragonabile ad altre situazioni di distacco, perché è, allo stesso tempo, il più buio e il più epifanico. È il momento dei ricordi e delle consegne, della tristezza suprema e della suprema verità. Un volto scompare, e si rimane senza di lui. Nel descrivere questa situazione di limite, il Vangelo evoca la figura dell’orfano: senza padre e senza radici, senza stabilità e sicurezza.

In questo contesto risuona, appassionata, la promessa del Paraclito: «Io pregherò il Padre e vi darà un altro Paraclito, affinché resti con voi per sempre». Il termine greco para-kaleô – da cui deriva il sostantivo Paraclito – significa chiamare vicino, chiamare accanto. Il Paraclito è colui che, nel momento del bisogno, resta accanto come amico consolatore, avvocato difensore, potente intercessore. Gesù se ne va, si sottrae per sempre alla vista dei discepoli, ed essi rimangono orfani. Quando si è divisi per lungo tempo dalla persona che si ama, è facile cadere nella tentazione di crearsi compensazioni a buon mercato. Per questo, la raccomandazione di Gesù è martellante: per ben tre volte – in maniera più o meno uguale – risuona, in pochi versetti, il ritornello: «se mi amate, osservate i miei comandamenti» (vv. 15.21.23). Amare e osservare i comandamenti sono due modi di esprimere l’appartenenza, perché adempiere i desideri delle persone che abbiamo amato è la sola maniera di conservare la comunione. Giovanni Crisostomo diceva: «Chi abbiamo amato e abbiamo perduto, non è più là dove era prima, ma ovunque dove noi siamo». L’osservanza dei suoi comandamenti, condensati nel comandamento nuovo dell’amore, è la testimonianza verace del suo essere con noi e del nostro rimanere in lui.

Compito difficile, però, se osserviamo con quanta insistenza, in questo ultimo discorso, Gesù raccomandi ai suoi di rimanere. In effetti, nella Bibbia, solo Dio è definito come colui che rimane; la fede dell’uomo è fragile, instabile. La paura dell’assenza e dell’inganno, l’estraneità e l’ostilità del mondo rendono il credente preda della solitudine e della tentazione. Non a caso Gesù aveva iniziato il discorso con l’ammonizione a non lasciarsi turbare e a rimanere saldi: «Non sia turbato il vostro cuore; credete in Dio e credete in me» (14,1). La particolare costruzione greca mette ancora più in rilievo l’insistenza sulla perseveranza e dovrebbe tradursi: «proseguite ad avere fiducia nel Padre, avendo fiducia in me». È in questo contesto che il Paraclito gioca una delle sue funzioni più essenziali: all’uomo, incapace di rimanere, lo Spirito assicura la sua presenza e il suo sostegno. Spesso non sappiamo più chi siamo; ci basta però sapere che lui rimane con noi.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano