Il tema della Domenica
Le letture di questa tredicesima domenica del tempo ordinario presentano un intreccio tematico significativo e stimolante. Il motivo dell’ospitalità si coniuga con quello della vita e della morte, a indicare che l’opzione di accogliere qualcuno è, comunque, una scelta radicale, perché mette in gioco il destino dell’essere umano.
Prima lettura: 2 Re 4,8-11.14-16a
La prima lettura, tratta dal secondo libro dei Re, pone sulla scena il profeta Eliseo e una donna di Sunem, paese che si trova sulla strada per il Carmelo. La descrizione dell’ospitalità offerta all’uomo di Dio, con tutta la premura profusa dalla donna nel preparare un’accoglienza dignitosa, fornisce un quadro eccellente dell’importanza che l’ospitalità del pellegrino rivestiva nelle usanze orientali. Per il popolo di Dio non si trattava però soltanto di un semplice costume, ma di una memoria e di una fedeltà. Il ricordo delle proprie origini nomadi e dell’accoglienza ricevuta da parte di JHWH erano elementi costitutivi della disponibilità verso i pellegrini e gli stranieri. Accogliere ed essere accolti racchiudeva in Israele un valore sacro, perché era considerato in stretto rapporto con l’appartenenza a Dio, nella santa alleanza. In questo modo, l’ospitalità divenne in Israele costitutiva della fede, tanto è vero che il credente per eccellenza, Abramo, diventò il modello dell’ospitalità, perché un giorno – senza saperlo – aveva accolto nella sua casa tre misteriosi personaggi e, ricevendo loro, aveva ospitato Dio stesso (Gen 18).
In questo intreccio tra umano e divino, l’ospitalità diventa annuncio di vita. Ad Abramo che lo aveva accolto, il misterioso personaggio annuncia: «tornerò da te fra un anno, in questa data, e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio» (Gen 18,10). Analogamente, nel racconto del libro dei Re, alla donna che non poteva avere figli il profeta Eliseo rivela: «l’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio». Accogliere il pellegrino significa dunque, accogliere Dio stesso e la sua potenza, perché «c’è forse qualcosa di impossibile per il Signore?», chiede Dio ad Abramo nel momento in cui Sara, di fronte alla promessa di un figlio, incomincia a ridere. Sara ride di fronte alla promessa, perché pensa alla sua età: «come posso partorire quando sono già vecchia?». La risposta non è nelle leggi della fisiologia umana, ma nella potenza di Dio.
Il Vangelo: Mt 10.37-42
Questo intreccio di appartenenza, insito nell’accoglienza, si trova anche nella pagina evangelica, che riporta l’ultima parte del discorso rivolto da Gesù ai suoi inviati, nel capitolo decimo di Matteo. Il testo mette in rapporto l’accoglienza degli evangelizzatori con l’accoglienza di Cristo. Ritorna un tema molto caro al Primo Vangelo, quello dei piccoli, che in questo caso vanno identificati con i missionari, esposti a persecuzioni a motivo di Gesù e del suo Vangelo.
Ma l’interesse del discorso è centrato sull’accoglienza della croce e sulle sue conseguenze. Si ripropone il motivo già esposto nella prima lettura, ma in maniera più provocante e risoluta: «chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me». Che senso hanno parole così radicali che riguardano la sequela di Gesù crocifisso?
Nel libro di Ezechiele un uomo vestito di lino riceve da Dio l’ordine di segnare la lettera ebraica tau – che anticamente aveva forma di croce (T) – sulla fronte dei fedeli (9,4-6). La lettera dovrà fungere da segno di appartenenza e protezione. Anche in Ap 7 un angelo segna con un sigillo la fronte dei 144.000 e nella chiesa primitiva la lettera Tau viene identificata con la croce nell’ambito della sequela cristiana. Quando Matteo scrive nel suo Vangelo i detti sulla croce da portare, i lettori hanno certamente davanti agli occhi i condannati a morte, costretti – secondo l’uso romano – a caricarsi il legno del supplizio sulle spalle; ma, alla luce del retroterra appena esposto e del supplizio subíto da Gesù, la croce divenne presto nel linguaggio cristiano il segno dell’appartenenza.
È proprio da qui che bisogna partire per comprendere il senso della croce nella vita cristiana. La croce non è anzitutto un simbolo di ascesi e, tanto meno, di un vittimismo masochista. Dio non ama il limite, e il comandamento di Cristo non è dato per distruggere la vita, ma per renderla forte e feconda. La croce non è lugubre destino né giogo oppressivo. La croce è anzitutto il simbolo di un’appartenenza totale, in cui l’uomo mette in gioco se stesso, per amore di Qualcuno.
La spiegazione più appropriata di cosa significhi prendere la propria croce è data dal verso che segue immediatamente: «chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà». Qui viene richiesto un cambio di prospettiva radicale, motivato proprio dalla scelta di appartenere a Cristo: quando ci si perde per amore di Qualcuno ci si trova veramente, e si opera il miracolo della salvezza propria e di coloro per i quali abbiamo offerto noi stessi. Questo significa che la liberazione dell’uomo e della donna non passa per le strade dell’egotismo e dell’idolatria del sé, ma su quelle del rapporto con l’Altro che è Cristo, e con ogni “altro” che accolgo in nome suo.
Seguendo il Figlio dell’uomo, il cristiano si libera del pesante giogo delle leggi di sopravvivenza personale, egocentrica e miope, per sposare la causa di ogni essere umano, e soprattutto dell’essere umano crocifisso. La croce diventa così il segno che a me importa dell’altro: della sua salvezza e della sua perdizione; il segno di una comunione e di un’ospitalità profonda per ogni viandante che incontro sulla strada. È questo che dà senso alla vita.
Nelle prime comunità cristiane, molto più che nelle nostre, una scelta per Cristo poteva comportare l’odio da parte del padre, della madre, degli amici e dell’ambiente circostante. In questi frangenti, la tentazione di “salvare sé stessi” era forte. La parola di Gesù – da un lato così severa – divenne allora una parola liberante, perché riportava il credente nella giusta percezione dei rapporti.
In fondo, la croce di Cristo testimonia che fare di sé la mèta ultima da perseguire, alla ricerca della propria realizzazione e della soddisfazione dell’«io», significa perdersi. Dare invece la propria vita in dono, a motivo di Cristo e dell’adesione al suo Vangelo, conduce alla pienezza. Il mistero che la croce simbolizza non è il distacco stoico dalla vita e dalla gioia di esistere, ma la scelta responsabile che permette di morire «affinché vivano gli uomini, gli uomini di cui non conoscerai la faccia, e morrai sapendo che nulla è più bello, più vero della vita» (N. Hikmet).
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano









