Il tema della Domenica
La consapevolezza del limite è una delle esperienze costitutive dell’uomo. Ogni giorno facciamo esperienza della nostra finitezza e della nostra radicale incapacità nel trovare il senso ultimo delle cose e degli eventi, della vita e della morte. Eppure, le letture di questa domenica quaresimale gettano un seme di speranza nella ricerca tormentata dell’uomo: la speranza di una liberazione che non si ferma neppure di fronte alla contraddizione più cocente, che è il mistero della nostra morte.
Prima lettura: Ez 37,12-14
Il profeta Ezechiele condivide con il suo popolo una delle esperienze più atroci della storia di Israele: l’esilio. La visione di un’enorme quantità di ossa, che il Signore gli fa contemplare, rappresenta in modo cupo e terribilmente efficace la fine della speranza. In effetti, con l’esilio a Babilonia, morivano non solo le illusioni di un avvenire di gloria, ma anche le più semplici speranze di vita riposte nelle promesse sulla monarchia davidica, nel tempio, nella terra e – ultimamente – in Dio stesso.
Dio può essere colui che consegna il suo popolo in mano ai nemici, permettendone lo sterminio? Le sue promesse sono affidabili? Domande che tormentarono Israele e i suoi saggi, ma che non risparmiano di certo neppure gli uomini di oggi, a qualsiasi cultura e strato sociale appartengano, posti come siamo di fronte alle ingiustizie, alle menzogne e allo scialo di morte che regna sovrano. Cosa sono in fondo i fallimenti storici di un popolo o gli insuccessi personali – di famiglie e individui – se non un’anteprima della morte?
Ma ecco che Ezechiele, dietro il comando di Dio, annuncia qualcosa di totalmente nuovo, che sta per accadere: JHWH squarcerà la cappa di tenebre e nebbia fitta, che avvolge uomini e cose, scoperchierà i sepolcri e farà uscire i morti dalle tombe… Annunciando, in questo modo, il ritorno del popolo dall’esilio, il profeta conferma tutta la rivelazione biblica, che riconosce in Dio colui che ama la vita. Per due volte, in poche righe, viene ripetuto: «riconoscerete che io sono JHWH/il Signore». Non si tratta semplicemente della promessa di un futuro diverso, ma anche di un richiamo al passato, perché il Signore farà quello che ha sempre fatto, fin dal tempo dell’esodo, quando rivelò il suo nome: JHWH. Perché IHWH è ovunque là dove si lotta per la libertà e per la pienezza umana. Per questa ragione, la notte di Pasqua è diventata per Israele la notte del memoriale, dell’“Evento”, in cui il Signore trasse il suo popolo dalla schiavitù alla libertà, dalla tribolazione alla gioia, dal dolore alla festa, dalle tenebre alla luce.
Di questo grande evento, paradigma di tutte le liberazioni future, il Targum offre una lettura interessante quando, annunciando l’ultima notte del mondo profetizza che «…i gioghi di ferro saranno spezzati… e il re Messia verrà dall’alto… È la notte della pasqua…». Questa quarta notte è divenuta per i credenti in Cristo il punto cruciale della creazione nuova; l’inizio di un nuovo giorno, in cui non si daranno più né morte, né lutto, né affanno… perché Dio fa nuove tutte le cose.
Il Vangelo: Gv 11,1-45
L’episodio della risurrezione di Lazzaro è il preannuncio di questo nuovo giorno. Nel vangelo di Giovanni, infatti, questo episodio funge da cerniera tra la prima parte del vangelo (Gv 1-12) e la seconda (Gv 13-20), collocato com’è al confine tra il ministero di Gesù e la sua ora di morte-risurrezione. Le scene che si succedono sono costruite in costante progressione e i lettori sono invitati a immedesimarsi nei personaggi, per intraprendere un cammino che porta dal dubbio alla fede.
Il primo atto del dramma ci presenta i protagonisti, non senza delle vistose incongruenze. Gesù viene presentato, infatti, come colui “che amava Lazzaro”; eppure, al momento della notizia della malattia dell’amico, aspetta due giorni prima di partire. Quando poi decide di andare a incontrarlo, lo trova nella tomba. Strano atteggiamento: perché aspettare? Perché lasciare che i mali dell’uomo finiscano per distruggerlo? Perché Dio non interviene subito di fronte ai bisogni umani? Perché, perché…? Per ora, l’uomo resta senza risposta, solo con un’enigmatica affermazione da parte di Gesù: «Questa malattia non conduce alla morte, ma alla gloria di Dio» (11,4).
Nella seconda scena Gesù si trova con Marta, la sorella sensibile e servizievole, profondamente umana e spontanea. In tutto il racconto che la riguarda, il lettore percepisce la sua fede vacillante. Ella crede in Gesù, si associa a lui nel professare la fede nella risurrezione dell’ultimo giorno ma, all’ordine del «Maestro» di togliere la pietra dal sepolcro, gli ricorda i quattro giorni trascorsi dalla morte. Come potrà rivivere colui che manda già cattivo odore? A Marta, che dubita, Gesù si presenta con una solenne affermazione: «Io sono la risurrezione e la vita». Dio non ha creato la morte e il Figlio è venuto per testimoniare il Dio della vita. L’unico requisito richiesto è la fede, perché chi crede ha già ora la vita eterna e non dovrà temere la morte.
Nel terzo atto entra in scena Maria. Gesù la vede e, preso da sgomento, piange. Il testo greco, però, sottolinea lo sgomento di Gesù come un movimento di collera: è la sua reazione davanti al regno della morte. Gesù non è venuto ad insegnarci la rassegnazione, ma a combattere il male e a vincerlo. Già i padri della chiesa avevano notato la distanza di Cristo dall’ideale stoico che non conosce turbamento e affanno, neppure davanti al momento supremo della morte. Il moto d’ira e il pianto di Gesù sono la sua prima risposta al dolore umano: la risposta di un Dio che non ha creato la morte e si rattrista per questo smacco supremo al progetto di vita e di benedizione a cui l’essere umano era stato destinato. Dio si fa solidale con l’uomo, scende nella sua prigionia, fin dove l’uomo dispera di sé stesso. Così, e solo così, Dio ha voluto sconfiggere la morte.
Al centro del quinto e ultimo atto rimane Gesù solo, con la sua preghiera al Padre e il suo grido: «Lazzaro, vieni fuori!». Giovanni non si sofferma a descrivere il prodigio, per non distrarre il lettore da ciò che veramente conta: il potere di Gesù di dare la vita. È lui il vero protagonista; se si vuole trovare risposta alla domanda straziante della morte, è a lui che bisogna guardare, lui che bisogna ascoltare. All’uomo che chiede «perché il male? perché la morte?» Dio ha risposto inviando suo Figlio. L’uomo continua a morire e la vita ad essere troncata, ma il Figlio di Dio ha dato, a chi crede, la certezza che la morte non avrà l’ultima parola. Nel chicco di grano che muore sotto terra, il credente saprà sempre scorgere il germoglio di una creazione nuova.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano










