Commento alla Parola per la I Domenica di Quaresima /A – 22 febbraio 2026

Il tema della Domenica

Oggi inizia il percorso quaresimale che ci porterà alla Pasqua e le tre letture proposte dalla liturgia hanno lo scopo di porre l’uomo credente davanti a Dio, a sé stesso e all’altro, con un invito pressante a ritornare alle origini, al senso della vita e del cammino che ognuno è chiamato a compiere.

Prima lettura: Gen 2,7-9; 3,1-7

Il racconto della creazione e del peccato – così come ci è presentato in Gen 2-3 da quella grande scuola identificata come la scuola jahwista – ha conosciuto nei secoli diverse interpretazioni, non prive di problemi e polemiche. Oggi, grazie all’acquisizione di una chiave ermeneutica più appropriata, siamo in grado di capire che esso non va letto alla luce di principi storici o filosofici. Attraverso un linguaggio mitico e sapienziale, i primi capitoli della Genesi intendono esprimere il senso del mondo e dell’essere umano in un’ottica di fede, ritornando agli interrogativi fondamentali: da dove veniamo? chi siamo? dove andiamo? Non ci viene presentata la storia di un uomo chiamato Adamo, ma la storia dell’essere umano, di ogni essere umano (uomo e donna) che si pone alla ricerca delle proprie radici, per capire il senso della vita e della morte, del dolore e del peccato. Ed è proprio qui che la Bibbia si differenzia dai grandi miti dell’Oriente antico. Nell’Enuma Elish (grande poema mesopotamico anteriore alla Bibbia), ad esempio, l’uomo viene creato dagli dei con un impasto di argilla e di sangue: la creta della terra e il sangue di un dio ribelle ucciso in una faida.

Comparata con questo antico racconto, la narrazione biblica porta una carica teologica di ben altro spessore. L’uomo viene creato con l’argilla (perché fragile), ma anche con «l’alito di vita» che ha origine da Dio. L’uomo si trova ad essere piccolo e inconsistente, come la polvere del suolo; ma anche grande e ineguagliabile in dignità: poco meno di Dio, dirà il salmista (Sal 8). Il verbo plasmare, utilizzato dal narratore per descrivere la creazione dell’uomo, è lo stesso che Isaia adopererà nel primo versetto del capitolo 43 per sottolineare la cura amorosa di Dio verso il suo popolo, l’attenzione alle sue sofferenze, la premura per il suo destino. L’uomo è creato per un progetto d’amore, destinato a una pienezza, in comunione con il suo creatore, con sé stesso e con l’altro/a.

Il peccato rompe questa comunione e l’ideale di umanità voluto da Dio. Il racconto di Gen 3, costruito con grande finezza teologica e psicologica, mostra essenzialmente come Dio, l’amico dell’uomo e della donna, viene ad un tratto percepito come rivale e concorrente. Ciò avviene per una distorsione dei fatti che ha la sua origine nel tentatore, il serpente, figura mitologica, particolarmente adeguata a rappresentare il seduttore. Infatti, nella vita quotidiana di Israele, a Canaan, il serpente aveva uno stretto rapporto con i riti di fertilità e con la prostituzione sacra, in auge tra le popolazioni indigene della Palestina; tutte cose da cui il popolo di Dio era particolarmente attratto. Ma, dietro il linguaggio mitologico, abbiamo un messaggio ricco e penetrante: l’uomo si lascia ingannare dagli idoli e la legge di vita – che Dio aveva dato perché egli fosse felice sulla terra insieme alla sua compagna e agli altri esseri – viene vista come l’imposizione di un despota geloso, che intende mortificare la sua creatura. Una parola di pienezza viene percepita come frustrante. È un rovesciamento della logica e del fine per cui Dio aveva creato l’essere umano: rovesciamento che avviene, di fatto, in ogni tentazione e in ogni caduta. In effetti, il peccato è sostanzialmente questo: credere negli idoli più che in Dio, affidarsi alle parole fallaci delle promesse idolatriche piuttosto che alla promessa del Dio vero.

Le battute finali del racconto sono di una semplicità e profondità sconcertanti: «si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi». La storia finisce con la rottura dell’armonia originaria. L’intimità e l’autenticità dei rapporti lasciano il posto alla vergogna e alla paura.

Il Vangelo: Mt 4,1-11

Le tentazioni di Gesù, raccontate da Matteo, ci offrono la chiave per uscire dalla sconfitta e dalla paura in cui l’essere umano si era rinchiuso – e continua a collocarsi – a motivo del peccato. Anche il racconto di Matteo contiene diversi simboli, che vanno letti come tali, sapendo, però, che essi non annullano la verità ma, anzi, le conferiscono una profondità maggiore, che le semplici parole umane non riescono a esprimere.

Il primo grande simbolo è il deserto, che nella Bibbia assume più significati: luogo di castigo e di morte, di prova e di intimità. È in questi ultimi due significati che esso appare nel Vangelo odierno. Trasportato nel deserto, Gesù viene tentato, come il suo popolo prima di lui (Dt 8) e come ogni essere umano quando, privato del conforto e della protezione dei tempi “normali”, si ritrova – per una qualsiasi ragione – solo con sé stesso. La prova, però, può diventare spazio di verità e autenticità, perché essa rivela l’uomo a se stesso, ponendolo davanti alla sua provvisorietà e alla sua connaturale precarietà. Nel deserto ci si scopre piccoli e bisognosi. In una terra non seminata, in un ambiente ostile e assetato, in cui lo sforzo non produce e l’efficienza non paga, si torna – privi di certezze – agli interrogativi fondamentali dell’esistenza e, soprattutto, a quelle relazioni che fanno vivere.

Il racconto della tentazione di Gesù nel deserto fa conoscere cosa alberga nel profondo del cuore: nell’intimo del Figlio di Dio, ma anche nell’intimo di ogni uomo. La tentazione – perché le tre si riducono fondamentalmente a una sola – concerne sempre la relazione con Dio. Non a caso, il racconto è posto dai sinottici subito dopo il battesimo, che intronizza Gesù come Unto del Signore, Figlio di Dio. La prova concerne la sua natura di “Figlio” e, dunque, la sua relazione con Dio. Accade a Gesù quanto era già accaduto ad Adamo e al popolo di Israele nel deserto. L’interrogativo nella prova è sempre lo stesso: che cosa fa vivere l’uomo? Di che cosa l’uomo ha veramente bisogno? A questa domanda Adamo aveva risposto, sfiduciando Dio in nome dell’idolo. Il figlio di Dio Israele – che dalla schiavitù era stato sollevato nel deserto «su ali di aquila» per essere condotto in una terra di libertà – risponde allo stesso modo. Per avere la vita, sceglie ancora una volta gli idoli e si costruisce un vitello d’oro affidando ad esso il senso della sua esistenza. Lo aveva capito bene Dostoevskij quando, nella leggenda del grande inquisitore, mette sulla bocca di uno dei personaggi una crudele verità: l’uomo non cerca Dio, ma il pane, il miracolo e il potere. L’uomo cerca ciò che lo rassicura e pensa che l’idolo possa placare la sua sete.

Gesù addita una via completamente opposta: nel deserto – dove l’essere umano sperimenta la sua estrema precarietà – Gesù rifiuta una fede a buon mercato che soggioga l’uomo per obbligarlo a credere. Diabolos deriva da un termine greco (dia-ballo) che significa dividere, distogliere e il dia-bolos è colui che cerca di separare l’uomo da Dio, presentandogli altre strade di salvezza, più appariscenti, più comode. Gesù invece non si allontana dal progetto del Padre e non favorisce una fede che soggioga con i miracoli e l’onnipotenza, una fede che si nutre di sensazioni e di idoli. Rifiuta la logica del successo e del potere in ogni grado e forma, perché ciò che conta non è la riuscita, ma la fedeltà.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano