Commento alla Parola nella XX Domenica del Tempo Ordinario – 17 agosto 2025

Il tema della Domenica

Le letture di questa domenica rilevano uno degli aspetti più drammatici dell’esperienza di fede: la pace, – bene divino per eccellenza – non accompagna coloro che sono fedeli a Dio, come racconta la storia del profeta Geremia, condannato e calpestato dai potenti di turno. La parola evangelica sembra confermare questa prima sensazione: «Credete che io sia venuto a portare la pace sulla terra? – esclama Gesù – no, vi dico, ma la divisione». Il conflitto è costitutivo dell’esperienza cristiana, come lo fu dell’esperienza profetica nel Primo Testamento. Si è discepoli di una pietra che i costruttori hanno scartato: questo è il paradosso cristiano.

Prima lettura: Ger 38,4-6.8-10

L’accusa di disfattismo e tradimento, rivolta da alcuni capi del popolo al profeta Geremia che osteggiava l’insana politica nazionalista di Giuda, costituisce il tema portante della prima lettura. Siamo a ridosso della conquista di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor e le parole di Geremia sulla fine di Giuda sono lette dai capi del popolo come un’istigazione alla resa. In realtà, il problema è molto più grave e si inserisce in quel filone della storia sacra che è conosciuto come il rifiuto sistematico dei profeti. Il successo visibile e la buona riuscita non appartengono al carisma profetico; al contrario, sembrerebbe quasi che ne sia costitutivo il rigetto da parte delle persone a cui egli è inviato.

Anche Gesù di fronte al rifiuto dei nazaretani esclama: «Nessun profeta è accetto in patria sua» (Lc 4,24). Il profeta è visto come una sfida e una minaccia alle sicurezze su cui poggia il perbenismo religioso e politico. In Is 30,10 è espresso egregiamente ciò che il popolo si aspetta: «Non fateci profezie sincere; dite cose allettanti, profetizzate illusioni». Troppo pesante è il fardello della vita perché l’uomo possa fare a meno di falsi profeti e illusionisti di ogni tipo. Troppo difficile possedere una fede nuda, spoglia di abbagli e rassicurazioni. Meglio credere ai profeti di menzogne. Il profeta autentico non offre illusioni, anzi, contesta le aspettative degli apparati e del popolo; non per spirito di contraddizione, ma per fedeltà a Dio e, paradossalmente, per amore del suo popolo.

Agli occhi del potere il rifiuto ad essere cappellani di corte ha il sapore di tradimento. Così Amos un giorno si sentì dire dal sacerdote Amasia: «Vattene via, visionario, vattene al paese di Giuda: là mangia il tuo pane e là fa’ le tue profezie; ma non continuare a profetare a Betel perché questo è santuario regio e residenza reale». (Am 7,12-13). E dopo di lui, Osea, tacciato di pazzia e vaneggiamento. Allo stesso modo, altri profeti vennero perseguitati: un certo profeta Uria, che parlava come Geremia, fu giustiziato con la spada e fatto gettare nella fossa comune; Zaccaria fu lapidato negli atri del tempio (2Cr 24,17-22). Nella tradizione giudaica il legame tra profeta e martirio divenne talmente stretto da assumere quasi i contorni di una necessità storica. Nehemia, ripercorrendo la storia dei padri in una bella preghiera che si trova nel capitolo nono, afferma fra l’altro: «…furono ritrosi e ribelli a te; si gettarono la tua legge dietro le spalle e uccisero i tuoi profeti che li ammonivano per ricondurli a te…» (Ne 9,26).

La tradizione cristiana riprende più volte questo filo conduttore del rifiuto dei profeti, che raggiunge il suo apice nell’uccisione di Gesù, come racconta la parabola dei vignaioli omicidi: «Alla fine mandò il proprio figlio, pensando che avrebbero avuto riguardo di suo figlio. Ma i coloni, vedendolo, dissero fra sé: “È l’erede. Orsù, uccidiamolo, così avremo la sua eredità”. Lo presero dunque e, portatolo fuori della vigna, lo uccisero» (Mt 21,38-39). Questo destino dei profeti misconosciuti, vilipesi e uccisi, soprattutto dai cortigiani, continua anche oggi. E di questo ci parlano le parole di Gesù nel vangelo, che non si rivolgono soltanto ai lettori del tempo di Luca, ma a quelli di ogni tempo, ammonendoli sul loro destino, sulle orme dei profeti e soprattutto del profeta Gesù.

Il Vangelo: Lc 12,49-53

Alla luce di quanto finora detto, il logion su Gesù portatore di fuoco e di divisione non è sorprendente. Originariamente il “fuoco” sembra riferirsi al giudizio divino che purifica (Is 66,15-16) e la “divisione” (Matteo usa la “spada”) fa senz’altro allusione alla rottura provocata da Gesù all’interno delle famiglie e dei nuclei sociali. E tuttavia, a motivo di alcune pagine anticotestamentarie, che profetizzavano il regno del Messia come un regno di “pace” (cf. soprat­tutto Is 9,5-6 e 11,6-9), le parole di Gesù destano un certo imbarazzo. Il Messia non doveva instaurare un tempo in cui il lupo e l’agnello avrebbero pascolato insieme e il bambino avrebbe giocato con il serpente? «E perché allora, si domanda Giovanni Crisostomo, ha ordinato ai suoi apostoli di dare la pace nelle case in cui entreranno? Come mai anche gli angeli al momento della sua nascita hanno cantato: “gloria a Dio nel cielo e sulla terra pace”? E perché, infine, tutti i profeti hanno predetto che Dio avrebbe dato la pace agli uomini?». Le domande di Giovanni Crisostomo sono giustificate, tanto più che il «d’ora in poi» (apo tou nyn) di Luca non allude al tempo escatologico che precede la fine, ma al tempo della chiesa iniziato con la morte di Gesù.

La risposta non è semplice, nonostante i tentativi teologici di spiegare la smentita delle promesse divine, che profetizzavano il tempo del Messia come un tempo di pace. Anche Giovanni Crisostomo provò a trovare qualche spiegazione: «La spiegazione sta nel fatto che “pace” è soprattutto questo: tagliare ciò che è malato, separare ciò che causa contrasti, ribellioni… Anche il medico, infatti, riesce a salvare il resto del corpo, quando taglia il membro del malato che non è possibile guarire. Un generale pacifica l’esercito, quando separa e allontana i sediziosi. Ciò accadde anche tra gli uomini che costruivano quella famosa torre: una salutare discordia spezzò una malvagia unione e procurò la pace». Un tentativo da parte di Crisostomo di spiegare un difficile logion sulla “divisione” portata da Gesù.

E, ciò nonostante, l’esperienza della comunità cristiana incipiente e la storia della chiesa testimoniano che la divisione si ripete, in continuazione. La presenza di Cristo sulla terra è dirom­pente e l’utopia messianica della pace deve fare i conti con le continue smentite da parte della storia, anche cristiana. Il punto è che il rap­porto con il messia Gesù pone in dis­cussione tutti gli altri legami, persino i vincoli di sangue – «padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre…». L’adesione a Cristo diventa il punto di svolta dell’esistenza, ma il discepolo deve imparare che il cammino di Dio va oltre l’anima lacerata dei suoi fedeli. Chi si è lasciato attirare un giorno da Cristo sa che la sua vita non può essere più totalmente spensierata e libera. O meglio, la scelta di Cristo trasforma la vita dei suoi discepoli in un’esistenza segnata dalla croce, che non è però maledizione e condanna, ma giudizio non violento sulla violenza umana. Se, da una parte il legame con Cristo frantuma e distrugge, dall’altra feconda e costruisce. Di fronte a una casa che va in demolizione ce n’è un’altra che cresce e prospera. Si tratta di percorrere la strada di Cristo fino in fondo, con coraggio e dedizione, nella certezza che il Dio che costruisce il nostro futuro non ci negherà la sua Presenza.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano