Il tema della Domenica
La terza domenica di avvento si sofferma su un tema importante e, per certi versi, provocatorio. All’uomo frettoloso di oggi, all’uomo del “tutto e subito” e delle tappe bruciate, la parola di Dio ricorda quanta verità si nasconda nell’attendere e quanto forte sia l’uomo che sappia leggere i tempi dell’attesa come tempi della vita.
Prima lettura: Is 35,1-6a.8a.10
Il cap. 35 di Isaia, da cui è tratta la prima lettura, è stato forse composto nel periodo dell’esilio o dell’immediato post-esilio: tempo di angoscia e umiliazione per Israele, segnato dalla delusione non solo delle speranze umane, ma di Dio stesso e delle sue promesse. Le mani fiacche e le ginocchia vacillanti costituiscono una significativa metafora per sottolineare un popolo allo stremo, assalito dalla paura e ingabbiato nello sconforto. Le speranze di un regno duraturo e invincibile erano state sotterrate dal re di Babilonia e da un dio straniero, rivelatosi inaspettatamente più forte di Jhwh. È a questo popolo sfiduciato che il profeta offre un’altra chiave di lettura del presente e del futuro.
L’invito a gioire è posto all’inizio e conferisce il tono a tutto il brano, con una serie di verbi e di messaggi di consolazione che si rincorrono. Dapprima si descrive la trasformazione della natura e, subito dopo, quella del popolo: la vegetazione del deserto, trasformata, prepara l’accoglienza del popolo pellegrino, che ritorna sulla terra dopo cinquant’anni di esilio a Babilonia. La terra del nemico distruttore diventa un deserto, al contrario della terra di Israele trasformata in un paradiso; la steppa di Giuda si ammanta di fiori e l’arida regione dove lo sciacallo ha la sua tana lascia il posto a una terra ricca di sorgenti d’acqua.
Al pari della natura, anche il popolo è coinvolto in una profonda trasfigurazione: non dovrà più temere la malattia e la morte, perché Dio guarirà tutte le infermità. Davanti a lui, nel deserto – luogo di paura e di morte – si aprirà la strada del ritorno, la strada della speranza, che porterà di nuovo in patria coloro che il Signore «ha riscattato», gli uomini che Dio ha liberato.
Si dice che i poveri abbiano bisogno di sognare e forse qualcuno potrebbe leggere così l’orizzonte paradisiaco che il profeta presenta in questa pagina. Del resto, sappiamo di certo che il ritorno di Israele in patria si è svolto in termini meno poetici di quelli descritti da Isaia. E tuttavia, il futuro diverso non è il sogno illusorio di un popolo ormai allo stremo. La metamorfosi di cui si parla coinvolge Dio e la sua Promessa, che non viene meno. Il profeta vuole ribadire la fedeltà divina, malgrado le situazioni di abbandono e di morte. C’è una Presenza anche là, dove Dio è assente. Se Dio è fedele, il credente è chiamato a leggere la realtà – ogni realtà – alla luce di un Amore che non viene meno. E questo vuol dire che la Promessa divina resiste anche in mezzo alle contraddizioni. Abramo stesso dovette sperimentarlo: a una notte piena di stelle fece seguito una notte buia, quando gli venne chiesto non un figlio qualsiasi, ma il figlio della Promessa. Il credente è chiamato a leggere la crescita del Regno e la realizzazione della Promessa, anche là dove il seme gettato sta per morire, perché Dio non esaudisce tutti i nostri desideri, ma mantiene le sue Promesse (Bonhoeffer).
Seconda lettura: Giac 5,7-10
Il passo della lettera di Giacomo, con l’immagine del contadino, permette di aggiungere ulteriori considerazioni al tema dell’attesa. L’agricoltore, infatti, è un uomo che sa aspettare; soprattutto in Israele, dove la competizione contro il deserto che avanza e carpisce la speranza, è una lotta quotidiana. L’agricoltore combatte con il deserto, giorno dopo giorno, anche quando l’attesa è segnata dalla sfiducia e dall’impotenza, perché solo così la vita resiste. Il contadino aspetta e rispetta i tempi della terra: le stagioni della semina, dei frutti e della raccolta… nella consapevolezza che la vita germoglia nel buio della terra, là dove affondano le radici e dove occhio umano non può penetrare. Giacomo esorta i cristiani ad avere lo stesso sguardo perspicace. I giudizi sugli eventi e sui compagni e compagne di viaggio sono spesso segnati dalla fretta e dalla foga, segno della miopia spirituale. È necessario imparare che la fede abita anche nella domanda e nella ricerca.
Il Vangelo: Mt 11,2-11
La domanda di Giovanni ci permette di continuare sulla stessa falsariga. La domanda non è solo sua, e neppure solo dei suoi discepoli. Sei tu colui che deve venire? Viene espresso qui il problema della comunità di Matteo, che fatica a riconoscere i segni della presenza del Messia di Dio nella storia. Ed è pure la domanda di senso che ogni credente, prima o poi – nel vortice della propria esistenza o della storia del mondo – rivolge a Dio. Al pari del Battista, il credente si trova spesso nella totale incertezza, quando si tratta di interpretare gli accadimenti della vita. Perché – a ben guardare – ci sono cento ragioni per credere e cento per non credere.
La risposta di Gesù rimanda alla Scrittura, citando quel passo del profeta Isaia dove si parla dell’Unto di Jhwh, come di colui che evangelizza i poveri, fascia le ferite dei cuori spezzati, libera schiavi e prigionieri dal carcere e dall’oppressione (Is 61,1-2). Già in questo rimando brilla una luce: chi vuol comprendere la manifestazione di Dio nel mondo è chiamato a riconoscere che Dio si manifesta altrimenti rispetto alle attese umane. L’uomo va a cercare Dio nell’onnipotenza e lo trova invece negli angoli bui e nascosti di un’umanità ferita. Non a caso, l’evangelista Matteo pone l’evangelizzazione dei poveri al vertice della lista compilata da Isaia. Il Battista e i lettori di ogni tempo sono chiamati a scrutare i grandi segni della Presenza di Dio nel mondo dei bisognosi: in ciò che, agli occhi del mondo, appare meschino e di poco conto. È questo lo scandalo che Giovanni e i cristiani sono chiamati ad affrontare. Beato chi non si scandalizza di me richiama il Messia mite e umile di cuore, che non grida e non fa audience, non vive di competizione e non abbatte, ma – come servo obbediente – offre la sua vita per portare ai poveri la bella notizia del Vangelo.
In questa linea va interpretato l’elogio che Gesù fa del Battista davanti alle folle. Giovanni non è un uomo di palazzo e di prestigio, e neppure una di quelle molli figure che attirano per la loro ambiguità e il loro potere mediatico. La grandezza di Giovanni risiede nella forza della sua parola che, al pari di quella dei profeti, sconvolge le categorie mondane. Anzi, Giovanni è più di un profeta, perché addita di persona l’Unto di Dio. Di fronte a lui, Gesù è, in certo senso, più piccolo, perché nel disegno salvifico di Dio si presenta dopo Giovanni, e tuttavia, diventa il più grande, in conformità al costante modo di agire di Dio, che sceglie non secondo categorie umane, ma divine.
Non è escluso che, dietro questo testo, ci sia un intento missionario nei confronti dei discepoli di Giovanni, ancora affascinati dal loro maestro. Anche a loro – o forse proprio a loro – il comportamento umile e mansueto di Gesù provocava scandalo. Aprirsi a una manifestazione totalmente nuova del Regno non doveva essere facile per chi aspettava il giudice con la scure, che avrebbe fatto giustizia di un mondo perverso. Nella scoperta di Dio, il credente è chiamato costantemente ad andare “oltre”. Credere significa dar credito a un Dio che si manifesta al di là delle aspettative umane. Ed è proprio qui che il discorso sull’attesa diventa più impegnativo. La pazienza cristiana non è una rassegnata sopportazione degli eventi, ma è una tappa operosa che, invece di cercare la realizzazione del Progetto divino nei propri angusti orizzonti, spinge lo sguardo a un “al di là” che sempre ci sorpassa e ci sorprende. La pazienza è la capacità di capire come certi passaggi critici della vita hanno il potere di condurci verso altri lidi, verso altre mete, per lo più nascoste alla nostra piccola immaginazione, ma non alla Sapienza di Dio che tutto riconduce sotto il suo disegno di amore.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










