Il tema della Domenica
Le letture di questa domenica si prestano a diverse interpretazioni e non è facile cogliere il motivo fondamentale che le unisce. Eppure, sia la prima lettura tratta dal libro del profeta Ezechiele, sia il passo evangelico di Matteo sono di una ricchezza straordinaria se si tiene conto dei contesti. Il filo rosso che percorre le due letture potrebbe essere rinvenuto in un’ammonizione: all’uomo, distratto e incapace di afferrare l’appello di Dio che coinvolge la sua esistenza, la parola di Dio ricorda la serietà del momento e dell’ora e l’urgenza di una scelta responsabile.
Prima lettura: Ez 18,25-28
La lettura di Ezechiele s’inserisce in un contesto estremamente importante per cogliere la profondità del passo. Il profeta si trova in esilio con il suo popolo, proprio nel momento in cui, in mezzo agli esiliati, comincia a farsi strada un preconcetto riassunto nel proverbio: «I padri hanno mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» (Ez 18,1-2). Questo convincimento che scarica sui figli le colpe dei padri mette in discussione Dio stesso, perché lo rende responsabile della schiavitù babilonese, vista come il prezzo da pagare per il peccato dei padri.
Il primo compito del profeta diventa, allora, quello di scagionare YHWH da questa accusa infamante: Dio non lascia che i figli paghino le colpe dei padri; sono la giustizia o l’ingiustizia di un uomo a meritargli la situazione in cui egli si trova. Se un uomo si comporta con giustizia non prestando con usura, dando da mangiare a chi ha fame, vestendo chi è nudo, giudicando lealmente nei processi, osservando la legge con sincerità di cuore…, questo uomo avrà la vita, anche se suo padre ha agito ingiustamente.
Tutto questo, però, porta a un’altra domanda fondamentale. Se le cose stanno così, se il modo di comportarsi di Dio è giusto e se Dio non permette che i figli paghino le colpe dei padri, allora chi si è reso responsabile della situazione di morte in cui Israele versa nell’esilio e quali ne sono le ragioni? La risposta è una sola e viene esplicitata nei versetti che seguono immediatamente il testo oggi ascoltato: «Perciò, o israeliti, io giudicherò ognuno di voi secondo la sua condotta… Convertitevi e desistete da tutte le vostre iniquità, e l’iniquità non sarà più causa della vostra rovina. Liberatevi da tutte le iniquità commesse e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo. Perché volete morire? Io non godo della morte di chi muore. Parola del Signore. Convertitevi e vivrete!» (Ez 18,30-32). Questo pressante e accorato appello che si trova nel contesto della lettura odierna, non solo fa giustizia di tutte le accuse rivolte a Dio, ma indica soprattutto la strada da seguire. Per il singolo uomo e per le nazioni.
Il richiamo alla responsabilità personale diventa l’àncora di salvataggio, il pezzo di terra su cui stare nel momento della confusione delle idee e dei linguaggi. Avere fede significa assumersi le proprie responsabilità, senza fuggire nelle isole del pietismo o di una sacralità alienante. Il profetismo ha preso questo compito con serietà impressionante. Il culto, i sacrifici…, che senso possono avere, quando scorre l’ingiustizia, la depravazione morale e sociale, lo sterminio degli innocenti e il sopruso? Il coraggio di ricredersi esige l’assunzione di responsabilità, il riconoscimento della falsa strada intrapresa e l’inversione di marcia, riconoscendo che solo nella volontà di Dio è la nostra pace. Il puntare il dito contro gli altri (contro i padri, direbbe Ezechiele) può essere talvolta un alibi efficace, ma a lungo andare non paga, perché non riconosce che il male è più profondo e alberga nel cuore di ogni essere umano, dentro le mura delle città terrene e nei recinti sacri, tra i palazzi dei poteri costituiti e sulle strade dove scorre la vita. «Convertitevi e vivrete», grida il profeta. L’alternativa è la morte!
Il Vangelo: Mt 21,28-32
La parabola dei due figli è in profonda sintonia con il messaggio di Ezechiele. Purtroppo, il pregiudizio di alcuni interpreti antichi – che idearono l’identificazione del primo figlio (che dice «sì», ma non obbedisce) a Israele e del secondo figlio (che dice «no», ma obbedisce) alla chiesa dei gentili, manipolando persino i manoscritti originari – ha prodotto una profonda falsificazione del senso della parabola.
La questione non è secondaria, perché Matteo non intende fare di questa parabola un giudizio sulla situazione di Israele in rapporto a Cristo. Il problema è un altro, e concerne la strada della conversione su cui pubblicani e prostitute si sono incamminati nonostante la loro condizione, a differenza dei pii e giusti che la rifiutarono a motivo del loro perbenismo. Si tratta di una questione di fondo, che attraversa la società e la chiesa: «chi è il vero credente?». Colui che professa la propria fede, ma non la vive, oppure colui che – pur non dichiarando la propria fede – fa la volontà di Dio?
Anche qui, però, bisogna fare attenzione a non svilire il messaggio con semplificazioni troppo rapide. Matteo non condanna l’ortodossia di chi crede, ma la frattura che si crea spesso tra ortodossia e ortoprassi. L’unità tra confessione di fede e prassi è uno dei punti forti dell’evangelo secondo Matteo, come ho già avuto occasione di rilevare in altri momenti dell’anno liturgico. L’evidenza scaturisce da alcuni passaggi fondamentali dell’opera, in cui ai credenti che fanno sfoggio delle loro opere prodigiose e dei carismi più ambiti «Signore, Signore! Non è nel tuo nome che abbiamo profetizzato e cacciato i demoni, e nel tuo nome abbiamo fatto miracoli?» viene risposto in maniera sferzante e inappellabile: «non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!» (Mt 7,21-23). L’invocazione «Kyrie, Kyrie / Signore Signore» mostra che siamo all’interno di una comunità cristiana in cui – analogamente alla situazione di Corinto – profezia, esorcismi e miracoli, rappresentavano per chi li esercitava, un motivo di prestigio e di vanto. La polemica, naturalmente, non ha come obiettivo diretto la profezia e neppure i miracoli: essi accompagnano sia l’annuncio di Gesù, sia quello dei suoi inviati, ma non sono segni incontrovertibili di una comunità cristiana. Ciò che definisce un discepolo di Cristo è il compimento della volontà del Padre.
In questa luce, pubblicani e prostitute diventano un modello per quelli che dicono e non fanno, perché essi hanno avuto la forza di ricredersi, mentre i cosiddetti ortodossi che professano la loro fede soltanto a parole non hanno mai il coraggio di mettere in questione se stessi e le proprie certezze. Il monito di Gesù è da prendere assolutamente sul serio, se si vuole evitare che sia ancora attuale la denuncia del grande scrittore francese Georges Bernanos: «Dio non sceglie gli stessi uomini per custodire e per compiere la sua Parola».
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










