Il tema della Domenica
Le letture di questa domenica rimandano a una bella definizione del popolo di Dio, che si trova nel Primo libro delle Cronache: «davanti a Te, noi siamo stranieri e pellegrini, come i nostri padri» (29,15). L’essere straniero è senza dubbio una caratteristica etnica e sociale, ma è soprattutto un’esperienza antropologica e di fede, che appartiene essenzialmente a ogni essere umano e a ogni credente. Riflettere su questo dato costitutivo del nostro essere non è, dunque, soltanto un’esigenza che deriva dalla situazione odierna, ma dalla nostra stessa vita e dalla nostra fede.
Prima lettura: Is 56,1.6-7
Per comprendere la novità esplosiva della terza parte del libro di Isaia, da cui è tratta la prima lettura, bisogna partire dalle norme sulla purità rituale contenute nel Deuteronomio, che regolano la partecipazione al culto. In esse si ordina: «l’ammonita e il moabita non entreranno nell’assemblea del Signore; nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nell’assemblea del Signore; non vi entreranno mai, perché non vi vennero incontro con il pane e con l’acqua durante il vostro viaggio, quando usciste dall’Egitto, e perché assoldarono a tuo danno Balaam, figlio di Beor, da Petor in Mesopotamia, per maledirti…».
Gli stranieri, dunque, salvo poche eccezioni, vengono esclusi dall’assemblea del Signore. E tuttavia, nonostante queste restrizioni, la letteratura deuteronomistica riconosce i diritti degli immigrati, accanto a quelli degli orfani e delle vedove: segno che Israele non aveva mai dimenticato le sue origini nomadi e che il dono della terra – elargita da Dio – non era da ritenersi esclusivo, perché la terra è di Dio e “noi siamo tutti stranieri e pellegrini”.
Costantemente infatti il discorso biblico sottolinea da una parte il valore della peculiarità di Israele e, dall’altra, quello dell’universalità, che abbraccia gli stranieri. Le definizioni di «popolo santo» (Dt 7,6) e «mio peculiare possesso tra tutti i popoli» (Es 19,5), rivelano senza dubbio un’identità “separata” e la consapevolezza di costituire la segullah, la proprietà di YHWH in mezzo alle genti. Questa coscienza ha condotto talvolta a una sottolineatura enfatica della diversità e a una comprensione distorta dell’elezione. È accaduto a Israele, è accaduto alla Chiesa e a ogni essere che ha coscienza di una missione peculiare. Eppure si deve riconoscere che mai il Primo Testamento ha permesso che l’idea di elezione si tramutasse in una coscienza nazionalista e xenofoba, con Israele in situazione di elisione con il resto dell’umanità. Almeno per due ragioni. Prima di tutto, perché la scelta di un popolo è avvenuta non sulla base di privilegi razziali o di meriti acquisiti, ma nella pura gratuità, come evidenzia Dt 7,7-8: «Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli –, ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri…».
L’elezione non va intesa come privilegio, ma come responsabilità, perché l’azione di Dio verso qualcuno testimonia il suo Progetto a favore di tutti. Così è stato per Abramo, così per i profeti, così per Israele, così per Cristo Gesù. In questa luce, il messaggio del Tritoisaia, che vede nel tempio una casa di preghiera per tutti i popoli, annuncia non un cambiamento di luogo, ma di prospettiva. Alla donna di Samaria che chiede dove adorare Dio, Gesù risponderà: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre… È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori».
Il Vangelo: Mt 15,21-28
La fede della donna pagana – che Matteo presenta come “cananea” (mentre Marco, con più precisione, “sirofenicia”) – rappresenta un esempio magnifico di donna coraggiosa e intraprendente, che non ha paura di sfidare consuetudini e pregiudizi, per incontrare colui nel quale confida. Gesù si trova nella sua terra, e Matteo lo sottolinea mediante gli spostamenti, circoscritti all’interno dei confini di Israele. Della donna, invece, viene detto espressamente che esce dai suoi confini per andare incontro a Gesù; si tratta di una straniera.
La risposta di Gesù a una straniera che chiede la guarigione del figlio impressiona per un’insensibilità e una spietatezza che rasentano la crudeltà: «non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele». «Dogmaticamente» è tutto in regola e in linea con un’impeccabile tradizione che aspettava il messia come messia d’Israele. La versione di Matteo è ancora più dura di quella di Marco il quale, nel testo parallelo, con l’espressione «lascia che prima si sazino i figli» stabilisce solo una priorità di Israele, che non esclude tuttavia gli altri popoli. Le diverse prospettive evangeliche riflettono senza dubbio i problemi e la composizione delle rispettive comunità, ma il quadro che delinea Matteo, con la forte accentuazione della salvezza per Israele e l’esclusione degli altri, rivela una convinzione ben radicata in alcune frange del pensiero ebraico. In ogni caso, l’analisi attenta della storia umana dimostra che il problema non è mai stato confinato in un solo popolo o in una sola cultura: una convinzione analoga si è presentata puntualmente sempre di nuovo nelle vicende bi-millenarie dei cristiani e delle altre religioni, talvolta con conseguenze tragiche. Fattori di carattere razziale, culturale, religioso… erigono barriere insormontabili tra popoli e individui e la tentazione di considerare gli altri dei «cani» (anche se Matteo attenua l’espressione con il vezzeggiativo “cagnolini”) è un triste retaggio, che resiste purtroppo anche oggi.
Con l’intuizione e la maturità di chi ha sofferto, la donna riconosce questa prospettiva intransigente, ma subito dopo aver ammesso «è vero, Signore» – rivelando una tenacia e un coraggio non comune – aggiunge: «però anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Nell’atteggiamento di Gesù, che si arrende alla potenza della fede, è riflessa la situazione della chiesa primitiva, che, a poco a poco, comprende il disegno di Dio iscritto nella storia della salvezza e nella Scrittura. Nella profezia di Isaia il santuario di Gerusalemme, luogo dell’incontro con Dio, era destinato ad essere una casa di preghiera per tutti i popoli. Con Gesù questa profezia si compie. L’antico tempio, fatto da mani d’uomo, viene distrutto e ne nasce uno nuovo, non fatto da mani d’uomo: il tempio vivente del Cristo morto e risorto, dove Dio può essere adorato dagli ebrei e dai pagani, dagli abitanti di Gerusalemme e dai romani, dai concittadini e dagli stranieri. Nella fede, le peculiarità di ogni razza e cultura non vengono mortificate, ma rispettate e valorizzate. Perché la storia dimostra che il tempio di pietre – e ciò che esso rappresenta – crea divisioni e frontiere, mentre la fede rappresenta il luogo dell’appuntamento universale, che distrugge tutte le pareti divisorie e costituisce la nuova comunità messianica in cui Dio prende la sua dimora.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










