Commento alla Parola di Dio nella XXII Domenica del Tempo Ordinario /A – 30 agosto 2026

Il tema della Domenica

La celebre confessione di Geremia – in parte già letta nella XII domenica del tempo ordinario – viene accostata oggi al primo annuncio della passione, che Gesù indirizza ai suoi discepoli, subito dopo la confessione di Pietro. Non è difficile intravedere un tema comune alle due letture: la resistenza di Geremia, da una parte, e di Pietro, dall’altra, di fronte a una missione scandalosa consegnata da Dio ai suoi inviati. Questa resistenza è esemplare, perché non accomuna solo Geremia e Pietro, ma tanti credenti. È lo scandalo che travolge chi, improvvisamente, si trova a fare i conti con un’immagine di Dio completamente diversa da quella che aveva vagheggiato. Convertirsi al Dio vero è il cammino del credente, perché la domanda da farsi non è semplicemente «se crediamo», ma «in quale Dio crediamo».

Prima lettura: Ger 20,7-9

«Mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre» è un’espressione pregna di disillusione e di tragedia che appartiene all’ultima delle cosiddette «confessioni» di Geremia. Alcune di esse riguardano le difficoltà esterne ideate da nemici e falsi amici e costituiscono una minaccia costante allo svolgimento della missione, ma via via il discorso si approfondisce e Geremia avverte che il nemico non è solo quello che lo trafigge dal di fuori, ma la vita stessa è un problema e, ultimamente, Dio. E così si passa dall’accusa verso gli uomini al dito puntato contro Dio.

L’impatto delle parole iniziali e la metafora in esse racchiusa sono di una violenza sconvolgente. Si parla dell’azione del sedurre, espressa in ebraico da un verbo che, in altri contesti, qualifica la violenza perpetrata ai danni di una ragazza vergine. Un’apostrofe durissima in cui il profeta accusa Dio di essere un profittatore, che si è imposto con la forza su un giovane ingenuo e sprovveduto come era lui al momento della sua vocazione (cf. Ger 1) e siccome contro Dio non si può combattere, Geremia ha ceduto. Questo inganno primordiale si è poi consumato lungo il cammino, con l’annunzio della Parola, divenuta per lui causa di sofferenze e tormento. Può insegnare qualcosa un’apostrofe così tormentata e, per certi versi, blasfema da parte di un uomo deluso e dilaniato da una crisi di fede?

Sì, perché Geremia ci insegna anzitutto che anche il terreno vuoto dell’assenza di Dio, può essere misteriosamente fecondo se vissuto nella fedeltà: nonostante il grido angosciato, Geremia non abbandona il suo Dio e Dio non abbandona il suo profeta. Geremia maledice la sua nascita, ma rimane nella sua missione; vuole liberarsi di Dio, ma resta al suo posto; è dilaniato e sconfitto, ma anche capace di pronunciare parole di consolazione. Alla fine della tragedia nazionale, nel momento in cui Israele sta per cadere in mano a Nabucodonosor re di Babilonia, nel momento in cui tutto sembra perduto, quel profeta imprigionato e deluso compra un campo (Ger 32), per annunciare al suo popolo l’alba di un nuovo giorno, in cui sarebbe stato di nuovo possibile seminare e arare, mettere al mondo figli e credere nel futuro.

Si potrebbe dire ancora di più, in linea con quanto già espresso nella dodicesima domenica del tempo ordinario. È proprio vero che dà testimonianza di Dio soltanto una vita serena e tranquilla, senza crisi e paradossi? O ci sono grida di disperati più accette a Dio di tanti “alleluia” cantati in spazi che echeggiano di vuoto? E non è forse vero che il limite, e persino il dubbio di un uomo autentico sono talvolta espressione della fede in una Presenza? La rivelazione di Dio viaggia spesso nell’oscurità della notte, e il testo evangelico che segue ne è la testimonianza suprema. 

Il Vangelo: Mt 16,21-27

Il cammino del figlio dell’uomo verso Gerusalemme e verso la Croce inizia subito dopo la confessione di Pietro (domenica scorsa), a sottolineare in che modo vada compreso il riconoscimento del Cristo, figlio del Dio vivente. Gesù incomincia ora a mostrare ai discepoli la necessità di compiere il piano di Dio mediante il cammino di sofferenza; cammino che riguarda lui stesso (16,21-23) e tutti quelli che lo seguono (16,24-28). Ricorre qui il verbo impersonale greco dei / è necessario, che non indica però una fatalità cieca o un destino assurdamente incomprensibile, ma il piano di Dio che è, sempre e comunque, il progetto di un Padre. Soprattutto Matteo insiste sulla paternità di Dio, e la sottolinea nei momenti difficili, quando sembra che niente abbia senso. Gesù stesso, al Getsemani, dopo aver lottato con la tentazione impellente di fuggire, abbraccerà con libertà e fede il progetto di Dio, pregando come aveva insegnato ai suoi: «Padre, avvenga secondo il tuo Progetto» (26,42).

L’opposizione di Pietro, invece, mostra come la filosofia dell’uomo sia infinitamente lontana dalle vie di Dio. Nel pensiero del primo degli apostoli, l’onnipotenza divina dovrebbe imporsi con una vittoria roboante, che conquista e assoggetta. In questo contesto si comprende bene l’appellativo “satana” (16,23), che Gesù gli rivolge. Pietro, di fatto si pone come l’avversario delle vie di Dio e come un inciampo (skandalon) sulla via che Gesù ha abbracciato. «Vai dietro a me, Satana» evoca la prima chiamata, quando a Pietro e Andrea Gesù aveva ordinato: «(venite) dietro a me e vi farò pescatori di uomini». Proprio Pietro, il perfetto ortodosso, che ha riconosciuto in Gesù il Messia e il Figlio del Dio vivente, è riportato alla condizione che gli è propria, quella di discepolo: dovrà imparare che i pensieri di Dio sono diversi dai pensieri umani e che l’amore cristiano non viaggia sulle ali trionfanti del consenso e del successo, ma percorre le vie del dono di sé, senza calcoli e riserve.

I detti che seguono sono rivolti a tutti i discepoli e richiamano la verità dell’esistenza con parole pregnanti. È vero che rinnegare sé stessi, prendere la croce, perdere la propria vita non appartengono al vocabolario comune antico e contemporaneo, tutto impregnato di riuscita e di successo. La psicologia non insiste forse sull’accettazione di sé come base di ogni autentica crescita umana e spirituale? Le vie della cautela e della diplomazia non sono, tante volte, le più efficaci per la salvezza dell’uomo? Di fronte alla fondatezza di queste domande è necessario distinguere i livelli.  Gesù non sta presentando ai suoi un insegnamento stoico sul distacco da sé e dalle cose del mondo o una terapia finalizzata all’autostima. Gesù offre ai credenti due modelli di porsi di fronte all’esistenza, forgiati sulla vita del figlio dell’uomo che ha dato sé stesso per ogni essere umano. Il primo consiste nella scelta di vivere per sé, l’altro consiste nella scelta di vivere per Dio e per i figli degli uomini. Fare del proprio «ego» la mèta ultima da perseguire, significa disprezzo di Dio e svilimento dell’uomo: un «non-senso» che sgretola e distrugge. Fare invece della propria vita un dono conduce alla pienezza. Non c’è progetto che abbia senso e possa donare senso se non quello di chi vive per amore.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano