Il tema della Domenica
La morale biblica potrebbe essere definita «etica della responsabilità». La Torah del Primo Testamento come gli insegnamenti e le norme date da Gesù ai suoi discepoli hanno lo scopo di condurre gli uomini a scoprire sempre più profondamente la fede come assunzione di responsabilità, cura dell’altro/a. Il celebre passo tratto dal libro del Deuteronomio, riportato dalla prima lettura, e la famosa parabola evangelica del “buon samaritano” mostrano la responsabilità come una componente fondamentale del Dio biblico, che è il Dio della responsabilità, il Dio che prende a cuore la sorte della terra e dell’umanità intera.
Prima lettura: Dt 30,10-14
I comandi e i decreti di cui parla oggi la lettura del Deuteronomio appartengono alla Torah, che non va intesa come legge (traduzione greca impropria), ma come parola di insegnamento. Questa Parola divina ha sempre uno scopo di liberazione e non di soggiogamento: insegna la strada di una vita liberata. In tutti i codici legali antico-testamentari abbiamo un motivo ricorrente: il Dio che ha liberato il suo popolo dalla tirannia e dalla schiavitù è Colui che ha dato la Torah non come imposizione di un “giogo” opprimente, ma come il cammino per rimanere liberi. È questo il senso del midraš che mette sulla bocca di Dio queste parole: “non vi ho dato la Torah perché sia per voi un peso e perché la portiate, ma perché la Torah porti voi”. Questo rapporto tra Torah e Libertà va assolutamente tenuto presente, per operare una radicale revisione di luoghi comuni tanto ingiusti quanto assurdi, che identificano il giogo della Torah con un giogo schiavizzante. La Torah nel Primo Testamento, è in relazione con il nome di Dio JHWH e, quindi, con il suo agire liberante: la Torah ha il potere di liberare chiunque la osservi. Un poeta francese dichiarava: “Voi mi chiamate la legge; io sono la libertà”. In questo senso, le dieci parole scolpite sulla pietra (l’ebraico ḥarût = scolpito) sono parole di libertà (l’ebraico ḥerût = libertà) e vanno comprese alla luce della Parola di Dio proclamata oggi: «Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo? Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica». In questo modo, tuttavia, il dono della Torah – come il dono della Libertà – diventa anche un compito (duplicità espressa egregiamente in tedesco con Gabe und Aufgabe). La Legge di Dio è data all’uomo perché egli rimanga libero e non diventi di nuovo schiavo degli idoli. In questo dono e in questo compito risiede la sua dignità.
Il Vangelo: Lc 10,25-37
L’episodio dello scriba che chiede luce sul cuore della Torah è posto da Matteo e Marco negli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme, mentre Luca lo pone all’inizio del viaggio, a significare che la strada di Gesù va letta alla luce di una scelta radicale compiuta dal maestro: l’amore di Dio «con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la forza» e l’amore del prossimo «come se stessi». Il breve passo, che Gesù ricorda allo scriba come risposta alla sua questione sulla vita eterna, è conosciuto come lo Shema Israel (Dt 6,4-5); ad esso Gesù (con la tradizione rabbinica del tempo) annette l’altro comando dell’amore del prossimo (Lv 19,18). Questo doppio comandamento compendia tutta la legge, afferma Gesù. Non c’è per il credente norma alcuna, se non questa, come aveva compreso bene, del resto, Teresa di Lisieux, che scriveva: «nel cuore della chiesa io sarò l’Amore».
Lo Shema mette l’amore anzitutto in rapporto con l’ascolto, che non significa solo mancanza di voci e di rumori esterni e interni, ma obbedienza e impegno totalizzante. “Ascoltare” significa assunzione di responsabilità. Amare YHWH «con tutto il cuore» e «il prossimo come se stessi» coinvolge senz’altro la sfera dei sentimenti e delle emozioni, ma queste non sono mai disgiunte dalle manifestazioni concrete del rispetto, della fedeltà e del servizio. È a questo livello che si pone la parabola del “buon samaritano” che Gesù porta a riprova di un amore coinvolgente.
Chi fosse da considerare prossimo era oggetto di discussione tra le diverse scuole rabbiniche. Gesù risponde con una parabola che pone al centro questa discussione, ma la risolve in modo sconcertante perché, se da una parte vigeva una legge che imponeva ai sacerdoti e ai leviti che officiavano nel tempio di non contaminarsi, dall’altra l’uomo mezzo morto, lasciato sulla strada, invocava pietà e amore. Bisogna dire che molte scuole rabbiniche non proibivano assolutamente l’intervento quando si trattava di salvare una vita umana, ma Luca vuole stabilire un forte contrasto tra le due figure istituzionali e lo straniero samaritano, perché descrive l’atteggiamento dei primi due con un verbo greco assai significativo, che significa “passare dalla parte opposta” (antiparerchomai!), il più lontano possibile. Il contrasto con l’atteggiamento del samaritano è ancora più vistoso se si considera con quale dovizia di particolari è descritto l’atteggiamento di quest’ultimo: «Arrivò vicino a lui, ne ebbe compassione, fasciò le ferite versandovi sopra olio e vino, e fattolo salire sulla propria cavalcatura, lo condusse in un albergo…». Sembra intenzionale la contrapposizione netta tra chi, alla vista dell’uomo sulla strada, sa compiere un solo gesto (“passare dalla parte opposta”) e chi, invece, si adopera con ogni mezzo e in ogni modo per salvarlo.
Un atteggiamento, comunque, riassume tutti gli altri: la compassione (splanchnizomai) dello straniero verso l’uomo caduto in disgrazia. È lo stesso verbo che connota l’atteggiamento di Gesù a Nain (7,13) e il sentimento del padre misericordioso nella famosa parabola del cap. 15. A giusto titolo Origene, Ambrogio e Agostino hanno visto Cristo nel buon samaritano che si china verso il ferito.
La domanda conclusiva di Gesù allo scriba («chi di questi tre è stato prossimo per colui che si era imbattuto nei ladroni?») sposta totalmente il problema: non è importante sapere chi è il mio prossimo secondo la legge, ma di chi io voglio essere prossimo. Gesù rompe, dunque, la concezione della categoria “prossimo” così come era concepita dalla casistica vigente. Si è comportato da “prossimo” proprio colui che, in forza della legge, era “non prossimo”.
Perché (ed ecco il punto) si dà amore e amore: c’è un amore che crea il prossimo a propria immagine, desidera l’altro per asservirlo senza servirlo e c’è un amore, invece, che non si nasconde dietro a leggi o convenienze: ama l’altro/a e basta, senza barriere reali o presunte. Il primo non può amare lo straniero e il nemico perché tutto si concentra su vincoli umani, suggestioni e asservimento. Il secondo, invece, vive di solidarietà e responsabilità. «L’uomo responsabile agisce nella libertà del proprio essere, senza cercare riparo dietro a persone, situazioni o principi, ma tenendo conto di tutte le circostanze di carattere umano e ambientale e delle considerazioni di principio. Il fatto che nulla possa rispondere per lui o scusarlo, se non le sue azioni e la sua persona stessa, è la prova della sua libertà. Deve osservare, giudicare, valutare, decidere e agire da sé… né la purezza dei suoi moventi, né le circostanze favorevoli, né il valore o il significato dell’azione progettata dovranno mai divenire una legge di cui egli possa farsi scudo o dalla quale possa essere giustificato e assolto… L’azione dell’uomo responsabile avviene nell’ambito di quell’unico rapporto che dà vera e totale libertà, ossia nell’impegno verso Dio e verso il prossimo come li incontriamo in Gesù Cristo… Obbedienza e responsabilità si penetrano reciprocamente, cosicché la responsabilità non comincia dove termina l’obbedienza, ma si effettua all’interno di essa. Esisteranno sempre rapporti di obbedienza e di dipendenza; l’importante, però, è che essi non sopprimano la responsabilità, come accade spesso…» (Bonhoeffer). Proprio grazie a questa responsabilità, il samaritano ama l’altro nella sua libertà. Portare il peso dell’altro, senza soppesarlo e senza giudicarlo, appartiene alla condizione del cristiano.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










