Commento alla Parola per la IV Domenica del Tempo Ordinario /A – 1 febbraio 2026

Il tema della Domenica

Le tre letture odierne presentano un tema omogeneo e ricorrente in queste prime domeniche del tempo ordinario: la comunità dei credenti come una comunità che non viene definita sulla base di un sistema efficientistico e di successo, ma sul fondamento dell’unica relazione che conta: quella con il Regno. L’insegnamento di Gesù nel «discorso della montagna», che ci accompagnerà per tre domeniche (prima che inizi la Quaresima), costituisce la struttura portante della Parola che ci viene donata ed è su questo discorso che si focalizzerà la nostra attenzione.

Prima lettura: Sof 2,3; 13,12-13

La prima lettura ci riporta le parole di Sofonia, un profeta vissuto probabilmente prima dell’esilio babilonese, intorno al VII secolo a.C., al tempo del pio re Giosia. La sua predicazione ci viene riportata dalla Bibbia in appena 53 versetti, ma i temi da lui toccati sono classici nel profetismo e molto importanti per la fede ebraico-cristiana.

Uno di questi motivi è quello degli anawîm, il popolo umile e povero, che in mezzo alla corruzione dilagante e all’avidità dei potenti, il profeta presenta come la speranza del futuro. Si tratta di un “piccolo resto”, una minoranza nel paese, che vive nella fiduciosa sottomissione a Dio e nel rispetto delle sue leggi: è dal seno di questo popolo, irrilevante per numero e per prestigio, che egli farà sgorgare un’alba nuova.

Il tempo di Sofonia – come il nostro – era segnato da quel peccato di fondo che, sempre nella Bibbia, viene identificato con l’arroganza di mettersi al posto di Dio. Si tratta di un peccato originale da cui nessuno può sentirsi libero: né istituzioni laiche, né organismi sacri, né uomini pii. Sicuri dei propri mezzi, insolenti verso gli altri, sprezzanti di esseri umani e leggi, i potenti del tempo di Sofonia vivevano curando solo i propri interessi e il loro desiderio di potenza, corrompendo e mortificando, padroneggiando e sfidando Dio. Ad essi il profeta contrappone un “piccolo resto”, che sboccia quasi per incanto, da una nazione ridotta a un cumulo di macerie. Un resto che «cerca rifugio nel nome del Signore», che non fa della menzogna la sua arma sistematica, ma obbedisce con umiltà alla legge del suo Dio. È in questi piccoli e nella loro fede senza orpelli che Sofonia scorge la speranza del futuro e il germoglio di una vita nuova. Più che sui potenti mezzi dei costruttori, questi poveri confidano su una fede che non ha altra sicurezza che Dio stesso. Sanno che la vittoria di Dio non poggia sulla forza dei numeri e del potere, ma sulla fedeltà.

Seconda lettura: 1Cor 1,26-31

Sulla stessa falsariga si pone il passo di Paolo, desunto dalla prima lettera ai Corinti. L’apostolo sta parlando alla comunità del paradosso della croce che rivela in sommo grado lo stile di Dio, che «ha scelto ciò che è stoltezza del mondo per confondere i sapienti e ha scelto ciò che è debolezza del mondo per confondere i forti».

Forse Paolo prende spunto da alcune pretese che serpeggiano in mezzo alla comunità: alcuni cristiani – che si ritengono culturalmente sapienti, economicamente potenti e socialmente nobili – fanno pesare la loro diversità alla maggioranza che proviene da situazioni socioculturali non elevate. Di fronte a una situazione di questo genere Paolo reagisce sottolineando anzitutto un principio basilare: nessun uomo può avanzare pretese davanti a Dio e nessuno può ambire ai primi posti nella comunità in cui Cristo Gesù è Signore. La forza e il prestigio mondano – che sono i criteri dominanti nel mondo – davanti a Dio sono spazzatura, perché la fede non risplende nel luccichio del sapiente o nel prestigio del potente di turno. La fede risplende nella vita umile di coloro che non hanno nulla di cui gloriarsi, se non la speranza in Dio stesso.

Non si può nascondere che – oggi come di ieri – questo discorso sembra del tutto inutile e senza efficacia. Non sono stati forse sempre i potenti a dettare leggi e condizioni? La storia dimostra che anche la chiesa non è stata immune dalla tentazione di pensare in termini di ricchezza, gloria e potere. E tuttavia, il discorso di Paolo sulla stoltezza della croce rimane centrale nella visione cristiana degli eventi e delle cose. La storia della salvezza sta lì a dimostrare che questo è lo stile di Dio: ininterrottamente sceglie il secondogenito Giacobbe e non il primogenito Esaù; il più piccolo Davide e non i fratelli maggiori, più gagliardi in età e in prestanza fisica. In rapporto ad altre grandezze mondane, la fede di una vedova è ben poca cosa, ma Dio non si afferma con i cimieri dei generali e con l’onnipotenza dei potenti. La fede vince con il parametro sovversivo della croce.

Il Vangelo: Mt 5,1-12a

In questa luce, le beatitudini di Matteo, che aprono il discorso della montagna, rappresentano un manifesto programmatico. Si deve riflettere anzitutto sull’accostamento costante di makarioi / beati a delle categorie di persone umanamente carenti o, comunque, insignificanti (i poveri, gli affamati e assetati di giustizia, i miti, i pacificatori, i misericordiosi…).

Si tratta di un elemento destabilizzante, perché da un punto di vista rappresentativo le cose non stanno in questo modo: le categorie di persone menzionate nelle “beatitudini” non sono beate. Beati sono coloro che hanno mezzi per imporsi, che detengono forza e potere e che attirano su di sé l’attenzione del mondo. La destabilizzazione che produce questo accostamento tra beatitudine da una parte e carenza dall’altra è intenzionale: vuole provocare nel lettore uno shock, lo shock della logica del Regno. Le beatitudini, infatti, vanno comprese come l’affermazione di un’altra logica, che contesta l’ordine vigente. Si tratta di un rovesciamento prospettico, per cui la vera pietra d’angolo della comunità messianica, il compasso dei costruttori della chiesa di Cristo sono proprio le pietre che il mondo emargina: la pietra scartata dai costruttori diviene testata d’angolo (Mt 21,42). Sin da questo primo discorso del Vangelo di Matteo, i lettori sono messi a confronto con una visuale alternativa alle categorie mondane. Il mondo vive dei suoi miti: il compasso dei costruttori del saeculum non è la mitezza o la misericordia; al contrario! Gesù capovolge le categorie. Troppe volte anche la chiesa si è mossa secondo il compasso dei costruttori di questo mondo. Il compasso di Dio è quello di porre a fondamento della comunità messianica una pietra scartata dai costruttori.

Dichiarando beate alcune categorie di persone che nell’accezione comune non sono tali, Gesù offre agli ascoltatori / lettori una nuova percezione della realtà: capovolge le categorie della sapienza umana e mondana, secondo la quale i poveri, gli afflitti, i miti, i perseguitati sono dei perdenti. Questo significa, anzitutto, che le beatitudini vanno lette nell’ottica del Regno che si è fatto presente in Gesù: un Regno che instaura un altro ordine, una situazione nuova, in cui al primo posto è la giustizia. Mettendo in primo piano i poveri, i miti, i misericordiosi…. non si vogliono affatto addormentare le coscienze, ma si vuole contestare radicalmente l’ordine gerarchico del secolarismo, secondo cui contano solo i ricchi e i potenti. Gesù, insomma, dichiara il paradosso di Dio e del suo Regno: i perdenti diventano i beneficiari della salvezza messianica. Esattamente il contrario del sonno delle coscienze (come sono state interpretate le beatitudini), perché si tratta della contestazione radicale delle categorie del mondo. In questo modo, Matteo non assolutizza una condizione storica e non lega ad essa la gioia cristiana.

L’assoluto per Matteo è il Regno di Dio e la sua giustizia (6,33), con il capovolgimento dei criteri che il prōton del Regno provoca. I poveri, i miti, i pacificatori, i misericordiosi, i perseguitati…» sono i testimoni e gli artefici di un mondo nuovo. Perché il Regno dei cieli, di cui si parla nelle beatitudini, non è altro che il pane che abbiamo condiviso, la mano tesa al nemico, l’atto di violenza che abbiamo impedito, la concordia che abbiamo favorito.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano