Il tema della Domenica
La festa del battesimo di Gesù offre un’occasione privilegiata per ripensare alla nostra identità cristiana e alla missione di cui siamo portatori. Le letture, infatti, presentano due figure, che la tradizione cristiana ha strettamente congiunto: il servo di JHWH e Gesù di Nazareth, ambedue investiti di un mandato impegnativo e amaro, che non ha nulla di convenzionale, perché concerne la vita stessa. Nonostante l’apparente sconfitta, la loro missione raggiunge il compimento nella fedeltà al progetto di Dio.
Prima lettura: Is 42,1-4.6-7
La prima lettura appartiene a quell’insieme di testi chiamati dagli studiosi «canti del servitore di JHWH». Si tratta di quattro poemetti che si trovano all’interno del Deuteroisaia e presentano la figura misteriosa di un personaggio, che non è mai chiamato per nome, ma viene sempre indicato con il titolo di «servitore». Per la mentalità occidentale odierna, l’appellativo “servo” contiene, per lo più, un’accezione negativa, ma non era sempre così nel contesto semitico e nel mondo biblico. In questi ambienti “servo” poteva essere un titolo onorifico, attribuito a una persona di grande dignità e con un’importante missione da compiere. Nel Primo Testamento vengono chiamati “servi” Abramo, Mosè, Davide e gli stessi profeti: tutti uomini ai quali Dio affida una causa importante.
Anche nel primo dei quattro poemi di Isaia – che la liturgia di oggi propone – il servitore di Dio appare dotato di un compito straordinario: è chiamato a portare il diritto di Dio alle nazioni. Il diritto, qui, ha il significato di salvezza, legge che fa vivere. Il servo si rivolge agli esseri umani che hanno bisogno di liberazione, perché è inviato a restituire la vista ai ciechi, la libertà ai prigionieri, la dignità ai poveri. Si è discusso molto sull’identità storica di questo personaggio, ma in fondo, più importante della sua identità, è la sua missione liberatrice, destinata a tutti coloro che sperimentano sulla loro pelle asservimento e abbandono.
Il testo, però, non si ferma qui. A questa superba missione si contrappone la fragilità del personaggio chiamato a espletarla: il servitore è un profeta disarmato, senza appoggi umani, rivestito solo della fragilità della Parola. È chiamato a svolgere un compito sublime, in cui s’intrecciano la volontà salvifica di Dio, il limite umano, e l’incognita delle reazioni. La sua non è affatto una Parola rinunciataria, ma è lontana dai trionfalismi e dalle casse di risonanza mondane che ne amplificano la portata. Si tratta di una Parola che non scende a compromessi e che non viene negoziata o svenduta, ma che non si impone con la forza, né è asservita ai potenti di turno per motivi di calcolo personale, politico o sociale. Molti annunciatori della parola sono mercanti e hanno bisogno di consenso per entrare nel mondo che conta. Il servo, invece, ha la forza dei miti: non grida, perché la Verità non ha bisogno di una voce alta e imponente per farsi strada e non cerca scorciatoie per essere acclamato dalle piazze. Si rivolge ai piccoli e ai poveri, che stanno per spegnersi o per spezzarsi, sottoposti come sono all’urto di violenze imposte dalla vita e da coloro che contano: situazioni troppo pesanti per le spalle dei poveri.
Entrerà nel regno dei fabbricanti di morte disarmato, indossando l’unica corazza in grado di sconfiggere la morte: l’amore. Perché solo l’amore è più forte della morte, e solo l’amore possiede la capacità di far germogliare il deserto e far lievitare il negativo della vita.
Il Vangelo: Mt 3,13-17
La vicenda di Gesù s’intreccia indissolubilmente con quella del servo di JHWH. Il brano evangelico, infatti, presenta le prime parole che, secondo Matteo, Gesù pronuncia rivolte al Battista, al momento del battesimo: «Lascia per ora, perché così adempiamo ogni giustizia». Che questa dichiarazione sia importante è evidente non solo dal fatto che è la prima parola di Gesù in Matteo, ma anche dalla centralità che il tema del compimento della giustizia riveste nel Primo Vangelo. Il contesto battesimale, in cui essa viene proferita, fa in modo che queste parole diventino una sorta di epigrafe, che permette di identificare Gesù e la sua missione.
A Giovanni, che non intende battezzare una persona più degna di lui, Gesù lascia intendere che questo fa parte della giustizia di Dio, ossia del suo disegno salvifico. Le rimostranze del Battista erano dettate da una comprensione distorta del Regno, quasi che esso potesse somigliare a una palazzo reale dove vige la logica del “più degno” e del “più grande”. Ad essa Gesù contrappone, invece, la prospettiva del Messia mite e umile, che intraprende un progetto paradossale, mettendosi in fila con i peccatori, per essere battezzato da Giovanni. Alla scalata verso l’alto Gesù oppone il cammino verso il basso; a una comunità cristiana che si lascia irretire da una logica mondana, impregnata di presunzione e di ricerca dei primi posti, Gesù oppone la logica del Regno dove il primo è colui che serve.
I simboli dell’evento battesimale manifestano l’assenso di Dio alla scelta del Figlio che vuole percorrere le strade dell’uomo come Messia umile e mite, fratello dei piccoli e solidale con i peccatori. Mediante l’apertura dei cieli e lo Spirito che discende come una colomba Matteo vuol mettere in evidenza questo assenso paterno alla scelta del Figlio. Infatti, l’immagine della colomba rende in maniera sublime il mistero di un Dio inaccessibile, eppure presente come nessun altro. Nell’Antico Testamento e nel Giudaismo lo Spirito non viene mai presentato con l’immagine della colomba, e tuttavia, nella Genesi, il suo movimento viene paragonato a quello di un uccello (cf. Gen 1,2). Tant’è vero, che un testo rabbinico parla dello Spirito come di un volatile «che aleggia sopra i suoi piccoli, vicino, senza toccarli». Dio si rende presente, dunque, in maniera certa anche se misteriosa.
La voce dal cielo che proclama: «Tu sei il mio figlio amato» è la conferma di questa presenza del Padre, che accompagnerà il cammino del Servo sulle strade dell’uomo. La discesa nell’acqua e la risalita – che nell’antichità contrassegnava il rito del battesimo – riflette profondamente questa verità di Dio e dell’uomo, una verità che Cristo ha incarnato nella sua vita e che il battesimo ha prefigurato: l’amore solidale, che scende nell’abisso dell’esistenza malata e segnata dal peccato, per ricondurre l’essere umano alla sua dignità.
È per questo che Matteo, nel suo vangelo, mostrerà Gesù commensale dei pubblicani e dei peccatori e, nel bel mezzo della sua opera messianica (Mt 8,17), inserirà un brano del quarto canto del servitore: «ha preso le nostre debolezze e ha portato le nostre infermità» (Is 53,4). Un Messia, Figlio di Dio, che diventa impotente e si mette in fila con i più fragili tra i figli degli uomini, caricandosi delle loro debolezze, è qualcosa d’inimmaginabile alla sapienza umana che cerca invece dominio e potere. Ma questo è il biglietto da visita del Dio cristiano: l’impotenza ha il potere di salvare, quando è una scelta d’amore.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










