Commento alla Parola di Dio nella XXV Domenica del Tempo Ordinario /A – 20 settembre 2026

Il tema della Domenica

Uomini e istituzioni hanno cercato spesso di definire Dio, modellando di continuo il suo Volto e circoscrivendo la sua azione salvifica in ambiti spesso inadeguati. Le letture odierne, in sintonia con diverse altre pagine del Primo e del Nuovo Testamento, testimoniano che Dio è anzitutto alterità e libertà. Nella sua storia, Israele ha fatto esperienza di un Dio che libera e il tetragramma stesso, il nome di JHWH esprime la natura di un Dio esistente e libero. Questo significa che l’esserci di Dio non obbedisce a necessità esterne o interne, come gli dèi dei popoli pagani; il movimento di salvezza, che parte da lui e a lui ritorna, ha la sua origine nella gratuità. La fede neotestamentaria nutre la stessa convinzione. La testimonianza che Gesù offre di Dio nei vangeli, è quella di un Dio che libera dal cerchio chiuso della condizione storica del momento, per aprirla a orizzonti che sono al di là delle percezioni e ristrettezze umane. La lettura di Isaia e il vangelo di oggi testimoniano una verità troppo spesso sottaciuta o repressa, ma essenziale alla fede.

Prima lettura: Is 55,6-9

Non è semplice conoscere i presupposti storici e psicologici della lettura del Deuteroisaia, che si trova proprio a conclusione di quella sezione affascinante che tratta della liberazione di Israele dall’esilio babilonese. Il testo sembra presupporre una situazione di sfiducia da parte degli esiliati: un pessimismo diffuso, rilevato anche in altre parti del libro. Nonostante la liberazione promessa, gli esiliati sembrano piuttosto diffidenti sulle prospettive che si aprono e abbastanza proclivi a mettere in discussione i piani di Dio. La stessa liberazione ad opera di un re pagano, Ciro di Persia, non doveva essere ben vista dalle frange più fondamentaliste del popolo.

Ed ecco che il profeta, con indomito coraggio, proclama che la verità di Dio non è il passato, ma il futuro, non le comode sicurezze di una certa tradizione, ma le sfide del presente. Certo, Dio ha agito nel passato con gesti grandiosi: l’esodo dall’Egitto ha segnato l’inizio delle liberazioni storiche, che poi si sono succedute nel corso dei secoli, a testimonianza della Sua Fedeltà. Ma Dio, sempre fedele al suo Nome, non si ripete secondo le regole rigide della convivenza e della convenienza umana. I nostri orizzonti sono limitati da esperienze culturalmente segnate, che la pigrizia umana e religiosa stenta ad aprire al futuro di Dio. Gli esiliati erano radicati nell’esperienza di Dio raccontata dai padri: una tradizione santa e colma di saggezza, ma che rischiava di confinare l’opera di Dio nel quadro del «tutto prestabilito». Dar credito alla sapienza di Dio significava ora aprirsi a un’altra logica, meno nazionalista e meno confinata dentro i recinti del sacro.

E infatti proprio dalla crisi dell’esilio Israele avrebbe dovuto imparare che le vie di Dio sovrastavano le sue, quanto il cielo sovrasta la terra. I deportati ritornati sulla terra avrebbero dovuto imparare, a poco a poco, che la restaurazione d’Israele e l’indipendenza della nazione non sarebbe più avvenuta nella separazione e nel disprezzo degli altri popoli, perché la nuova missione del popolo di Dio sarebbe stata quella di diventare luce delle nazioni e testimone della salvezza di JHWH fino all’estremità della terra (Is 49,6).

Chi ha fede sa che Dio è «oltre» ciò che si sa e si dice di lui. Non è in un formulario stereotipo che il Mistero diventa accessibile, ma nella storia che si dipana giorno dopo giorno: con i suoi cammini di luce e di tenebre, con inizi sempre nuovi e imperscrutabili, con le sue ricadute e i suoi peccati. JHWH, «che è da sempre e per sempre», è pure il Dio sempre diverso, che va cercato non nel chiuso di schemi mentali appassiti, ma nel selciato della storia, lastricato dalle lotte e dal pianto dei poveri. Cercate il Signore è un ritornello della letteratura biblica, una massima che vale anche per i credenti e le istituzioni ecclesiali di oggi.

Il Vangelo: Mt 20,1-16

La parabola evangelica sugli operai ingaggiati per lavorare nella vigna s’inquadra bene nel cammino di sequela che la liturgia ci sprona a fare in queste domeniche del tempo ordinario e s’intreccia a meraviglia con il discorso sulla libertà di Dio affrontato dalla prima lettura. Infatti, il discorso contenuto nel capitolo diciotto di Matteo – letto nelle ultime domeniche – delineava gli aspetti fondamentali di una comunità ecclesiale che vuole essere alla sequela di Cristo, ma la nuova tappa che inizia dopo quel discorso mette in luce il volto di una chiesa che fatica a rispondere a quel modello.

Anche la parabola odierna presenta un problema che doveva essere senza dubbio un caso difficile in cui si dimenava la comunità di Matteo, ma contraddistingue anche il cristianesimo di oggi: due gruppi di cristiani si contendevano il primato della chiamata e il privilegio di essere primi rispetto agli altri. Non è difficile riconoscere negli operai della prima ora, inviati a lavorare nella vigna del padrone, gli ebreo-cristiani, un gruppo che nella chiesa di Matteo doveva essere non solo numeroso ma anche culturalmente e religiosamente forte. In effetti, Israele è il figlio primogenito, che Dio ha amato per primo e con cui ha intessuto un rapporto fondato sulla gratuità e sulla fedeltà. Dio non ha mai rinnegato il suo popolo e l’alleanza con lui stabilita, afferma Paolo nella lettera ai Romani (11,29); questa coscienza doveva costituire un vanto per i cristiani provenienti dall’ebraismo.

Sull’altro versante, il vangelo di Matteo mostra un altro gruppo formato sia da quella parte di Israele che non era rappresentativa – perché composta da pubblicani, peccatori pubblici, prostitute ecc. – sia da pagani che non appartenevano al popolo eletto. Gli operai della parabola, ingaggiati all’ultima ora, per lavorare anch’essi nella vigna del signore, richiamano queste categorie di persone, entrate anch’esse nella chiesa di Cristo, ma non bene accette al gruppo degli «ortodossi».

L’insegnamento della parabola – racchiuso nei versetti conclusivi – mette a soqquadro le convenzioni acquisite e le gerarchie consolidate. Secondo il metro della giustizia umana, le rimostranze che i primi operai rivolgono al padrone sembrano ineccepibili: «Gli ultimi hanno lavorato un’ora sola e li hai fatti uguali a noi che abbiamo portato il peso del giorno e il caldo!». In effetti, non è secondo logica né secondo giustizia pagare gli ultimi come i primi. Ma lo shock che vuol provocare la parabola consiste proprio nel capovolgere il criterio della logica retributiva, del do ut des: tutti – senza esclusione – siamo stati fatti oggetto della liberalità di Dio che ci ha chiamati. La meritocrazia non appartiene al linguaggio dell’amore, ma solo a quello del salario. Di fronte a Colui che ha scelto tutti per pura gratuità non ci sono grandi e piccoli, primi e ultimi, meritevoli e indegni… Ognuno è chiamato a lasciarsi coinvolgere e a corrispondere in pienezza nella situazione e nello stato di vita in cui si trova. Il resto è grazia!

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano