Il tema della Domenica
Nel commento natalizio alla pagina di Isaia – riproposta dalla prima lettura di quest’oggi – affermavo che Dio irrompe tra le macerie della storia umana, per dare un senso nuovo e una nuova dignità a chi non trova più la strada. La seconda lettura e il vangelo di questa domenica offrono di nuovo l’opportunità di riflettere sul tema, partendo da altri punti di vista.
Seconda lettura: 1 Cor 1,10-13.17
Nella prima lettera ai Corinti, dopo l’intestazione e il ringraziamento, Paolo affronta il primo dei problemi esistenti in questa vivace comunità, dove le divisioni erano tante e dovute a diversi fattori. L’esortazione prende spunto da un problema concreto, di natura circoscritta e pastorale, ma – come sempre – l’apostolo guarda più lontano, cercando diagnosi e terapie che vanno alla radice del male, lì dove i cristiani trovano – o dovrebbero trovare – la ragione ultima del loro essere nel mondo. L’armonia tra i membri della comunità di Corinto potrebbe sembrare, tutto sommato, un affare di poco conto. E invece è un problema serio, che riguarda tutti, perché la difficile relazione tra culture e storie personali si ripete costantemente, nelle comunità laiche come in quelle ecclesiali, mettendo in pericolo la convivenza civile e la fede.
Quando degli esseri umani si trovano insieme, immediatamente si attivano meccanismi di attacco e di difesa. Ciascuno cerca il suo posto di combattimento, il piedistallo sicuro da cui poter scrutare l’altro, l’appoggio umano più potente per esibire le credenziali al momento opportuno. A Corinto accadeva quello che accade in ogni comunità umana: la ricerca dei primi posti, sul piedistallo di un apostolo instancabile come Paolo, di un’autorità indiscussa come Pietro o di una feconda arte retorica come poteva essere quella di Apollo. Le divisioni personali e comunitarie hanno radici profonde, ma si manifestano quasi sempre in partiti contrapposti che, sulla base di pretesti apparentemente dignitosi, nascondono personalismi e mire molto più volgari.
Di fronte a questa situazione, Paolo va alla radice del problema, contrapponendo alla sapienza mondana, che cerca la propria affermazione, la logica della croce, che i credenti in Cristo hanno fatto propria nel battesimo. Paolo, Pietro, Apollo, uomini e istituzioni possono diventare strumenti idolatrici della hybris/tracotanza dell’essere umano, dell’orgoglio e della presunzione originale, che alberga nel cuore. Il cammino religioso porta spesso a creare degli idoli, in cui porre la totale fiducia, idoli che rispondono al Dio che ci siamo fatti a nostra immagine e somiglianza. Di fronte a questa costante tentazione, Paolo ricorda il centro: la salvezza ci è venuta da un Dio che è morto per noi, da una croce che non è uno strumento di affermazione, ma un segno di un amore totale e gratuito. La croce distrugge ogni presunzione umana di sapienza e ogni illusione di trovare nell’uomo il fondamento della propria vita. Il “guai all’uomo che confida nell’uomo” ha per il cristiano questa fondamentale verità: la salvezza viene da Cristo e solo da lui. La fede in Cristo crocifisso non è la prelibatezza dopo il pane, ma è il pane stesso, che non permette all’uomo di fede di trovare la sua sussistenza altrove. Perché tutto ha senso quando Cristo è al centro; ma se egli non è al centro, non è da nessuna parte e la vita religiosa rischia di diventare una ricerca idolatra, che divinizza uomini e istituzioni, attimi fuggenti e glorie effimere. È davanti a un amore crocifisso che gli idoli inventati dall’uomo diventano “sordi e muti”: non dicono nulla e nulla potrebbero dire, perché solo Dio rimane.
Il Vangelo: Mt 4,12-23
Anche il Vangelo presenta la centralità di Gesù e il senso della vita che l’uomo trova alla sua sequela. Nel racconto di vocazione delle due coppie di fratelli, è Gesù il protagonista del racconto. Tutto avviene grazie al suo passaggio, tutto è messo in movimento dalla sua parola. L’ingresso nella cerchia di un Rabbi avveniva, di solito, per iniziativa del discepolo, che sceglieva il suo maestro. Qui, invece, è Gesù che chiama a condividere la sua vita.
La sua chiamata, però, s’inquadra nell’ordinarietà degli eventi: nessuna voce roboante, nessun segno straordinario, nessun contesto di sacra misteriosità. All’uomo ammaliato dal successo e abituato a pensare Dio in termini di onnipotenza, può persino dar fastidio tanta povertà di mezzi, tanto ordinario procedere dell’eterno dentro gli spazi angusti dell’uomo. Ma questo, nella Bibbia, è una costante: il luogo dell’epifania di Dio è la storia ordinaria, con le vicissitudini e le pesantezze del quotidiano. All’essere umano che, nella ricerca di Dio, anela prodigi e sensazioni straordinarie, il testo evangelico ricorda che il Regno di Dio non arriva nel sensazionale, in modo da attirare gli sguardi e in modo che si possa dire con certezza «è qui, è lì»; agisce, invece, nella trama del quotidiano, nella fatica giornaliera della scoperta di senso.
Gesù chiama al rapporto personale: «Venite dietro a me!» Ai chiamati non viene presentato, anzitutto, un programma da eseguire, una legge da osservare, una catechesi da impartire. Si tratta di stabilire un rapporto personale, uno stare con lui, condividendone le gioie e i problemi, i successi e il fallimento. Sappiamo quanta fatica è costata a Gesù l’educazione dei suoi discepoli. Cercheranno sempre dell’altro, mentre la sequela significa anzitutto stare insieme, condividendo la vita. Una vecchia tradizione rabbinica, parlando di Rabbi Hillel e Rabbi Aqiva, sostiene che essi servirono i maestri per 40 anni prima di dedicarsi, per altri 40, alla guida del popolo d’Israele. Quasi a dire che soltanto un lungo tirocinio relazionale con il maestro abilita ad essere guide. Anche i discepoli di Gesù dovranno imparare che la sequela del Messia significa anzitutto servire. Diventeranno sì pescatori di uomini, ma solo dopo aver imparato dal Maestro che questo significa amare l’uomo, fino a scendere con lui negli abissi dove l’essere umano ha la sua dimora. Dovranno apprendere la logica di Dio, che non è la logica del più grande, ma quella del Messia mite e umile (Mt 11,29), che sceglie, come suoi fratelli, “i più piccoli” fra gli uomini: gli affamati, i malati, gli stranieri, i carcerati… (Mt 25,31-46). Si fa fatica a capire questo paradossale capovolgimento operato dall’ingresso del Regno nella vita dell’uomo, ma la sequela di un Messia crocifisso richiede la disponibilità totale a un cambiamento radicale.
Il racconto continua notando che, di fronte alla chiamata di Gesù, i discepoli, abbandonata ogni cosa, «all’istante, lo seguirono». Meraviglia questa adesione incondizionata e totale alla parola di Gesù, perché, nel corso del Vangelo, l’evangelista non nasconderà la debolezza dei seguaci, definiti spesso oligopistoi, un termine greco – tipico di Matteo – che mette in evidenza la fragilità della loro fede. Lo stesso Pietro che, dopo un momento di generosa adesione, aveva dubitato di Gesù e del suo potere di salvarlo, si sentì rivolgere il rimprovero: «perché hai dubitato, uomo di poca fede?» (14,31).
Nonostante il fervore iniziale, dettato dalle illusioni giovanili, la loro sequela rimane sostanzialmente ancorata all’attesa umana di un messia vittorioso. A poco a poco, invece, dovranno imparare che seguirlo vorrà dire accompagnarlo sul suo cammino di profeta contestato e rifiutato. Perché l’eroismo di una vita non si misura sull’eccezionalità di un gesto, ma sul coraggio quotidiano di proseguire il cammino, nonostante le smentite della vita.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano









