Commento alla Parola nella Solennità dell’Assunzione di Maria /A – 15 agosto 2026

Il tema della festa

La festa dell’Assunzione ci porta a riflettere sulla madre di Dio da un peculiare punto di vista, che non può – e non deve – venire espresso mediante rappresentazioni semplicistiche e fantastiche, ma attraverso una comprensione profonda del mistero che questa festa esprime.

L’approccio alla figura di Maria ha assunto nei secoli espressioni diverse. Una modalità ha sottolineato la dignità e la peculiarità della persona singola, un’altra ha messo maggiormente in risalto il ruolo tipologico di Maria, primizia della moltitudine dei credenti nella chiesa. È necessario non separare i due filoni, nella consapevolezza che, nel piano di Dio, il cammino del singolo si salda con quello dei molti. Quando Dio sceglie un popolo, una donna o un uomo, separandoli per una missione, non lo fa né mortificandone la singolarità, né estraniandoli dalla storia comune. Nella scelta dell’«uno/a» si manifesta il destino di «tutti/e». Nell’elezione di Israele, di Abramo e di Maria è incisa la loro peculiare vocazione e, insieme, la vocazione di ogni credente. In questa ottica si potrebbe dire che Maria è oggetto di una chiamata originale e originaria: originale, perché è sua propria; originaria, perché in essa è segnato il destino di ciascuno/a. In questa chiave la festa dell’Assunzione significa anzitutto la salvezza piena e definitiva di Maria, nella sua realtà umana integrale: madre del suo Figlio è stata resa partecipe del suo destino. Ma come figlia di Sion, come appartenente a un popolo, Maria è divenuta il modello della comunità dei credenti che contempla in lei il proprio futuro e quel «compimento» a cui ogni essere umano è chiamato.

Prima lettura: Ap. 11,19a; 12,1-6a.10ab

Per comprendere la prima lettura dell’Apocalisse è necessario fare attenzione al linguaggio simbolico, che descrive la realtà in maniera molto diversa dal linguaggio fotografico. Il simbolo non evade dalla realtà; al contrario, ne esprime la profondità e il mistero, spingendo il lettore a cercare un senso ulteriore, più confacente all’essenza delle cose.

La donna che partorisce è un simbolo archetipico, che rappresenta anzitutto l’umanità, benedetta dal dono della vita, ma anche segnata dalla sofferenza: un’umanità che vive nel travaglio della nascita di un mondo nuovo. Il parto è sempre un’immagine suggestiva, perché rappresenta la novità, le possibilità future che diventano carne e sangue. Il bambino è il simbolo più autentico della speranza che nasce, comunque, dal dolore e dalla fatica di un parto.

Il drago rosso che si pone davanti alla donna rende più comprensibile il dramma che si sta vivendo, perché l’animale è anch’esso un simbolo antico, che appartiene ai grandi miti dell’umanità, come quello del serpente nel libro della Genesi. Sia il serpente della Genesi sia il drago dell’Apocalisse rappresentano le forze del male, i nemici dell’uomo e delle sue speranze, i poteri ostili alla pienezza di vita che ogni donna porta nel suo seno. Il drago e il serpente sono simboli di tutto ciò che attenta al progetto di vita, al futuro dell’umanità e ne vuole impedire la realizzazione.

L’intervento di Dio, che salva il bambino, è una costante della storia della salvezza. In fondo, dal primo uomo e dalla prima donna, salvati da Dio dopo il peccato, fino a Mosè e a Gesù stesso… tutta la storia della salvezza testimonia un progetto di salvezza, che non si è ancora adempiuto, ma è tuttora in divenire e chiama ogni essere umano a diventarne responsabile.

Maria, la donna che ha partorito la speranza di Dio, è la garanzia che questo futuro non è utopico: il “drago” non vincerà la sua lotta contro l’umanità. Dio porterà a compimento il suo progetto, nonostante le forze del male che lo minacciano costantemente. Tutto rimane avvolto ancora nel mistero, ma Dio non si è pentito e non si pentirà del mondo che ha creato.

Seconda lettura: 1Cor 15,20-27a

Il tema della lotta tra grazia e malvagità ritorna nella lettera di Paolo alla comunità di Corinto. Anche qui da una parte c’è Cristo, il primo risorto dai morti, e dall’altra i nemici e, tra questi, soprattutto la morte, personificata dall’apostolo, alla stessa stregua del peccato nel capitolo quinto della lettera ai Romani. La personificazione di queste potenze avverse rende più drammatico lo scontro. Come era già avvenuto nella lettera ai Romani, anche nella Prima lettera ai cristiani di Corinto, Paolo accentua la situazione positiva e il destino fulgente dell’uomo, che ha una garanzia sicura: «Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti».

La salvezza esige la totalità e si può definire salvezza solo quella che riguarda tutto l’essere umano, la pienezza umana nelle sue componenti spirituali e fisiche, personali e relazionali. Là dove la malattia prostra l’uomo, dove la fame tormenta, dove il pericolo sociale rende incerto l’avvenire… insomma, là dove la morte regna, la salvezza è lacerata. Cristo, con la sua risurrezione, delinea la reintegrazione di tutto il creato secondo il piano di Dio. Cristo si è messo a fianco dell’essere umano autentico e del mondo reale contro tutti gli accusatori. In Gesù Dio ha detto corporalmente «» all’umanità, portando nel suo corpo il limite, la colpa, la sofferenza e la morte. Dio non ha cercato l’essere umano perfetto, ma lo ha preso così com’è: nella condanna e nella crocifissione del Figlio ha trasfigurato l’umanità, vincendo contro tutti i suoi accusatori, in forza di una solidarietà scelta per amore. Perché la morte può essere sconfitta solo grazie all’amore.

Il Vangelo: Lc 1,39-56

Il bellissimo inno di Maria traduce in canto le categorie paoline della reintegrazione di tutte le creature nel progetto di Dio, celebrando le «grandi opere» compiute dal Signore in tutta la storia della salvezza. La straordinaria potenza di Dio è vista soprattutto nel rovesciamento dei valori e delle situazioni umane, allo scopo di restituire dignità a chi ne è stato defraudato. Le discriminazioni, le sopraffazioni verso i poveri, le ingiustizie perpetrate dai potenti… rappresentano solo apparentemente un mondo vincente. In realtà si tratta di situazioni in collisione con il mondo di Dio, che è il mondo dei piccoli, e delle persone insignificanti, rappresentate da Elisabetta la sterile, e dalla sconosciuta ragazza di Nazaret, paese poco stimato della Galilea.

È ovvio che il Magnificat non beatifica delle condizioni sociali in sé e per sé, ma sottolinea come, nel valutare uomini e cose, i criteri di Dio sono infinitamente lontani dai criteri del mondo.

Maria rappresenta tutti i poveri, estromessi dagli uomini, ma reintegrati da Dio nel suo Progetto di pienezza, che è un progetto per tutta l’umanità. Maria canta la dignità dell’essere umano, di ogni essere umano davanti a Dio: una dignità che non si afferma grazie al potere e al sopruso, ma grazie a una Benevolenza che restituisce a ogni donna e a ogni uomo la sua dignità.

Un midrash sulla torre di Babele narra che quando gli uomini decisero di costruire la torre che arrivasse sino al cielo, salivano sulla rampa destra per portare i mattoni e scendevano sulla sinistra per andarli a prendere. Ora, se uno schiavo moriva nella salita o nella discesa, nessuno se ne preoccupava, ma se si rompeva un mattone tutti si allarmavano chiedendosi: quanto costerà? Chi darà il denaro? Dio vide che gli uomini si preoccupavano più dei mattoni che dei loro compagni, discese e li disperse su tutta la faccia della terra.

Il Magnificat instaura un altro ordine, che contesta l’ordine vigente, e tiene viva la speranza di tutti coloro che credono e si adoperano per creare cieli nuovi e terra nuova.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano