Commento alla Parola di Dio nella XIX Domenica del Tempo Ordinario /A – 9 agosto 2026

Il tema della Domenica

Emmanuel Lévinas, ha parlato del Volto di Dio e del Volto umano come del «modo in cui si presenta l’Altro, che supera l’idea dell’Altro in me». Le letture di questa domenica permettono di percepire meglio la verità dell’espressione. Il credente pensa giustamente a Dio come al Signore che sta accanto, che accompagna e protegge il suo popolo. E tuttavia, l’uomo di fede sperimenta anche che il Dio vicino, il Dio che cammina accanto, è per essenza l’“Altro”: colui del quale nessun uomo e nessuna donna possono impossessarsi, perché Dio va sempre cercato, come prega il salmista: «io cerco il tuo volto Signore, non nascondermi il tuo volto!» (Sal 27).

Prima lettura: 1 Re 19

La prima lettura presenta Elia in fuga dalla regina Gezabele, che cercava di ucciderlo, dopo il massacro dei profeti di corte. Fino a quel momento, Elia era apparso come il profeta intrepido e fedele nella missione affidatagli, senza paura nel difendere i diritti di Dio. Fuggendo dalla persecuzione di Gezabele, come Mosè e Israele da quella del faraone, deve attraversare il deserto della prova. Lì, nella steppa, stanco per la fatica della sua missione e sfiduciato per i risultati ottenuti, Elia invoca la morte: «ora basta, Signore. Prendi la mia vita perché io non sono migliore dei miei padri».

È facile immaginare le speranze riposte da Elia nel suo Dio grande e terribile, onnipotente e invincibile, che combatte accanto ai suoi fedeli contro i nemici. Ma, come Mosè, Elia deve raggiungere il monte Horeb, per fare l’esperienza di un Signore diverso, di un Dio «Altro». Il profeta è troppo sicuro di sé, troppo identificato con la «sua» immagine di Dio, per poter pensare che egli è anzitutto l’«indicibile», il Signore che nessuna esperienza può esaurire. Comunione e incontro non sono mai confusione. Può sembrare paradossale, ma è pura verità: solo riconoscendo la distanza, si può creare un’autentica comunione; solo riconoscendone il mistero, l’altro non è più l’oggetto dei miei desideri, ma soggetto di libertà e di pienezza.

Se tutto ciò è vero per l’essere umano, tanto più per l’«Altro» che è Dio. È ciò che Elia deve imparare, uscendo dalla caverna in cui si era rifugiato. Anche Mosè, al passaggio della gloria di Dio, era stato portato «nella cavità della rupe» e coperto con la mano, perché di Dio potesse vedere solo le tracce e non il Volto: nessuno «può vedere il Volto e restare in vita» (Es 33,20).

Come per Mosè, anche per Elia si tratta di un contrasto tra due modi di intendere Dio e, di conseguenza, la propria missione. Elia identifica se stesso con il Dio zelante e geloso, guerriero invincibile e sterminatore dei nemici, tenace nel difendere i propri diritti. Del resto, l’Esodo non lo definisce forse «un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione» (20,5). Questo è il Dio della tradizione e il Dio di Elia.

E, invece, ad Elia Dio si mostra come «Altro»: Dio non è nell’uragano e neppure nel terremoto, ma nel sussurro lieve della brezza. L’originale ebraico è ancora più suggestivo: qôl demamah daqqah che potrebbe essere reso con: la «voce di un silenzio infranto, sussurrato». È questo il Dio a cui Elia dovrà andare incontro e che sarà chiamato a riconoscere. Un volto che si lascerà incontrare furtivamente nell’ordinario scorrere della vita, da chi, al pari dei bambini, possiede occhi aperti e vigili per discernere il mistero. Un Volto che non può mai essere rinchiuso nel recinto dei propri schemi, ma solo recepito nella libertà dell’amore.

Il Vangelo: Mt 14,22-33

Sulla scia della prima lettura, l’epifania di Gesù sul lago di Galilea, raccontata nel passo evangelico, non dev’essere letta come un fatto miracolistico e spettacolare. L’intenzione di Matteo è un’altra, ed è ben riconoscibile sia sulla base dello sfondo anticotestamentario, che l’evangelista ha voluto dare all’episodio, sia nell’aggiunta dell’aneddoto di Pietro che chiede di camminare sulle acque (assente nel parallelo di Marco). Matteo presenta questa epifania per mostrare a tutti i lettori l’identità di Gesù, il suo volto misterioso, e l’incapacità dei discepoli – e di Pietro in particolare – di riconoscerlo nella situazione di pericolo. Pur nella diversità dei generi, le analogie con il racconto di Elia sono evidenti ed è su questo che siamo chiamati a concentrarci.

Una tempesta in alto mare offre un’immagine molto efficace della piccolezza dell’uomo e della fragilità che lo costituisce. Ci sono forze che l’essere umano non può dominare, insidie da cui non riesce a difendersi. In molte pagine della Bibbia l’acqua è descritta come un mostro pronto a inghiottire uomini e cose. Il Sal 107 offre una descrizione molto vivace del panico che afferra coloro che si imbattono in una tempesta improvvisa: «salgono al cielo, scendono negli abissi; l’anima loro vien meno per l’angoscia. Traballano, barcollano come ubriachi e tutta la loro abilità svanisce». Improvvisamente però – ed è lo stesso Salmo a farne una descrizione – gli uomini nel pericolo si ricordano di Dio e tutto si quieta: «nell’angoscia gridano al Signore ed egli li libera dalle loro tribolazioni. Egli riduce la tempesta al silenzio e le onde del mare si calmano. Si rallegrano alla vista delle acque calme, ed egli li conduce al porto tanto sospirato».

Nella sua tormentata storia, Israele si è trovato spesso di fronte a una minaccia mortale; così anche la comunità cristiana di Matteo e tante altre comunità sparse per il mondo. In questi frangenti fare la scoperta del Volto di Dio non significa tanto saggiare la Sua onnipotenza, ma piuttosto la sua Presenza. L’iniziativa di Pietro vuole mettere alla prova Gesù, svelandone la presenza con assoluta certezza. Gesù asseconda la richiesta di Pietro, che vuole camminare sulle acque, ma il vieni! è soprattutto un invito a uscire da se stesso, dalle sue paure e dalla sua percezione della Presenza di Dio. Si tratta di un invito a fissare finalmente il volto dell’«Altro», perché solo guardando il Volto dell’Altro, l’uomo può aver fiducia in sé. Di fronte a questo invito, Pietro comincia ad aver paura. Ritorna qui il motivo che percorre tutta l’opera di Matteo e definisce in modo peculiare i discepoli: l’oligopistia, ossia la fede piccola, vacillante, incapace di affidarsi e di rischiare nel momento del pericolo. Come di solito, il rimprovero di Gesù è rivolto non solo Pietro, ma a tutti i credenti con lui: «uomo dalla fede piccola, perché hai dubitato?».

Come Elia, Pietro è incapace di andare al di là del proprio universo. Avere fede significa accettare di frantumare le proprie certezze fondate sulla chiusura e sulla paura, per dare credito a una lungimiranza che non ci appartiene, ma ci può essere offerta, come dono.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano