Il tema della Domenica
I capitoli 14 e 15 di Luca sono raccolti attorno al motivo del simposio, che costituisce sia la cornice sia il contenuto tematico della sezione. Il motivo del banchetto (a cui si accedeva per una porta stretta) crea un legame con il Vangelo proclamato domenica scorsa, mentre la comunità raccolta attorno alla mensa crea una parentela con il Vangelo di domenica prossima. Attorno al tavolo della parola e del pane, la comunità si raccoglie e lo sguardo si ferma dapprima sugli invitati al banchetto (la lettura di questa domenica) per poi allargarsi, in una sorta di conclusione, all’evangelizzazione delle folle (domenica prossima).
Il Vangelo: Lc 14,1.7-14
È la terza volta che Luca ci presenta Gesù ospite di un fariseo, e ogni volta abbiamo un insegnamento importante. Nella prima occasione (Lc 7) c’era stato l’incontro con una donna peccatrice e Gesù aveva impartito al fariseo una lezione sulla giustizia, mostrando come solo l’amore rende giusti. La seconda volta (Lc 11), di fronte al tacito rimprovero del fariseo di fronte all’omissione delle abluzioni, Gesù risponde con una serie di invettive contro dottori della legge e farisei. Nella terza (e ultima) occasione, dopo aver guarito un idropico, Gesù trasporta un discorso di buon comportamento conviviale a un altro livello, che concerne il banchetto nel Regno. È questo il vero punto di forza della Parola odierna: un invito a sposare la logica del Regno, che è ben altra dalla logica umana.
Le raccomandazioni dei primi versetti sui posti da prendere a tavola, quando si viene invitati, erano assai comuni nella società ebraica ed ellenistica del tempo. Anche Plutarco osservava che spesso, nelle azioni insignificanti dell’uomo, viene riflesso il suo carattere. Ma non è intenzione di Luca trasformare Gesù in un maestro di galateo e di buone maniere. Il discorso si eleva a un altro livello e Gesù prende spunto da un fatto quotidiano per arrivare a un discorso ben più profondo. La quotidianità viene trasferita su un piano simbolico, a servizio di un insegnamento sul regno di Dio e sulla sua giustizia.
Agli invitati, che cercavano di occupare i primi posti, Gesù si rivolge dicendo: «Quando sei invitato, occupa l’ultimo posto…». Sembrerebbe una lezione di umiltà e, invece, il problema è più radicale, perché si tratta di un capovolgimento di valori, analogo a quello illustrato nelle beatitudini, un capovolgimento dovuto alla prossimità del Regno. Si tratta di un invito a guardare il mondo e le cose del mondo dal punto di vista degli ultimi. «Ecco, ci sono ultimi che saranno primi e ci sono primi che sono ultimi», aveva detto poco prima Gesù (13,30).
Non è la sponsorizzazione della pur nobile morale stoica e non si tratta di un insegnamento sul distacco dal mondo e dalle cose del mondo, ma dell’assunzione di un altro metro per giudicare la felicità e la tristezza del mondo. Si tratta di un’esortazione a prendere come misura dell’edificio di Dio non le regole dei costruttori, ma le pietre scartate. E, siccome il banchetto a cui si viene invitati richiama quello eucaristico, che si celebra nelle case della comunità cristiana (cf. At 2,42), abbiamo qui una legge fondamentale della chiesa: a non assuefarsi ai parametri umani per misurare il successo e l’insuccesso, ma a quelli divini.
Dopo essersi rivolto agli invitati, Gesù indirizza ora la sua parola al fariseo che lo aveva ospitato, invitandolo a un gesto che – se dovesse intendersi sul piano reale – sarebbe alquanto clamoroso perché Gesù chiede di non invitare a pranzo parenti e amici, ricchi vicini e persone benestanti, ma «poveri, storpi, zoppi e ciechi». Ancora una volta, ci troviamo di fronte a una parola scioccante. È abbastanza inutile chiedersi se questo modo così paradossale di esprimersi possa essere fatto risalire a Gesù o se corrisponda, invece, alla rilettura cristiana posteriore. Fatto è che il testo riflette profondamente l’interesse di Luca per i poveri e gli emarginati, ma rispecchia soprattutto un altro punto di vista che appartiene anch’esso alla parenesi lucana: la gratuità di Dio. Gesù considera la legge della reciprocità non conciliabile con la logica del Regno. L’usanza degli inviti scambievoli e delle reciproche dimostrazioni di gratitudine risponde a un sistema “corrispettivo” e non ad una logica “oblativa”. I poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi non hanno nulla da dare in cambio. Fare loro del bene risponde alla gratuità di Dio.
La distinzione tra degni e indegni, giusti e ingiusti, buoni e cattivi… appartiene a una criteriologia umana, che non ha nulla a che fare con il pensiero di Dio. Dio ama il mondo, Dio ama l’essere umano secondo una logica scandalosa agli occhi dei più. Anche il profetismo aveva riflettuto con più profondità che in passato sulla percezione di Dio e del suo amore, esprimendo l’amore di Dio con accenti lirici di straordinaria intensità. Basterebbe pensare alla parabola raccontata da Os 2, nella quale la logica “simmetrica” viene soppiantata da quella “asimmetrica”, di gratuità piena. Si tratta di una nuova comprensione di Dio e della sua relazione con l’uomo.
Nel regno annunciato da Gesù, questa prospettiva diventa il punto di riferimento costante e Luca (al pari di Matteo) lo mette in risalto nel discorso della pianura, quando pone sulla bocca di Gesù queste parole: «Se amate quelli che vi amano, quale grazia ve ne viene? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a quelli che vi fanno del bene, quale grazia ve ne viene? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto. Ma amate i vostri nemici, fate del bene, prestate senza sperarne nulla e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; poiché egli è buono verso gli ingrati e i malvagi» (Lc 6,32-35).
L’appello di Gesù e il comportamento del discepolo nascono da un intimo rinnovato e, ultimamente, dal cuore stesso di Dio. La novità cristiana della liberalità senza condizioni e senza confini si fonda, insomma, sull’essere di Dio: nell’amore gratuito e totale che il Padre offre senza compenso e senza ritorno. Invita i suoi lettori a riprodurre, nel proprio modo di amare, i tratti caratteristici dell’amore benevolo e misericordioso di Dio, imitando la sua magnanimità e la sua bontà verso i buoni e i malvagi. In questo atteggiamento di fondo, Luca legge un modello radicalmente diverso da quello offerto dalla società del suo – e del nostro – tempo, radicata sull’interesse e sul profitto.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










