Commento alla Parola di Dio nella XVIII Domenica del Tempo Ordinario /A – 2 agosto 2026

Il tema della Domenica

Ci sono momenti della vita in cui i bisogni fondamentali dell’uomo si fanno particolarmente impellenti. Le tre letture di questa diciottesima domenica del tempo ordinario non solo offrono una visuale di antropologia biblica su queste necessità primordiali, ma ne danno anche un’interpretazione autentica, senza cadere nello spiritualismo evasivo o nel pragmatismo che tutto vanifica.

Prima lettura: Is 55,1-3

Con Is 55 siamo all’epilogo di quel libro affascinante che conosciamo con il nome di Deuteroisaia. Il suo messaggio è intriso di fiducia in mezzo a una crisi profonda che travaglia gli esiliati: il profeta ricorda il Signore del creato e della storia, della promessa e della liberazione. A conclusione del libro il profeta si abbandona a un sogno, che a prima vista potrebbe sembrare evanescente se non fosse fondato sulla promessa di Dio: dall’esilio il pensiero va alla ricostruzione di Gerusalemme, dopo la distruzione ad opera del sovrano babilonese Nabucodonosor, e alla restaurazione di una città fondata sulla giustizia e sulla prosperità. In questa prospettiva carica di speranza, il profeta assume il ruolo di un venditore ambulante, che invita tutti a un convito gratuito, offerto dal Signore, che stringe ancora una volta alleanza con il suo popolo: «voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga lo stesso. Venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte…». I beni menzionati sono prodotti tipici di un’economia legata alla pastorizia e all’agricoltura, che rimanda ai beni essenziali, senza i quali un popolo nomade è condannato all’insicurezza totale e, in definitiva, alla morte.

Forse è necessario sottolineare che vino, latte, grano… non vanno intesi anzitutto come simboli da trasferire nel mondo delle cose spirituali, ma piuttosto come elementi indispensabili per una vita dignitosa e soddisfacente. L’abbondanza e la prosperità della terra sono dati costanti dell’alleanza del Signore con il suo popolo, offerti come mezzo di comunione e di crescita e ciò sta a rimarcare che il Regno che Dio stabilito sulla terra non è connotato dalla povertà e dal limite, ma dalla ricchezza e dalla pienezza. L’esistenza dei poveri su una terra benedetta da Dio è uno scandalo (cfr. Dt 15,4): segno tangibile di infedeltà e tradimento perpetrato soprattutto dai potenti e dai profittatori, che soggiogano paesi e sfruttano popoli e individui.

Si comprende, allora, il monito che segue: «perché spendete denaro per ciò che non è pane, e il vostro patrimonio per ciò che non sazia?». Il ritorno dalla deportazione aveva comportato, probabilmente, una preoccupazione ansiosa e ossessiva per la sicurezza materiale. Allora, come oggi, si cercava di riempire il vuoto e – lo si sa – l’accumulo dà l’illusione di poterci riuscire. «Porgete il vostro orecchio e venite a me», ricorda il Signore, per abbattere le facili chimere di una vista miope e pericolosa. Anche il Deuteronomio ammoniva: «guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio… e non avvenga che, dopo che avrai mangiato a sazietà e avrai costruito e abitato delle belle case, dopo che avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento, il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, che il tuo cuore si insuperbisca e tu dimentichi il Signore, tuo Dio…». Dimenticare il dono di Dio, secondo la Bibbia, significa abbandonare la fonte della vita e cadere sotto il dominio degli idoli muti e sordi, che promettono, ma non danno. Dimenticare Dio significa affidarsi al delirio dell’«ego», che ricerca solo il proprio interesse.

Seconda lettura: Rm 8,35.37-39

La conclusione del capitolo ottavo della lettera ai Romani può essere compresa come l’epilogo ideale della riflessione scaturita dalla prima lettura. Si parla, infatti, della sicurezza che proviene dall’amore di Dio in Cristo Gesù. Non sono gli idoli a dare sicurezza, ma la fedeltà di Dio, il suo indefettibile amore. Nella sintassi greca le espressioni “amore di Cristo”, “amore di Dio” vanno comprese come “genitivi soggettivi”, perché con essi si mette in luce non l’amore che l’uomo ha verso Dio, ma l’amore che Dio ha verso l’uomo.

Paolo, dunque, passa in rassegna le condizioni umane che potrebbero indurci a credere che Dio ci abbia abbandonato. È del tutto ovvio che si tratta di esemplificazioni, ma forse non è casuale che l’apostolo ne menzioni sette: tribolazione, angoscia, persecuzione, fame, nudità, pericolo e spada. Il numero «sette», che rimanda alla totalità, vuole presentare tutti i possibili accusatori, tutte le eventuali circostanze nelle quali l’uomo potrebbe essere portato a disperare della presenza divina. La convinzione di Paolo – dopo traversie e pericoli di ogni genere affrontati nell’arco della sua missione – viene espressa con passione: niente e nessuno può separarci dall’amore che Dio ha per noi.

Il Vangelo: Mt 14,13-21

La moltiplicazione dei pani e dei pesci costituisce la naturale conclusione di questo discorso sul pane e sulla sicurezza che non viene dall’ingordigia, ma dalla condivisione, segno di un amore che abbraccia tutti, senza escludere nessuno. Matteo limita all’essenziale il racconto di Marco (avviene spesso!) e porta il lettore a concentrarsi non sugli aspetti più appariscenti del miracolo, ma su quelli parenetici. I miracoli di Gesù non sono portenti esibiti allo scopo di ammaliare e conquistare gli esseri umani, «questa debole razza di ribelli» come amava esprimersi Dostoevskij, e neppure vanno intesi come dimostrazione del dominio di Dio sulla natura e sugli uomini. I miracoli sono anzitutto segni di un mondo rinnovato, primizie di un Regno futuro che già esiste al presente, là dove gli uomini si sottomettono alla signoria di Dio, che è sempre e comunque una signoria che non schiaccia, non avvilisce, ma al contrario rende l’essere umano libero e protagonista di un mondo pacificato. In questa luce, nel racconto dell’evangelista Matteo, potrebbero essere evidenziati tre aspetti.

Anzitutto, si presenta Gesù come Colui che ristora gli affaticati e gli oppressi. «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro», aveva detto Gesù prima dell’evento (11,25-30). Potrebbe sembrare una pia e illusoria consolazione, soprattutto per chi lotta quotidianamente alla ricerca di un pezzo di pane per i propri figli, ma non lo è, perché l’ordine rivolto ai discepoli – «date voi stessi da mangiare» – e il successivo gesto di «spezzare i pani, li diede ai discepoli e i discepoli li diedero alle folle» associa tutti i credenti a una responsabilità da cui nessuno può esentarsi.

In secondo luogo, il testo dice che ogni credente è chiamato a testimoniare il Regno e il riposo di Dio condividendo il suo pane con gli esclusi e gli emarginati e spezzando la speranza con i disperati della terra. Solo così il convito eucaristico è reso credibile, come amava rimarcare Paolo polemizzando con i ricchi della sua comunità di Corinto.

Il terzo aspetto che emerge dal racconto è anch’esso suggestivo e provocante. A volte abbiamo poco tra le mani – solo cinque pani e due pesci – e che cosa sono questi beni per gli sconfinati bisogni umani che ci assediano? Il testo evangelico ci dice che il poco basta quando viene condiviso.  Abbiamo poco pane, poca luce, poca speranza… ma forse è proprio sulla nostra pochezza e sulla nostra indigenza che cresce la pianta della vita.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano