Il tema della Domenica
Le tre letture di questa domenica potrebbero essere raccolte attorno a un tema affascinante e complesso, che mette insieme la potenza e il mistero, il fascino e la fatica della crescita. La terra irrigata dalla pioggia del profeta Isaia, le doglie del parto della lettera ai Romani e il seme gettato nell’oscurità della parabola evangelica sono immagini che se, da una parte, alludono al travaglio e al dolore che ogni nascita comporta, dall’altra richiamano la gioia e la fecondità della vita.
Prima lettura: Is 55,10-11
Il brano di Isaia chiude quella parte del libro, chiamato “il libro della consolazione” (Is 40-55), opera di un autore sconosciuto soprannominato “Deuteroisaia”. Per comprendere il senso di questa sezione che si trova all’interno di un contesto ampio è necessario porre attenzione sull’inizio e sulla fine, dove appare il tema della Parola di Dio, che forma così una specie di arco, dando il senso del messaggio.
Nelle battute iniziali, viene presentata la contrapposizione tra l’inconsistenza dell’essere umano con dei suoi progetti – paragonati all’erba del campo che avvizzisce – e la stabilità della Parola, che promette e opera con efficacia e senza pentimenti: «ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria come un fiore del campo. Secca l’erba, il fiore appassisce… ma la parola del Signore dura per sempre» (Is 40,6-8). Può sembrare una visione pessimistica della storia umana, ma non per chi conosce sia la fatuità degli imperi che si consideravano indistruttibili sia la fugacità dei giorni e delle generazioni che li vivono (cfr. Qohelet).
A questo essere umano che deve fare sempre i conti con dei progetti riposti nel cassetto, la Parola di Dio viene incontro (e siamo a conclusione del libretto) come la pioggia che cade nel terreno arido della Palestina: non per dare la morte, ma per fecondare e far crescere; non per distruggere, ma per conferire stabilità. Il profeta Isaia vede dunque il progetto di Dio realizzarsi all’interno dei progetti umani, fecondandoli e facendoli germogliare. È questo il senso della bella immagine usata per descrivere la forza e l’efficacia della Parola di Dio. Grazie alla pioggia e alla neve, che scendono dal cielo, la terra non è più arida e produce ancora frutti.
Posta alla fine del libro, poi, questa immagine ha uno spessore ancora più intenso: il profeta vede realizzarsi la promessa di Dio sugli esuli del suo popolo, detenuti a Babilonia dal potere di un impero invincibile. Si tratta di sperare l’impossibile, ma questo non è una pazzia, perché nessun potere resiste alla fragilità di una Parola che è, però, Parola del Signore: l’unica in grado di far passare l’essere umano dal buio alla luce, dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita.
Seconda lettura: Rom 8,18-23
Da un’altra prospettiva, ma con la stessa intensità, Paolo innalza il suo atto di fede in Dio e lo esprime in quel capolavoro che è il capitolo ottavo della lettera ai Romani. L’apostolo guarda la sofferenza che attraversa la storia presente e vi scorge non il rantolo di un morente, ma il gemito di una partoriente. Descrivendo la situazione dell’uomo all’inizio della sua lettera ai Romani, Paolo aveva individuato il punto di partenza nella miseria della condizione umana. Lo sguardo sulla situazione del mondo – così come appariva sia nel contesto pagano sia in quello dei credenti nel Dio unico – non sembrava lasciare spazio alla speranza: Dio li ha abbandonati era il triste ritornello dell’apostolo, a significare non l’intento divino di voler abbandonare l’uomo, ma una situazione di fatto, vissuta all’insegna dell’estromissione di Dio dalla storia. E tuttavia, in questo inferno creato dagli uomini e dalle donne che avevano scelto (allora come oggi) di fare a meno di Dio, l’apostolo fa risuonare l’annuncio della salvezza che, in Cristo Gesù, si fa incontro a giudei e greci, sottoposti tutti al dominio del peccato.
In Cristo tutto ritrova senso, pur nel travaglio che continua a segnare la condizione della natura umana. Per descrivere questa nuova situazione – che vive ancora la sofferenza, ma non più sottomesso alla tirannia del peccato – Paolo ricorre a un’immagine suggestiva: il gemito. I gemiti del creato e degli esseri umani rappresentano le doglie del parto di una storia che, attraverso dolori e speranze, fallimenti e vittorie, cammina verso la mèta; una mèta che non è la fine di tutto, ma il suo compimento. Tutto ha senso, tutto è grazia e, nella loro provvisorietà, i progetti umani, le organizzazioni storiche e la stessa natura sono visti da Paolo come un grande universo, proteso verso la nascita di un mondo nuovo.
Per esprimere questa attesa, Paolo adopera un vocabolo molto espressivo, raro ed estremamente efficace: apo-kara-dokia (Rm 8,19). Il termine esprime l’immagine di qualcuno che dalle bassezze in cui si trova protende il capo, alza la testa, nell’attesa impaziente di accogliere un evento che si fa attendere, ma che certamente avverrà. È la nostalgia e l’attesa della liberazione finale, del definitivo compimento che ancora tarda a venire, i cui tempi dipendono non dall’impazienza umana, ma dalla sapienza divina che ci precede e conferma la suprema certezza che andiamo verso Qualcuno.
Il Vangelo: Mt 13,1-23
La metafora della semina, nella parabola evangelica, va letta alla luce di quell’appello conclusivo che si trova al v. 9: «chi ha orecchi ascolti!». Ascoltare ha qui il significato forte, contenuto dal suo corrispettivo ebraico shama‘, che esprime accoglienza e obbedienza. Ma, cosa bisogna ascoltare e come comprendere il senso della parabola?
È necessario anzitutto evitare di far deragliare il significato pregnante della semente gettata dall’agricoltore in un condensato di massime moraleggianti. Il punto della parabola non è centrato su un perbenismo a buon mercato; il cuore del messaggio è simboleggiato dal gesto del seminatore che semina. Matteo non aggiunge neppure (come fa Luca, ad esempio) che il seminatore semina la sua semente. Matteo chiama l’attenzione dell’ascoltatore-lettore sull’azione e sul risultato raggiunto. Certo, inevitabilmente c’è del seme che va perduto perché cade in un terreno sassoso o fra le spine… ma il seminatore non si scoraggia per questo. Egli sa che il futuro del seme sta fondamentalmente nelle mani di Dio; a lui spetta il compito di seminare perché sa che il Regno rivelato nell’annuncio produrrà frutto. Proprio quello che annunciava Isaia riguardo alla parola uscita dalla bocca di Dio: «non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero, e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata». In questa visione positiva, che non è ottimismo, ma speranza nella potenza di Dio sta il vero messaggio della parabola. La speranza ha ben altre dimensioni rispetto all’ottimismo umano: essa fonda l’attesa sulla Promessa di Dio, nella certezza che in mezzo ai travagli della storia e alla modestia dei risultati, alberga la forza di Dio; una forza che non si ciba della visibilità dei successi, ma della certezza che Dio non viene meno alla Sua Promessa.
«Chi ha orecchi, ascolti!» è un appello a non rinchiudersi su se stessi; un invito a leggere eventi e situazioni alla luce del Regno di Dio e dei germogli che nascono dai chicchi seminati: un invito ad aprire gli occhi e ad avere uno sguardo attento e penetrante, che sa scoprire la lievitazione e la gioia della vita nei terreni accidentati della storia.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano









