Il tema della Domenica
Ci sono pagine evangeliche che aprono orizzonti insperati, perché osano smentire la realtà, anche quando i pochi segni di speranza, di cui disponiamo, rischiano di scomparire. La sapienza dell’uomo, che si nutre di pragmatismo e di potere, fa fatica a credere che l’impossibile possa germogliare tra le maglie del quotidiano, quando ogni logica è contro le attese. Eppure la sapienza evangelica non teme smentite, perché si nutre di ciò che è invisibile agli occhi. La fede vive piccola, come un seme, come un ramoscello. La sua vitalità non è direttamente proporzionata al numero o alla potenza dei mezzi investiti. Apparentemente esigua, cresce solo grazie solo a una misteriosa Presenza e alla forza dello Spirito.
Il Vangelo: Lc 12,32-48
Soltanto Luca, tra gli evangelisti, riporta il logion di consolazione «non temere piccolo gregge», rivolto a una comunità dove la fede segna evidentemente il passo. La metafora del gregge è assai comune nel Primo Testamento per designare il popolo eletto che cammina sotto la guida sicura del pastore. La qualifica di «piccolo» non esprime solo l’insignificanza numerica, ben evidente del resto all’interno di un vasto impero popolato di innumerevoli religioni e culture, ma anche la povertà e la semplicità degli anawim, i “poveri di JHWH”, che non dispongono di appoggi umani o mezzi grandiosi per farsi valere. Confidano in JHWH, il loro Dio e pastore.
I piccoli sono sempre degli indifesi e rischiano di perdersi nell’angoscia. I motivi possono essere molteplici, e Luca rinuncia a chiarire meglio le ragioni che permetterebbero di coglierne l’identità. Assicura però la presenza di Dio, utilizzando un termine prezioso della letteratura giudaica e cristiana: eudokía. Questo lemma mette in evidenza la benevolenza, l’amore tenero e premuroso. I poveri sono coloro su cui si è posata la benevolenza divina e possono avere la certezza di non essere dimenticati. Proprio a loro è assicurato il bene salvifico per eccellenza: il Regno. Ancora una volta, Luca mette in evidenza un tema che gli è molto caro: gli indifesi, i miti, coloro che non hanno e che non contano godono del riparo dell’Altissimo.
Ed è qui che si inserisce l’esortazione a non porre la fiducia sui beni terreni, effimeri, e a confidare invece sui beni eterni. Il tema della sicurezza della vita viene affrontato più volte da Luca e sembra molto importante per i suoi lettori, decisamente orientati a tutelarsi il futuro per mezzo dell’accumulo di ricchezze. Il terzo Vangelo ricorda che solo Dio risponde alle aspirazioni profonde dell’uomo.
Il Vangelo lucano è generalmente conosciuto per il tema della misericordia e solo l’incompetenza o l’ingenuità permettono di confondere la sensibilità lucana con il permissivismo. In realtà, Luca pone in forte risalto il radicalismo assoluto delle esigenze cristiane. Un radicalismo che emerge a piè sospinto nel racconto evangelico: Gesù esige un legame definitivo e senza compromessi e non devono sussistere affetti o preoccupazioni che possano in qualche modo sopravanzare l’adesione al Regno di Dio. Da questo punto fermo nasce la comprensione lucana del futuro. È stato detto che Luca ha soppresso l’escatologia a favore della storia, ma questo giudizio non risponde a verità. Vera è piuttosto un’altra considerazione: Luca ha illuminato la storia leggendola alla luce del tempo escatologico inaugurato e questo significa che ogni essere umano è chiamato a vivere il suo tempo con responsabilità.
«Il regno di Dio è in mezzo a voi», dice Gesù in Lc 17,21. E questo significa che Dio non va cercato in segni spettacolari, ma nella storia degli uomini e nel tempo in cui ogni essere umano è posto. Luca non permette ai suoi la nostalgia del passato, compreso il tempo del Gesù storico: ci sono nuovi modi di Presenza che bisogna scoprire, nuove strade per vivere l’esperienza del Signore. Luca non elimina la parusia, ma esige che i cristiani non si fermino a guardare il cielo. Per questo insiste tanto sulla via, coniando una delle più belle definizioni dei seguaci di Gesù, chiamati appunto «quelli della via» (9,2). Il cammino è la condizione del cristiano che passa in mezzo agli uomini percorrendo fedelmente e responsabilmente la via del Signore.
La parabola dei servi vigilanti è un’esortazione a vivere il cammino del presente, non dimenticando la meta. Le vicende terrene richiedono serietà. Il cristiano non può stare ai margini. Ma, allo stesso tempo, non può perdere di vista la meta, vivendo asservito alla terra. Nel cammino bisogna amare la terra e Dio insieme, come «quei servi con le reni cinte e le lucerne accese, che aspettano il loro Signore, per aprirgli subito quando arriva e bussa».
Dinanzi all’evento della parusia viene richiesta la vigilanza, che non è un atteggiamento passivo e neppure semplicemente psicologico. Tanto meno una sospensione che si traduce in fuga dal mondo. La vigilanza è sforzo costante, lotta contro la stanchezza e orientamento di vita. Vigilare significa credere che c’è ancora un futuro per il mondo e per l’uomo e adoperarsi perché sia degno di Dio e degno dell’essere umano.
Questo atteggiamento di vigilanza si traduce in fedeltà. Attesa del futuro e fedeltà al presente: sono i due poli da tener sempre presenti. Solo così non si relega Dio nel passato né lo si confina in un lontano futuro, troppo distante per esserne coinvolti. La riflessione di un grande teologo del concilio, che sto per riportare, ammonisce severamente su questi pericoli latenti della nostra fede e ci porta a riflettere sui «lampi del Dio che si avvicina».
«Il nostro fragile cuore peccatore – scrive Metz – crede facilmente di essersi già lasciato alle spalle, come dato scontato, il volto di Dio… nel fuoco divorante della sua divinità che irrompe in noi non più solamente qui o là, ma sempre e dappertutto, come la grande rivelazione e trasformazione del mondo, quando cadranno tutte le maschere e tutti gli abiti di gala, e sussisterà solamente la devota povertà dell’amore…Che cosa abbiamo dunque fatto della nostra fede in Cristo? Non l’abbiamo forse spesso piegata a tenere lontano dalla nostra viva carne l’incontro – che ci aspetta – con l’evento divino? “Egli ritornerà”: abbiamo degradato questa realtà a un lontano episodio in una fine non esperibile, di cui niente sappiamo e vogliamo sapere, salvo che noi, nel nostro tempo, ne siamo ancora lontani e senza pericolo? Penetra ancora nel nostro cuore qualche cosa dei lampi del Dio che si avvicina, di fronte a cui il cristianesimo primitivo stava a testa alta?».
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










