Commento alla Parola di Dio nella XIV Domenica del Tempo Ordinario /A – 4 luglio 2026

Il tema della Domenica

Uno dei motivi più ricorrenti nella bibbia ebraica e cristiana è il tema della piccolezza come la condizione propria della manifestazione di Dio nel mondo. Quasi a dire che, a differenza del fascino esercitato sull’immaginario collettivo dagli strumenti di potere, Dio ama le strade della mitezza e della povertà, del nascondimento e dell’umiltà. Una provocazione per chi – come ciascuno di noi – è abituato a leggere la storia in chiave di successo.

Prima lettura: Zc 9,9-10

Il testo di Zaccaria si trova in mezzo a una serie di oracoli che parlano di Dio che esercita il suo dominio sui popoli per mezzo del re escatologico. Il carattere peculiare del testo è che il dominio di Dio, per mezzo del suo messia, viene descritto in termini del tutto impropri alle categorie del potere; infatti il novello re viene tratteggiato mediante tre attributi che parlano di mitezza, pace e giustizia.

Il primo attributo del re riguarda la sua giustizia. Bisogna fare attenzione a non proiettare sulla Bibbia la comprensione che della giustizia si ha oggi. Quando nei testi dell’AT e del NT si parla di Dio giusto, si fa riferimento soprattutto alla sua fedeltà che si traduce in salvezza. Dio è giusto perché salva ed è per questo che egli libera dall’oppressione e dallo sfruttamento gli orfani e le vedove, gli stranieri e gli oppressi. Geremia esprime queste verità con parole profetiche: «Ecco, verranno giorni – dice il Signore – nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra» (Ger 23,5); «In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia: egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra» (Ger 33,15).

Il secondo attributo del re escatologico è tradotto dalla Bibbia greca della LXX con vittorioso, ma nell’originale ebraico il termine ha tutto un altro sapore, perché significa salvato. Il re futuro è un personaggio che ha sperimentato la salvezza che viene da Dio. Dio si è messo dalla sua parte e non ha permesso che i nemici prevalessero su di lui, povero e solo.

Il terzo aggettivo, infatti, lo presenta come re umile e mite, seduto su un asinello. Strana presentazione: il re viene raffigurato non come un guerriero combattente, ma come un umile servitore. È vero che saltuariamente, nell’Antico Vicino-Oriente, anche cavalcare un asino venne considerato come un contrassegno regale, come attestato da qualche ritrovamento archeologico e qualche passo biblico (2Sam 16,2). E tuttavia, l’asino nella Bibbia è soprattutto un simbolo di pace, in contrasto con il cavallo e con altri animali da guerra (cf. 2Sam 15,1; Zc 1,8;6,2-3.6-7 ecc.). In questa direzione va il testo di Zaccaria secondo cui il re messianico non è un re guerriero, ma un re pacifico, protetto da Dio, che «spazzerà via i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme. Verrà infranto l’arco di guerra e annunzierà la pace alle genti». Queste parole sono state scritte probabilmente dopo l’esilio, quando Israele aveva imparato che il popolo di Dio non era stato scelto in vista di una missione di prestigio e di potere, sotto la guida di un re equipaggiato e armato di tutto punto, per abbattere i nemici. Solo attraverso la cocente esperienza dell’esilio, Israele comprese finalmente che la via di Dio non passa sulle strade della mondanità avida di potere, ma sulla via degli ’anawîm, uomini e donne di giustizia e di pace. Dopo l’esilio si fece sempre più strada la comprensione di una futura restaurazione escatologica non più associata al dominio e alla vittoria militare, ma alla mitezza e al servizio. Il re-messia esercita il proprio dominio regale cavalcando un’umile bestia e condividendo, in questo modo, la vita umile del suo popolo.

Il Vangelo: Mt 11,25-30

I cristiani credono che la visione di Ezechiele si sia realizzata in Gesù, mite e umile di cuore, come viene descritto dalla sublime pagina di Matteo proposta in questa domenica. Il testo è un vero gioiello della letteratura evangelica. Gli studiosi fanno a gara nell’elogiarne lo spessore lirico e teologico. Qualcuno lo ha definito «la perla più preziosa» del Primo Vangelo. E, in effetti, Matteo, che aveva aperto il discorso programmatico di Gesù con le beatitudini sui poveri, i miti e i pacificatori ritorna qui sul tema della piccolezza, che gli è tanto caro, mostrando come Gesù stesso sia il primo degli anawîm, i poveri che fanno affidamento su Dio, loro unica risorsa.

La contrapposizione tra i sapienti e intelligenti da una parte e le persone semplici e umili presenta una particolarità testuale interessante, perché queste diverse categorie di persone sono senza articolo nell’originale greco. E questo significa che non si ha a che fare tanto con individui concretamente identificabili e identificati, ma con delle qualità che possono essere nell’uno e/o nell’altro gruppo, nell’una e/o nell’altra situazione, in ogni tempo e ogni luogo.

Al tempo di Gesù sapienti e intelligenti erano considerati coloro che erano versati nella Legge, conoscendone tutti i risvolti e le sfumature, e che – grazie a questa profonda cultura – potevano adempierla con scrupolo e verità. Tutto ciò era ovviamente lodevole, ma rischiava di fatto di portare gli “osservanti” ad una sicurezza superlativa e ad un disprezzo di chi ignorava e/o non osservava la Torah, come ad esempio: conciatori di pelli, cambiavalute, pubblicani, pastori, contadini… La tentazione del disprezzo religioso è propria degli uomini pii, di ogni tempo.

Sull’altra sponda Gesù pone gli umili. Il termine greco richiama sia l’immagine del bambino debole e senza difesa, sia colui che, agli occhi del mondo, è semplice e non gode di prestigio. In molti testi del Primo Testamento la rivelazione di Dio è legata non al valore e alle capacità dell’uomo, ma alla pura gratuità. Dio sceglie il secondogenito Giacobbe e non il primogenito Esaù, posa il suo sguardo su Sara, Rebecca… le sterili e non sulle donne feconde di Israele, preferisce la moabita Rut appartenente a un polo originato da un incesto alla purezza di tante donne israelite, e così via.

Soprattutto nella spiritualità dei salmi i semplici diventano i depositari della rivelazione divina: sono sotto lo sguardo dell’Onnipotente: protetti e difesi da Dio (Sal 114,6), hanno sapienza e intelligenza (Sal 18,8), insieme alla luce della verità (Sal 118,130). Tutto questo retroterra, dunque, mostra come la rivelazione di Dio agli umili sia un retaggio del Primo Testamento. E tuttavia, ciò che rende unico il nostro testo è che Gesù messia, il Figlio rivelatore del Padre, che conosce fino in fondo il mistero di Dio, si definisce come mite e umile di cuore, modello e compagno di tutti coloro che progettano la loro vita partendo non dall’ «egotismo» e dall’arroganza, ma dal Progetto divino di Dio, che è sempre un disegno di mitezza e umiltà. Agostino commenta: «…Imparate da me non a fabbricare il mondo, non a creare tutte le cose visibili e invisibili, non a compiere miracoli… ma che io sono mite e umile di cuore» (Discorsi). È la sapienza dei semplici.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano