Il tema della Domenica
La domanda che sta in primo piano in questa domenica che inneggia alla basilica madre di tutte le chiese risuona provocante e potrebbe essere posta così: «dove abita Dio?» oppure, ancora meglio: dove incontriamo il «Tu» di Dio? Quale soglia dobbiamo attraversare? Esiste davvero un luogo, un tempio dove Dio abbia posto la sua dimora e dove l’essere umano possa incontrarlo? E ancora: Dio abita veramente dove gli esseri umani lo cercano? E come si chiama questo luogo? Gerusalemme, San Pietro, Lourdes, Medjugorie,… oppure è una casa comune, un marciapiede, una strada, un crocevia…? Le letture di questa domenica vogliono introdurci in questa importante tematica, che potrebbe essere letta anche come punto d’approdo dell’anno santo.
Prima lettura: Ez 47,1-2.8-9.12
La prima lettura ci presenta una delle pagine più belle del libro di Ezechiele. Il profeta che aveva accompagnato il suo popolo nell’esilio di Babilonia, dopo aver assistito alla caduta di Gerusalemme e alla distruzione del tempio e della terra (cc. 1-38), nella seconda parte del suo libro annuncia il ristabilimento del popolo sulla terra, con la restaurazione del paese, della città santa e della casa di Dio (cc. 34-48). Dove prima era solo deserto e aridità ora invece zampilla di nuovo una sorgente d’acqua, simbolo di vita. Il tempio diventa così una sorgente che vivifica il mondo, perché un tempio diventa sorgente solo quando si espande. L’acqua deve fecondare la terra e non rimanere nel tempio, perché un’acqua che rimane nella ritualità delle funzioni sacre e nella purità rituale, lontana dalle fatiche quotidiane, diventa stagnante. Il tempio è troppo piccolo per contenere Dio e la sua sapienza. Lo aveva intuito già Salomone, dopo aver costruito il primo tempio a Gerusalemme: ecco i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ti ho costruita (1 Re 8,27).
L’essere umano è sempre tentato di costruirsi un Dio a propria immagine e somiglianza e di porlo in un luogo, a portata di mano. L’anelito di avere Dio presente e vicino può trasformarsi in una tentazione subdola: voler assicurarsi la sua protezione, magari addomesticandolo con qualche funzione religiosa e qualche rito sfarzoso. L’uomo ha bisogno sempre di toccare un Dio che lo rassicuri: ha paura del mistero perché questo sfugge alla sua immaginazione; vuole garantirsi l’assistenza dell’Onnipotente, riducendolo alla propria misura, costringendolo entro muri di pietra e limitandone, in qualche modo, la libertà di azione. Una tentazione che si annida nelle donne e negli uomini religiosi: rinchiudere Dio nei recinti delle istituzioni e del sacro, per poterne, in qualche modo, disporre. Ezechiele presenta un’altra prospettiva: dal tempio esce un’acqua viva e vivificante che si irradia nel vissuto quotidiano, un’acqua che feconda la terra arida del mondo e fa sì che la terra deserta diventi di nuovo un giardino, come all’origine del mondo. Una visione poetica dunque, ma che racchiude una dimensione molto realistica e un compito preciso consegnato soprattutto ai responsabili civili e religiosi di ogni tempo, che Ezechiele aveva attaccato con violenza nelle pagine precedenti: «non trasformate la terra di Dio in un immenso deserto!».
Il Vangelo: Gv 2,13-22
L’azione simbolica di Gesù nel tempio, che Giovanni pone all’inizio della missione (a differenza dei Sinottici che la pongono invece alla fine) va nella stessa direzione. Il tempio non è il luogo per mercenari che comprano e vendono, trafficando soldi e interessi propri, ma è il corpo incarnato del Verbo, il vero tempio che gli uomini non possono distruggere. La visione giovannea ci libera dalle chiusure dei recinti sacri e ci porta dove pulsa la carne del Verbo fatto carne, come Giovanni aveva annunciato nel prologo. Non esiste una storia sacra (che l’essere umano vive nelle celebrazioni del tempio) e una storia profana (che l’essere umano vive sulle strade della vita). Esiste una sola storia: la storia di donne e uomini che faticano e lottano, sperimentando sulla propria pelle speranze e fallimenti, gioie e angosce… Esiste una sola storia: la storia dell’essere umano con i suoi sospiri e le sue lacrime… è lì che Dio si lascia incontrare come esprime eccellentemente il Vangelo di Giovanni dicendo che il Verbo è venuto sulla terra a contare i giorni. Dietrich Bonhoeffer esprime egregiamente tutto questo quando scrive: «Dio diventa uomo, vero uomo… Dio ama l’uomo, Dio ama il mondo; non un uomo ideale, ma l’uomo, così com’è; non un mondo ideale, ma il mondo reale. L’uomo e il mondo nella loro realtà, che a noi paiono abominevoli per la loro empietà e da cui ci ritraiamo con dolore e ostilità, sono invece per Dio l’oggetto di un amore infinito… Mentre noi cerchiamo di superare la nostra umanità e di lasciarcela indietro, Dio diventa uomo». Dio ha voluto incarnarsi nella vita cocente dell’uomo con le sue gioie e i suoi successi, le sue preoccupazioni e le sue disobbedienze, Sulla via gli uomini e le donne vivono impigliati nelle crisi, annegati nella colpa; la loro via percorre sentieri di luce e di tenebra… Ma Dio va incontrato lì, nella liturgia della vita e della morte che ogni giorno si celebra sulle nostre strade. L’autore della Lettera agli Ebrei, parlando della liturgia di Gesù e mettendola a confronto con la liturgia del tempio dice qualcosa di profondamente innovativo e provocante: nei giorni della sua vita terrena Gesù offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime… (Ebr 5,7-8). L’autore aveva criticato prima il culto esteriore del tempio che, con tutte le sue funzioni e i suoi rituali, non aveva la forza di raggiungere la comunione con Dio, di rinnovare il cuore dell’uomo. È la vita il luogo dell’incontro, la liturgia dell’esistenza, fatta di grida e lacrime, l’unica in grado di ristabilire una vera comunione con Dio. È lì che abita Dio. Notate come l’autore della lettera agli Ebrei non parli qui solo del momento del Getsemani, ma di tutta l’esistenza terrena di Gesù, intrisa di grida e lacrime.
Dobbiamo confessarlo: spesso le nostre liturgie si svolgono ai margini della vita: non vanno alla radice, non toccano il cuore. Sono rituali che ripetono vecchie cantilene consolatorie senza la capacità di coinvolgere la storia dell’uomo, con i suoi fallimenti, le sue angustie e le sue speranze. Le nostre liturgie sono spesso eventi abitudinari e marginali, che dispensano doni preziosi a buon mercato, per gente appagata che vuole solo un sistema di vita più o meno garantito dal sacro. Dovremmo imparare a celebrare la liturgia fuori dell’accampamento… «Usciamo dall’accampamento…», esorta ancora l’autore della lettera agli Ebrei alla sua comunità (Ebr 13,12-13). Fuori dell’accampamento, fuori delle mura della città e del tempio, Gesù è stato crocifisso ed è morto. Uscire dall’accampamento significa incontrare lui e tutti quelli che, come lui, sono «fuori»: i crocifissi, gli scartati, gli invisibili, i senza terra… quelli per i quali la speranza ha un contenuto elementare che si chiama pane da mangiare, acqua da bere… Non a caso Matteo presenta come luogo dell’appuntamento con Dio la carne degli affamati, degli assetati… insomma dei crocifissi: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36). In conclusione, direi che non basta domandarsi «dove abita Dio?». Bisognerebbe farsi un’altra domanda: «dove vado io a cercare Dio?». Un racconto rabbinico narra di un rabbi che chiese ai suoi discepoli: «Dove abita Dio?». I discepoli rimasero interdetti, perplessi e balbettando risposero: «Tu domandi a noi rabbi? Dio abita in cielo, in terra, negli abissi, in ogni luogo…». E il rabbi, di rimando: «Dio abita lì, dove lo si lascia entrare».
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










