Il tema della Domenica
Uno studioso ha descritto i Vangeli come “racconti della passione con un’ampia introduzione”. In effetti, si rimane meravigliati dello spazio che occupano i due giorni della passione e morte di Gesù, rispetto agli anni della sua predicazione. Eppure, paradossalmente, il mistero della croce si è allontanato dal nostro orizzonte cristiano e, forse, anche dal nostro insegnamento ecclesiale, proiettati come siamo alle opere socialmente utili, all’impegno politico, alla costruzione di una città a misura d’uomo… Valori autentici, intendiamoci, ma che non possono prescindere da una profonda comprensione del significato della croce nella vita di fede e nella vita quotidiana, con i suoi abissi di tenebra e di vuoto, di inconsistenza e di abbandono.
Una riflessione sulla croce di Gesù non significa però “dolorismo” emozionale o malsano senso di rassegnazione di fronte al male. La croce di Gesù, così come ci viene presentata dai Vangeli, costituisce il senso profondo dell’esistenza umana, ed è in questa ottica che va letta la passione secondo Matteo.
Il Vangelo: Mt 26,14-27,66
La croce di Gesù dice anzitutto che ogni vita conosce la presenza di Dio dentro l’esperienza di abbandono e di assenza. Matteo (come Marco) parla delle tenebre che avvolsero la terra «dall’ora sesta fino all’ora nona» e del grido di Gesù che, a gran voce, esclamò: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Per l’evangelista, dunque, la passione e morte di Gesù è anzitutto tenebra e giudizio. Gesù appare solo e abbandonato: neanche Dio risponde al suo grido. Nella sua persona esperimenta la riprovazione degli uomini, il tradimento degli amici, ma anche l’abbandono di Dio. Sembra di ascoltare le grida di milioni di uomini che chiedono, come lui, «perché ci hai abbandonati?». Ed ecco che, improvvisamente, quando la vita si è ormai spenta e tutto sembra finito, la voce di un centurione pagano proclama: «Quest’uomo era veramente figlio di Dio». Un cambio di prospettiva radicale, perché l’atto di fede di un pagano testimonia che in quell’uomo condannato, in quell’uomo solo e abbandonato, in quelle tenebre… abita Dio. Viene alla mente il primo libro dei Re: «Dio ha voluto abitare in una nube oscura» (8,12). Questo significa che anche le tenebre testimoniano la presenza e la fedeltà di Dio, la sua estrema solidarietà con l’uomo.
La morte di Gesù come un malfattore attesta, dunque, che l’amore di Dio trova la strada per arrivare fino alla morte del colpevole, e la morte di Gesù come un uomo abbandonato testimonia che l’Amore non abbandona l’uomo nemmeno là dove egli dispera per l’abbandono di Dio. Se Gesù muore in un inferno di peccato e di solitudine, e se in quel momento Dio è presente, allora significa che nessun inferno ha il potere di lasciare Dio fuori della sua porta. Proprio come recita una vecchia preghiera della chiesa ortodossa: «Tu sei venuto a cercare Adamo sulla terra, ma non ve lo hai trovato e allora sei sceso negli inferi». E difatti, nel Credo apostolico, noi professiamo: «Morì, fu sepolto, discese negli inferi e il terzo giorno risuscitò». Un altro testimone, nostro contemporaneo, ha lasciato scritto: «Oh quanti cercate, state sereni. Egli per noi non verrà mai meno e lui stesso varcherà l’abisso» (Turoldo). Nessun uomo potrà mai disperare dell’incontro con Dio, anche quando avesse fatto della sua vita una vita d’inferno. Dio stesso varcherà l’abisso, perché egli non ha paura dei nostri inferni.
La passione di Gesù secondo Matteo mette in luce ancora un secondo aspetto che illumina e approfondisce il primo. Tra gli evangelisti, soprattutto Matteo presenta Gesù che sceglie in totale libertà la strada dell’umiliazione perché risponde al piano del Padre. La frase «avvenga secondo il tuo Progetto» – che Gesù pronuncia nel Getsemani – non è rassegnazione agli eventi, ma scelta della strada tracciata da Dio il quale, anche nell’umiliazione suprema, mostra sempre il suo volto di Padre: «Padre mio, se questo non può passare senza che lo beva, avvenga secondo il tuo Progetto».
Agostino ha affermato che l’alternativa radicale, davanti alla quale fu posto il Figlio di Dio nella sua vita, fu «l’amore di sé fino alla dimenticanza di Dio o l’amore di Dio fino alla dimenticanza di sé». In queste parole trovo il senso pieno della croce, che va letta nella prospettiva del Figlio dell’Uomo «venuto per servire e per dare la sua vita in riscatto per la moltitudine» (Mt 20,28). Essa rivela l’amore di un Dio che arriva fino alla dimenticanza di sé per sposare la causa dell’uomo.
La croce, dunque, nella visuale cristiana, non è essenzialmente limite, ma amore, solidarietà con le vittime della menzogna e della violenza umana, fiducia nella potenza di Dio, che si manifesta nell’impotenza di chi si lascia crocifiggere per amore. Ciò significa che essa è anzitutto il segno del dono di un Dio che non esige e non schiaccia, ma che salva l’uomo facendosi suo fratello nella debolezza e nel peccato. Bonhoeffer amava ripetere che Dio ci ha salvato non in virtù della sua potenza, ma in virtù della sua impotenza. L’etica dominante è dalla parte del successo personale e non della croce; il Vangelo, invece, pone al centro della vita l’amore crocifisso. Credere in questo amore significa credere che, nel nostro vissuto quotidiano, esiste un altro ordine di verità. La croce mostra l’altra faccia delle cose: dice che la vittoria è nell’oblazione e non nella riuscita dei propri progetti e che la salvezza dell’uomo è fondata non sul piedistallo delle diplomazie o della sapienza mondana, ma sulla «pietra che i costruttori hanno scartato». In questo senso, la croce mette in crisi l’ottica del successo come garanzia di verità. Questo significa che il volto di un Dio crocifisso ci obbliga a mettere continuamente in discussione le immagini che noi ci siamo fatte di lui. Per questa ragione la Bibbia non permette di rappresentare in alcun modo JHWH, perché la sua vera e unica immagine è l’uomo vivente e, per i cristiani, il Vivente che muore sulla croce. È proprio per questo che Matteo, nella grandiosa pagina del giudizio universale, sottolinea con forza l’identità del giudice glorioso con i crocifissi della terra: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, ero infermo e mi avete visitato, prigioniero e siete venuti da me…». Fino alla fine del mondo Cristo si lascerà incontrare sotto queste spoglie e sarà riconosciuto solo da chi ha fatto una scelta d’amore.
Prima o poi, ogni vita si trova davanti al bivio evocato da Agostino: o si opta per la via del dominio e della prevaricazione dell’uomo sull’uomo o si sceglie la via del servizio. Si tratta della scelta-prototipo o, se vogliamo, della tentazione originaria: quella di Adamo, certo, ma anche quella di Cristo e di ogni essere umano: o si vive dando il primato a sé stessi e al proprio «ego», o si vive dando il primato al volto di Dio impresso nel volto del crocifisso. La risurrezione passa per una sola via, che è la via dell’amore.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










