Commento alla Parola per la IV Domenica di Avvento /A – 21 dicembre 2025

Il tema della Domenica

Alle soglie del Natale, la liturgia ci offre ancora la possibilità di riflettere sul tema che ha costituito il filo rosso di tutto il tempo di avvento: la fedeltà divina che non viene meno. Di fronte all’inadeguatezza e all’ottusità dell’uomo, Dio si mostra sempre e comunque come Colui che rimane. Questa bella definizione trova la sua giustificazione nell’agire costante di Dio in favore del suo popolo, in contrasto con il costante altalenarsi delle promesse e dei progetti umani.

Prima lettura: Is 7,10-14

Il testo di Is 7 – proposto nella prima lettura – pone, uno di fronte all’altro, due personaggi diversi e, sotto molti aspetti, antitetici: il re Acaz, detentore del potere politico in Israele e il profeta Isaia, che parla a nome di Dio e non ha altra garanzia se non la Sua Parola. Siamo nel 734 a.C., un momento critico della storia della nazione, perché la Siria ed Efraim (il regno del Nord) hanno deciso di attaccare Giuda, il regno del Sud, governato appunto da Acaz, il discendente della famiglia di Davide.

Il significato di questo incontro tra il re e il profeta non è circoscritto alla situazione del momento; di fronte non sono semplicemente due personaggi diversi, ma due personaggi paradigmatici che rappresentano due atteggiamenti possibili davanti agli eventi della piccola e della grande storia umana. Con il nemico alle porte, il re ha paura di perdere prestigio e potere e ripone la sua fiducia nella potenza assira, che egli si prepara a chiamare in suo aiuto; il profeta, invece, pur cosciente della gravità del momento, manifesta la tranquillità sconcertante di chi sa che la parola di Dio non viene meno. Due modi di porsi di fronte alla storia quotidiana e alla storia del mondo: c’è chi pone tutta la sua fiducia nelle armi del potere, della cultura, del prestigio… e chi – pur non disprezzando il mondo e le cose del mondo – ne conosce, però, la precarietà e il limite. Per dare coraggio e fiducia al re timoroso, il profeta offre un segno da parte di Dio, una garanzia di protezione di fronte al pericolo; ma Acaz, con un linguaggio mistificatorio che lascia credere delle ragioni totalmente opposte a quelle reali, manifesta un netto rifiuto. Ha già pensato di ricorrere alla potenza assira contro i nemici che gli muovono guerra e si fida maggiormente dei vigorosi cavalli e dei cavalieri dell’impero che di Dio. Il rimprovero del profeta è sdegnato: non solo contro Acaz, ma contro tutta la dinastia davidica, che ha ancora rifiutato Dio e i suoi profeti.

Come sempre, il profeta vede più in profondità: la stabilità di un uomo, di una famiglia, di un regno, di una chiesa… non sta nella potenza umana, ma nella fede. Se non crederete, non avrete stabilità, aveva detto il profeta a nome di Dio (Is 7,9). La sicurezza non può venire dall’uomo, che rimane argilla fragile anche con le armi in pugno. Avere fiducia in Dio è l’unica soluzione efficace contro la paura. Una soluzione ingenua dal punto di vista politico, ma colui che crede sa distinguere la consistenza dall’apparenza e sa, soprattutto, che ogni soluzione umana rimane nell’ambito del provvisorio. Solo Dio è Colui che rimane.

Il re Acaz, sicuro della sua logica “forte”, rifiuta perentoriamente la “debole” logica divina e al profeta non resta che ammonire chi continua a stancare Dio con ragionamenti di assoluta miopia. Ma ecco l’inaspettato. Dio non si arrende a questa logica suicida dell’uomo: ad Acaz e alla sua discendenza viene ugualmente offerto un segno. Si tratta di un segno paradossale e fragile, perché si tratta di un bambino. È assolutamente impossibile che un bambino contribuisca alla vittoria di un esercito, e tuttavia è il simbolo dell’inesauribile potenza della vita, con le sue molteplici possibilità. C’è da aggiungere, che il bambino promesso non è un bambino qualsiasi: partorito da una fanciulla (la LXX preciserà che si tratta di una vergine), testimonia, con il suo stesso nome, che Dio non ha abbandonato il suo popolo, che Dio è stato e sarà sempre l’Emmanuele, il Dio-con-noi, il Dio che rimane.

Il Vangelo: Mt 1,18-24

Il brano evangelico ci porta ad approfondire il messaggio contenuto nella prima lettura. Infatti, il racconto della concezione di Gesù presenta ancora una volta – come al tempo di Acaz – l’intervento sconvolgente di Dio nella storia impazzita tessuta dalle mani dell’uomo. Questa volta si tratta della vita di due giovani sposi. Il racconto è scarno, tanto da sembrare freddo di fronte a un evento straordinariamente scioccante, vale a dire la concezione di un bimbo ad opera non dell’uomo, ma di Dio. Eppure, l’attenzione sull’essenziale ha un indubbio vantaggio: il lettore è portato, senza distrazioni, a confrontarsi con le vicende e i personaggi che emergono con chiarezza dal racconto.

In primo piano è il bambino che sta per nascere. L’accento è posto sul “nome” che, nell’oriente antico, è tutt’altro che un elemento aggiunto o una convenzionale formalità. Esso esprime l’identità di chi lo porta, il suo senso nel piano divino e la sua missione. Il primo nome di cui ci parla il brano evangelico è Gesù, che significa Jhwh è salvezza. Nel fondo di questo comune nome ebreo c’è la storia di un popolo, nella quale Dio si è manifestato più e più volte come liberatore, guaritore, riconciliatore, in una parola come Colui che salva. Il Dio che si manifesta in Gesù sarà il Dio che viene in aiuto, il Dio misericordioso, il Dio che fa uscire l’uomo dalle lacerazioni inflitte dal peccato e dalla morte. Non a caso il testo di Matteo, subito dopo il nome Gesù, aggiunge: perché salverà il suo popolo dai suoi peccati. Al momento dell’ultima cena, il tema della liberazione dai peccati verrà ripreso nelle parole sul calice che annunciano il sangue sparso per la liberazione dei peccati. Ecco, dunque, la missione di Gesù: il ritorno degli uomini a Dio, la ricostituzione del popolo e dell’umanità nella pienezza di vita. Là dove l’uomo è lacerato, Dio si manifesterà come salvezza.

Il secondo nome del nascituro sorprende: perché un altro nome, quando ce n’è già uno? La sua presenza non è dettata dalla logica, ma dall’importanza che l’evangelista gli attribuisce: Emmanuele richiama la vicinanza di Dio a un popolo ribelle e peccatore. Nel deserto, Israele si era interrogato: Dio è in mezzo a noi, sì o no? La sensazione è che anche la comunità matteana sia tentata di negare o di ignorare la presenza di Gesù, poiché non solo l’inizio, ma anche la chiusura del Vangelo richiama lo stesso tema: Io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione dell’evo (Mt 28,20). Nell’ultima pagina del suo Vangelo, Matteo ritorna sul tema del Dio-con-noi: si tratta senza dubbio di una promessa di consolazione e di un invito a credere rivolto a discepoli che dubitano. Una promessa di consolazione perché dice che, nella fortuna e nella disfatta, nel peccato e nella fedeltà, nella vita e nella morte, … Dio sarà sempre un Dio-con-l’uomo, un Dio-per-l’uomo. Ma è anche un invito per cristiani distratti, che non sanno più leggere i segni di Dio nella storia. Se Gesù è il segno che Dio ha scelto per stare in mezzo agli uomini senza pentimento, allora dobbiamo re-imparare a leggere la nostra storia, con i suoi successi e i suoi fallimenti, alla luce di questa fondamentale verità: Dio ha scelto e non si pente.

Ed è proprio questo che ci insegna la “giustizia” di Giuseppe, il secondo personaggio di questo brano evangelico. Nello scandalo di una vita che si schiude nel seno della sua sposa, senza il suo personale intervento, Giuseppe impara a conoscere e a ri-conoscere le vie di Dio e il loro grande mistero. È un uomo “giusto”, perché vive la sua paradossale situazione davanti a Dio e davanti agli uomini, rispettando il cammino di Dio e quello della sua sposa. A differenza di Acaz, Giuseppe fa credito a Dio e alla sua misteriosa sapienza, camminando davanti a lui e seguendo le sue vie, come i giusti dell’Antico Testamento. Anche Abramo, davanti allo scandalo di un Dio imprevisto e imprevedibile «credette, e Dio glielo accreditò come giustizia». La notte di Giuseppe è la notte del giusto che abbandona il suo personale progetto d’amore per fare spazio al Progetto di Dio.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano