Il tema della Domenica
Il filo rosso, che connette le tre letture di questa domenica, si può forse intravedere in un’esclamazione di Paolo, riportata nella seconda lettura: «O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio: come sono imperscrutabili le sue decisioni e impenetrabili le sue vie!». Abbastanza spesso, le letture di questo anno liturgico si sono concentrate sul tema del mistero di Dio e delle sue vie umanamente impenetrabili, segno che siamo di fronte a un importante motivo biblico, che va continuamente ripensato e rivissuto.
Prima lettura: Is 22,19-23
Le vicende sottintese nel testo del profeta Isaia restano abbastanza oscure, e piuttosto problematiche da ricostruire. Siamo probabilmente intorno al 700 a.C., quando ci fu un avvicendamento politico nella carica di maggiordomo (una specie di “ministro”) della casa reale: al posto di Sobna, caduto in disgrazia, fu nominato Eliakim.
Questa vicenda, tutto sommato marginale, offre ad Isaia l’occasione non tanto di descrivere i simboli del potere (le chiavi) che passano da una mano all’altra, quanto di fare una riflessione sull’illusione del potere. A motivo di ciò, Isaia utilizza un’immagine strana, ma efficace nella mentalità di un popolo che aveva conosciuto il nomadismo. Parla di un piolo che viene conficcato. Il vocabolo ebraico tradotto con piolo potrebbe indicare sia il paletto con cui si fissa la tenda nel deserto, sia il chiodo che serve come supporto per sostenere un peso. In ogni caso, si tratta di qualcosa che dà stabilità, ma solo perché è il Signore stesso che conficca il piolo in un luogo sicuro. Se usciamo dalla metafora si comprende un messaggio forte e provocante: la stabilità di un qualsiasi progetto dipende da Dio. Nessun essere umano, con tutta la sua forza e la sua protervia, può garantirsi e garantire stabilità, perché «ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo. Secca l’erba, il fiore appassisce… la parola del nostro Dio dura sempre» (Is 40). L’uomo non ha consistenza, la sapienza umana è la sapienza del giorno dopo; solo Dio conosce il mistero del mondo e delle cose; solo lui fissa i confini. I regni di questo mondo e i suoi funzionari si avvicendano, uno dopo l’altro, ma non sono in grado di discendere nel cuore degli eventi e di percepirne i battiti di vita.
Si tratta di un messaggio sempre attuale, soprattutto in tempi come il nostro in cui l’ipertrofia dell’«ego» personale e nazionale diventa devastante. Dio rimane, mentre noi ce ne andiamo.
Seconda lettura: Rm 11,33-36
Il testo di Paolo è un inno alla Sapienza divina, posto a conclusione dei capitoli 9-11 della lettera ai Romani. Si tratta del riconoscimento di una Sapienza che non viene meno, anche in mezzo a smentite e fallimenti inaspettati. Con questo passo l’apostolo conclude una questione che gli sta particolarmente a cuore: il problema di quella parte di Israele che non ha creduto a Gesù messia. Bisogna fare attenzione, però, perché il vero tema che preoccupa Paolo non è unicamente e principalmente la situazione di Israele, ma «la giustizia salvifica di Dio», il Progetto salvifico che, almeno in questo frangente, sembra essere fallito. Di fronte a questo smacco, Paolo presenta la sua tesi: anche in questo caso la Promessa salvifica di Dio non è venuta meno.
Prima della conclusione che inneggia alla Sapienza divina, il ragionamento si sviluppa in tre tappe, strettamente connesse. In un primo momento, Paolo chiarisce che Israele non è stato rigettato, perché il presente è nella linea del passato: c’è un resto che ha creduto. In tutte le epoche della storia di salvezza, infatti, Dio ha scelto per pura grazia un resto, e così è anche nel presente. In una seconda tappa, Paolo afferma che quel resto che ha creduto rappresenta, in qualche modo, tutto il popolo eletto, perché «se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta la pasta; se santa è la radice, lo saranno anche i rami» (11,16). In un terzo momento Paolo enuncia, finalmente, il piano di salvezza divino, il grande «mistero»: l’indurimento di una parte di Israele ha permesso l’ingresso dei pagani; quando essi saranno entrati, ci sarà la piena realizzazione del Progetto e tutto Israele sarà salvato (v. 26). Questa salvezza escatologica dell’Israele che non crede trova la sua giustificazione teologica in Dio stesso, che «ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia» (11,32).
È a questo punto che Paolo innalza l’inno che abbiamo ascoltato nella lettura odierna: un inno in cui si celebra la Sapienza di Dio che è un mistero di misericordia. Chi può, in effetti, scrutare il piano di Dio? Le vie di salvezza dell’uomo restano marginali; i criteri umani sono confinati nel mondo della provvisorietà. Dio è «Altro» e va adorato nella sua imperscrutabilità e nel suo mistero. Una cosa rimane certa: la nostra è la sapienza del giorno dopo, la Sua no: è una Sapienza che ci precede. Sempre!
Il Vangelo: Mt 16,13-20
La lettura evangelica cammina sulla stessa lunghezza d’onda, inserendo nel Progetto di Dio il mistero della Chiesa. A nome di tutti i discepoli, e in linea con quello che essi stessi avevano professato poco prima sul lago di Gennesareth (Mt 14,33), Pietro formula la sua professione di fede, esclamando: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!».
La beatitudine con cui si apre la risposta di Gesù è singolare perché nei due Testamenti gli annunci di beatitudine non sono quasi mai indirizzati a singoli individui, ma il cuore delle dichiarazioni di Gesù vertono su altro: l’intreccio tra fragilità e grazia. Questo intreccio è visibile già dall’inizio: «beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio celeste». Nel linguaggio biblico carne e sangue definiscono l’uomo nella sua fragilità naturale e l’aver riconosciuto la vera dignità del Messia è un dono di Dio; un dono, però, che – come dimostrerà immediatamente il rifiuto di seguire Gesù sulla via della croce – Pietro non ha completamente afferrato. Insieme al privilegio di essere destinatario di una rivelazione peculiare di Dio, Pietro rimane l’uomo che «dubita», l’oligopistós, «dalla fede piccola e fragile» (cf. Mt 14,31).
Sulla fragilità umana in grado di confessare la propria fede Gesù fonda la sua chiesa: un grande «mistero» di fragilità e grazia! La chiesa è, e rimane, la chiesa di Cristo (la mia chiesa), perché è Cristo la vera roccia, che nessuno può sostituire. Solo nella fede in Cristo pietra angolare ha senso la missione di Pietro: un tesoro divino custodito nelle fragili mani di un uomo. La chiesa non sussiste per i meriti dei suoi membri, ma per la fedeltà di Dio. Cimentata dal Signore risorto, vive della grazia e del mistero del suo Signore. La sua carne è segnata dalle rughe dell’infedeltà e del peccato, pervasa da smanie di potere e successo, al pari di ogni potenza mondana, ma è anche inondata dai doni della gratuità divina. Santa e meretrice, dicevano i padri: scelta da Dio e sempre bisognosa di misericordia e di conversione. Complexio oppositorum (complesso degli opposti) si è detto ai tempi del Concilio Vaticano II: un mistero paradossale, nella cui storia convivono cento ragioni per credere e cento per non credere. Un mistero, la Chiesa, traboccante di grazia e di miseria, che non può e non deve dimenticare che un credente e un non credente lottano ogni giorno dentro ciascuno dei suoi figli, alla ricerca della verità di Dio e della verità dell’uomo, di cui essa è testimone.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










