Il tema della Domenica
La sapienza che sprigiona dalle letture odierne è difficilmente catalogabile. Si rischia di ridurla a una saggezza mondana, frutto di esperienza, invece di scorgervi un dono di Dio, che diventa storia di salvezza. Intendo dire che la visione positiva, che pervade le letture di questa sedicesima domenica, non è frutto di una introspezione psicologica, ma di una penetrante esperienza di Dio e della sua azione nel mondo e nella storia.
Prima lettura: Sap 12,13.16-19
La domanda a cui cerca di rispondere nella prima lettura l’autore del libro della Sapienza è decisamente attuale e cruciale per ogni tempo: come si spiega la longanimità di Dio verso gli idolatri e i malvagi, colpevoli delle peggiori nefandezze? Perché Dio non punisce chi si macchia di azioni scellerate? Questo Dio estremamente “misurato” non è in contraddizione con il Dio onnipotente e giusto? Meraviglia che, nel I secolo a.C. – quando il libro della Sapienza fu composto – i credenti che vivevano nella diaspora, dispersi tra i pagani, avessero una così chiara percezione del problema del male e del paradosso che investe la fede del credente: Dio fa veramente giustizia?
A questa domanda l’autore del libro della Sapienza risponde con vari argomenti, ma il più paradossale emerge proprio nella sezione in cui è inserito il brano della lettura odierna: «tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signore amante della vita» (Sap. 11,26). Il Signore risparmia tutti gli esseri da una condanna meritata, perché tutto gli appartiene e questo senso di appartenenza ha un fondamento solido nell’amore di Dio per la vita.
Da questo fondamento scaturisce la mitezza di Dio, che non è segno di impotenza, ma, al contrario, di una signoria universale che tutto cura perché tutto gli appartiene. Il dispotismo dei potenti è originato, il più delle volte, da un potere avvertito come troppo limitato, che cerca la sua espansione in un’arroganza e una boria sempre più invasiva. Dio, invece, non ha bisogno di tutto questo: paradossalmente la sua misericordia si basa sulla sua onnipotenza. La vita dell’uomo percorre talvolta i suoi sentieri tenebrosi, ma, in questi cammini di morte, Dio non mostra la sua potenza condannando il peccatore, ma offrendo all’uomo la possibilità del ritorno alla dignità e al rispetto. Questa fiducia nell’essere umano – in ogni essere umano – non contraddice affatto l’altra parola biblica che recita «maledetto l’uomo che confida nell’uomo» (Ger 17,5), perché la fiducia che Dio pone negli uomini e nelle donne di ogni tempo è fondata non su presupposti sociologici o psicologici, ma sulla Promessa e sulla Parola che danno senso all’attesa!
Seconda lettura: Rom 8,26-27
I due versetti della lettera ai Romani che vengono proposti nella seconda lettura proseguono la tematica presentando il gemito dello Spirito di Dio, dopo quelli della creazione e dell’uomo. Anche lo Spirito geme, afferma Paolo, con gemiti inesprimibili, «in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare».
La sofferenza dello Spirito che geme non è assimilabile tout court alla sofferenza della natura e dell’uomo. Il gemito dello Spirito è il gemito di chi si fa solidale con il travaglio di un uomo agitato e dilaniato, che a tentoni si sforza di trovare il senso della sua vita e della vita dell’universo. Lo Spirito intercede, si fa interprete dei bisogni confusi dell’uomo e li esprime con parole adeguate davanti a Dio. In questo compito, lo Spirito esercita una delle funzioni più sublimi e appropriate, indagando il cuore dell’uomo, riconoscendone i bisogni più intimi e veri per presentarli poi a Colui che tutto sa e tutto può. In questa funzione, lo Spirito viene incontro alle aspirazioni profonde dell’essere umano: trovare un senso alla sua parola e al suo silenzio, al suo cammino e al suo riposo, al suo vivere e al suo morire (Sal 139).
Il Vangelo: Mt 13,24-43
La parabola della zizzania permette di continuare in questa riflessione sul Dio amante della vita, perché è una parabola che fa credito a un’altra Sapienza, un altro metro di giudizio, che non hanno nulla a che vedere con la sapienza e il metro dell’uomo. In fondo una parabola non è altro che un mezzo per dire qualcosa che non potrebbe essere raccontato altrimenti e infatti la nostra parabola parla di un progetto nascosto nella sapienza di Dio e non dell’essere umano. Qual è, dunque, il mistero racchiuso nella parabola della zizzania?
Anzitutto si parla dello scandalo del male che germoglia, insieme alla bontà, proprio lì dove Dio ha seminato la sua Parola. È questo il primo punto importante. Non bisogna voltare le spalle allo scandalo. Nel mondo, come nella chiesa, insieme alla giustizia cresce tanta gramigna. L’orgoglio, la sete di potere, la presunzione, i pensieri torbidi… non sono confinati nello scantinato del mondo. Hanno la loro dimora proprio al centro del campo di grano; crescono misteriosamente in ogni luogo dove cresce l’uomo.
La parabola di Matteo ha certamente presente la situazione della comunità cristiana degli inizi, che solo la nostra ideologia ha identificato con una comunità di “puri”. In realtà, in tutto il Vangelo di Matteo, la chiesa appare come corpus mixtum, dove grano e zizzania sono mescolati, dove i piccoli sono disprezzati e scandalizzati (Mt 18), dove la corsa ai primi posti ricalca gli stessi errori delle comunità farisaiche (Mt 23), dove alla confessione di fede non seguono i fatti (Mt 7,21-23), ecc. Matteo accentua ovunque, nel Vangelo, che la chiesa non è una comunità di puri, di perfetti… e la storia dei secoli successivi lo ha confermato. I processi storici e umani della chiesa di Dio, lungo i secoli, sono stati connotati dalle stesse ambiguità presenti in altri sistemi e strutture. La promessa di Dio è stata continuamente smentita.
Ed è qui che si inserisce il secondo elemento racchiuso nel discorso parabolico, strettamente connesso al primo. Il Dio dei Vangeli non è il Dio che fa giustizia sul metro della nostra impazienza. Se fosse totalmente sincero, l’uomo dovrebbe fare giustizia anzitutto con la zizzania che alberga nel suo cuore. Ma verso di essa l’uomo è paziente. La parabola mostra che Dio non si affida ai crociati per sconfiggere l’infedeltà del mondo e della chiesa. Il giudizio è rimesso al solo che può giudicare. Adesso non è il tempo della giustizia, ma della misericordia e della chiamata a conversione. Si tratta di un discorso rischioso, che potrebbe avallare l’ingiustizia e l’ipocrisia, ma non è così. Si tratta invece di scommettere sull’amore e sulla forza che alberga nell’amore. Si tratta di affrontare la realtà senza menzogne, di riconoscere il male e scardinarlo, quando si può, ma nella consapevolezza che a noi non è dato di conoscere il mistero del cuore umano. A noi è dato di dischiudere il frammento, il definitivo appartiene a Dio.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano









