Il tema della Domenica
Essere fratelli o sorelle non è semplice, perché fratelli e sorelle si diventa solo grazie a un’assunzione di responsabilità. È il tema di questa domenica. Tema importante da un punto di vista antropologico, ma anche cristiano perché concerne un tipo di relazionarsi fondato sull’agape, che non è mosso dal desiderio di possedere, ma di appartenere e di assumere l’altro nella sua libertà e nel suo peccato. Si raggiunge la fraternità/sororità, infatti, quando ciascuno scopre la propria vulnerabilità e si affida, quando la parola non insiste per conquistare e vincere, ma per offrire un luogo di accoglienza e di perdono. La comunione, così, diventa grazia e giudizio, parola ammonitrice e consolazione.
Prima lettura: Ez 33,7-9
L’etica del profetismo è l’etica della responsabilità e l’immagine della sentinella che accompagna la vocazione del profeta Ezechiele ne è una chiara testimonianza. Il profeta è chiamato ad essere la sentinella del suo popolo e lo deve essere in ogni circostanza: nel momento della vocazione (3,17) – quando Israele aveva bisogno di essere liberato dagli illusori sogni di gloria futura e ricondotto alla verità della propria condizione – ma anche nell’ora del tracollo storico e psicologico, con la distruzione di Gerusalemme ormai alle spalle, e il futuro compromesso da una libertà negata.
Come sentinella, il profeta è un uomo per gli altri, perché vive costantemente sulla breccia, a motivo dei suoi fratelli, sulla cui vita è chiamato a vigilare con instancabile premura. Di fronte alle proprie responsabilità e al proprio peccato, ogni uomo e ogni popolo sono tentati di fuggire, come Caino, nascondendosi. Il profeta deve ricondurli a sé e all’assunzione delle proprie responsabilità, perché solo lì dove si è si trova conversione e perdono. Il profeta è chiamato a interrogare, turbare, chiudere le possibili scappatoie, distruggere i molteplici congegni di nascondimento…
In questo modo, la missione del profeta partecipa della missione stessa di Dio. Come lui, anche il profeta è chiamato ad assumersi il peso del peccato del suo popolo, richiamandolo, ammonendolo, facendogli balenare davanti agli occhi le conseguenze della sua condotta.
La ragione ultima di tutto ciò? La seconda lettura paolina, presa dalla lettera ai Romani, ne offre una chiara indicazione, facendo dell’amore il motivo che è a fondamento della responsabilità.
Seconda lettura: Rm 13,8-10
In un contesto di esortazioni varie, che seguono un ordine sparso, senza una connessione logica visibile, il richiamo all’amore vicendevole rappresenta un momento forte dei suggerimenti di Paolo alla comunità cristiana di Roma. L’apostolo fa due affermazioni fondamentali.
Anzitutto stabilisce un accostamento ardito affermando che l’amore è un debito verso i fratelli. Il linguaggio economico utilizzato (il verbo greco è opheilô, proprio della finanza) sembrerebbe in forte contrasto con la gratuità che contraddistingue l’agape, ma il pensiero dell’apostolo è profondo: amati gratuitamente da Dio, quando eravamo in una situazione di peccato – e cioè di non amore – ora siamo stati collocati in una condizione tale che non abbiamo più alcun debito da pagare, se non quello dell’amore vicendevole. Questo significa che nell’agape nessuno può ritenersi in credito, perché troppo grande è l’amore di cui siamo stati fatti oggetto.
Una seconda affermazione fa dell’amore vicendevole la pienezza della legge. Questo significa che i precetti della Legge, che il credente è tenuto a osservare, trovano la loro ricapitolazione e il loro senso nell’amore vicendevole. L’amore per il prossimo costituisce veramente il vertice della vita cristiana, perché chi ama l’altro ha adempiuto ciò che Dio desidera.
Il Vangelo: Mt 18,15-20
Il capitolo diciottesimo di Matteo – da cui è tratto il brano evangelico – offre ulteriore profondità al tema della fratellanza. La sezione è universalmente conosciuta come il discorso ecclesiale. Non tanto, e non solo perché vi si trova il termine ekklêsia, ma soprattutto perché contiene lo statuto fondamentale di ogni comunità che vuole essere riconosciuta come chiesa di Cristo.
I versetti ascoltati nella lettura odierna sono tra i più difficili dell’intero discorso, perché Matteo affronta il caso del fratello che pecca (l’indicazione “contro di te” è un’aggiunta). Non si specifica la natura del peccato, come accade invece nel parallelo lucano (dove il peccato è chiaramente un’offesa personale). In Matteo si tratta di un peccato grave – lo dice il contesto – ma è lasciato intenzionalmente nel vago, in modo da abbracciare una vasta serie di casi possibili.
Comunque sia, due verità risultano evidenti dall’andamento del testo: la prima è che il peccato di un membro della comunità mette in questione la comunità intera e la seconda è ancora più importante: è necessario adoperarsi in ogni modo per il bene del fratello che pecca. Anche se il passo – soprattutto dove viene chiamata in causa l’assemblea ecclesiale – sembra riflettere un procedimento disciplinare, rimane tuttavia vero che l’accento non cade sugli aspetti giuridici e formali, ma sullo sforzo di tutta l’assemblea per recuperare il fratello. Non bisogna dimenticare, infatti, che il testo è collocato da Matteo dopo la parabola della pecora smarrita, che si conclude con una chiara ammonizione: «il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli!» (Mt 18,14). Alla luce di questo contesto, le varie iniziative che si succedono, vanno viste non come una procedura dettata da propositi punitivi, ma come la traduzione ecclesiale di un Progetto divino che vuole ad ogni costo mettersi alla ricerca della pecora smarrita e non accetta che uno solo dei piccoli si perda. Lo scopo ultimo è la riconciliazione e non la punizione. In questo modo, Matteo dà come regola comunitaria «la legge del portare» e non «la legge del giudicare»: il fratello / la sorella sono un peso per il cristiano e solo se l’altro / a sono un peso diventano fratello e sorella. Diventare responsabili significa saper portare l’altro / l’altra con la sua storia e il suo peccato, nella consapevolezza che l’amore è la sola forza capace di sconfiggere il negativo della vita.
In questo contesto di riconciliazione va compresa anche l’ultima parola del testo sulla presenza del Cristo là, dove sono due o tre raccolti nel suo nome. L’interpretazione del passo ha insistito molto sulla presenza di Gesù in mezzo a una comunità orante. L’accento, però, non cade sulla preghiera, ma sul verbo syn-phôneô che significa sinfonia di voci e, dunque, essere d’accordo, all’unisono. È la concordia ritrovata che dà efficacia alla preghiera comunitaria, come ha ben compreso il Vangelo apocrifo di Tommaso che, infatti, interpreta così: «se due fanno pace l’uno con l’altro in una stessa casa, diranno a questo monte “spostati” ed esso si sposterà». Si comprende meglio allora come, in definitiva, ciò che conta è l’amore e le leggi hanno senso solo se ispirate dalla ricerca di comunione.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










