Commento alla Parola per la IV Domenica di Quaresima /A – 15 marzo 2026

Il tema della Domenica

Come nelle domeniche precedenti, anche in questa viene proposto un tema che percorre tutta la Bibbia e si rivela uno dei più stimolanti, perché concerne l’agire stesso di Dio, le sue opzioni paradossali e incomprensibili, la sua sapienza impenetrabile. La scelta del re Davide e la guarigione di un personaggio anonimo, cieco fin dalla nascita, sono solo apparentemente distanti. In realtà, in ambedue le situazioni, ci troviamo davanti allo stesso stile, inconfondibile e paradossale, perché rivela i criteri di Dio così diversi da quelli umani.

Prima lettura: 1Sam 16,1b.4.6-7.10-13

La prima lettura narra l’unzione del successore di Saul come re di Israele. Il vecchio profeta Samuele riceve da Dio l’ordine di partire per andare a ungere uno dei figli di Iesse, quello che il Signore indicherà. L’ordine di partire, nella Bibbia, è sempre foriero di novità (Abramo, Mosè…) e, anche questa volta, il comando arriva improvviso, quando Samuele è ancora titubante e disorientato a motivo della disgrazia abbattutasi su Saul.

Il suo sconcerto diventa ancora più acuto quando si trova davanti ai figli di Iesse. Il suo occhio fissa il figlio maggiore, Eliab, perché la logica vuole che un re sia autorevole e prestante; e chi potrebbe esserlo più di un figlio primogenito? Non è necessario potere e autorità per soggiogare amici e nemici? Il vecchio Samuele, però, nonostante la sua esperienza, deve ancora imparare che «Dio non guarda ciò che guarda l’uomo, perché l’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore». Samuele, come profeta, avrebbe dovuto conoscere i criteri di Dio, perché anche nel passato JHWH aveva scelto il secondogenito Giacobbe e non il primogenito Esaù; aveva scelto Sara e Rebecca, donne sterili, e non donne ricche di prole e di successo. Con loro Dio aveva costruito la storia della salvezza. Ma Samuele dimentica di leggere la realtà con gli occhi di Dio e preferisce affidarsi ai suoi giudizi, fondati sull’umana ragionevolezza.

Nella costruzione del racconto gioca un grande ruolo il verbo vedere ed è proprio sulla vista che il lettore è chiamato a concentrarsi. Il profeta Samuele guarda con gli occhi e non con la sapienza del cuore; per questo gli sfugge il pensiero di Dio sugli uomini e sugli eventi, la sua suprema libertà di fronte ai giochi di prestigio umani, la sua insondabile gratuità. «I miei pensieri non sono i vostri pensieri» (Is 55,8-9) ripeterà Dio per mezzo del profeta Isaia.

Il re scelto da JHWH è il piccolo Davide, il pastorello, che non è stato nemmeno preso in considerazione dalla logica umana, tant’è vero che si trova nei campi. Samuele non lo vede, non tanto perché Davide è fuori casa, ma perché il punto di vista del profeta è ottenebrato dall’apparenza e dalla reputazione: da ciò che conta per l’uomo. Dio, invece, ha scelto colui che siede, dimenticato, all’ultimo posto, e non il primogenito, la piccolezza e non l’imponenza, la responsabilità del pastore e non la forza del guerriero; ha scelto «ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono» (1Cor 1,27-28).

Il Vangelo: Gv 9,1-41

Il racconto del cieco nato è uno dei più affascinanti del vangelo di Giovanni, non solo per una trama narrativa avvincente e ben strutturata, ma soprattutto perché in esso le categorie del pensare alla maniera umana vengono ribaltate, le ipocrisie svelate, i luoghi comuni messi in discussione.

Nella narrazione si possono riconoscere quattro gruppi emblematici, rappresentanti di altrettanti atteggiamenti umani davanti al mistero di Dio che si manifesta nel Signore Gesù. Il centro d’interesse del racconto non è il miracolo in sé, ma la persona di Gesù, la sua identità, la sua provenienza. In una parola, non è tanto la straordinaria guarigione che interessa l’evangelista – che infatti è sbrigata con poche battute iniziali – ma il suo significato per l’essere umano che cerca Dio. Analizzati in questa luce, i quattro gruppi descritti nel racconto sono molto significativi.

Il primo è rappresentato da coloro che il testo presenta come i vicini del cieco e quanti lo avevano conosciuto prima, quando era mendicante, i quali fanno domande ma non si interrogano. Essi rappresentano coloro che, davanti al mistero di Dio e alle sue manifestazioni, non si lasciano interpellare profondamente, attratti come sono dalle curiosità di superficie: cosa è successo, come è accaduto…? Sono i rappresentanti del “bla-bla”, perché non si pongono mai domande serie, non vanno mai alla radice dei problemi, ma rimangono in superficie: guardano senza vedere, sentono senza ascoltare, parlano senza sapere.

Il secondo gruppo è costituito dai farisei, che si interrogano, ma non credono. I farisei rappresentano i sapienti, che giudicano e disprezzano gli altri, perché pensano di possedere la verità e di non avere nulla da imparare da un mendicante: «tu vuoi insegnare a noi?». Sono i veri ciechi e i veri sordi, perché – a differenza di un povero analfabeta, cieco dalla nascita – non vogliono vedere le novità che sgorgano in una vita e non sanno leggere gli eventi. Hanno l’abitudine di interrogare gli altri, ma non sé stessi. Hanno la sicurezza dei presuntuosi, che pensano di saper discernere e interpretare la legge di Dio, senza rendersi conto che proprio la parola di Dio li contesta, svelandone l’ipocrisia.

Il terzo gruppo è costituito dai genitori del cieco, che credono, ma non testimoniano. Il racconto dice che non si esposero «per paura dei giudei, perché questi avevano decretato che, se uno riconosceva Gesù come Messia, fosse cacciato dalla sinagoga». Sono i rappresentanti dei cripto-cristiani, irretiti dalla paura. Persone anche sensibili e di buoni sentimenti, ma senza coraggio. Esse danno più importanza agli uomini che a Dio, ingabbiate come sono dal timore di ciò che gli altri potrebbero dire o fare, e dalla sudditanza nei confronti di uomini e istituzioni. Mancano fondamentalmente della libertà dei figli di Dio: non hanno compreso fino in fondo che il Regno è libertà, vita, testimonianza.

Il quarto gruppo è rappresentato dall’uomo cieco dalla nascita, che si interroga, crede e testimonia. Il cammino di fede di questo accattone è di una strabiliante potenza: un modello per tutti. Non a caso, nelle prime comunità cristiane, il racconto veniva letto ai catecumeni che si preparavano al battesimo. Il suo cammino di fede parte dalla totale cecità per arrivare al riconoscimento di Gesù-Signore: «Io credo, Signore» è l’ultima parola del racconto e «si prostrò adorandolo». È la sapienza degli analfabeti e dei piccoli, che mette in scacco la presunzione dei potenti. Questi hanno il sapere, ma non l’amore; il cieco ha la sapienza che gli viene dall’amore, ragione ultima per cui pubblicani e prostitute entreranno nel Regno dei cieli a differenza dei presuntuosi, che pensano di avere in mano le chiavi del Regno dei cieli. Quella del cieco è la sapienza di chi ha il senso della fragilità e accetta di mettere in discussione sé stesso e le sue certezze, per aprirsi al cammino di Dio.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano