Commento alla Parola per la VI Domenica del Tempo Ordinario /A – 15 febbraio 2026

Il tema della Domenica

Il tema di questa domenica è la Legge di Dio: ciò che essa è e ciò che, invece, non è. Non è un ammasso di precetti con cui un despota progetta di sottomettere i suoi schiavi; è, invece, Sapienza di vita: una strada di liberazione e di realizzazione, personale, ecclesiale e sociale. Ciò che noi intendiamo per “legge” nella Bibbia ebraica è chiamata Torah, che significa insegnamento, sapienza di vita.  È questo il tema della domenica, che ci riporta gli ammaestramenti del figlio di Sirach, una catechesi sulla vera sapienza e all’esortazione di Paolo alla comunità di Corinto. Nel Vangelo viene proposta la parte centrale del Discorso della montagna, quel discorso da cui, nell’inverno del 1888-89, mentre studiava Giurisprudenza a Londra, il Mahatma Gandhi rimase conquistato, affermando che quel sermone di Gesù era «andato dritto al cuore», per poi aggiungere che in Occidente questo messaggio fondamentale aveva subito varie deformazioni… e «molto di ciò che viene considerato cristianesimo è una negazione del discorso della montagna». Un giudizio tagliente, questo di Gandhi, ma utile, per tornare ancora una volta a interrogarci sul senso e sulla provocazione della fede cristiana.

Il Vangelo: Mt 5,17-37

A chi si rivolge Gesù, dicendo: «non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti: non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento»? E a quale comunità di lettori scrive l’evangelista nel presentare queste parole di Gesù? A un gruppo di cristiani che pensavano un cristianesimo senza legge e senza obblighi? Oppure a un gruppo di cristiani particolarmente sensibili ad altri aspetti della vita cristiana, come miracoli ed esorcismi, ma non all’osservanza dei comandamenti (ciò che avveniva, del resto, anche a Corinto)? Per rispondere a queste domande è interessante notare che Matteo, sempre nel contesto del discorso del monte, fa menzione delle opere prodigiose dei discepoli, ma con tono polemico: «Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? Nel tuo nome non abbiamo cacciato demòni e non abbiamo fatto nel tuo nome molti prodigi?”.  Allora dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti! Andate via da me, operatori d’iniquità”». Questo testo lascia comprendere non solo che siamo all’interno di una comunità cristiana dove le persone che operano iniquità sono le stesse che pregano Gesù chiamandolo «Signore / kyrie», ma anche che la tentazione di un cristianesimo evanescente e disimpegnato alberga spesso persino nella chiesa, come aveva già notato Mahatma Gandhi.

La comunità a cui il testo evangelico si rivolge sembra composta da uomini e donne che non prendono sul serio l’agire giusto e si accontentano solo di una fede proclamata con la bocca, una fede di facciata. A tutti Matteo ricorda che l’invocazione di Dio non può essere separata dall’impegno concreto nella storia: la preghiera del cristiano deve entrare nelle viscere della storia e nella fatica del quotidiano, altrimenti è solo un bla-bla, un “flatus vocis”. Non solo. Matteo dice che la novità portata da Gesù non consiste in una relativizzazione dei comandamenti consegnati da Dio a Israele nel Primo Testamento, ma in una ricollocazione prospettica, che sa cogliere in ogni comandamento il mistero profondo della Volontà di Dio. Questo significa anzitutto che la Verità di una Legge non riposa nella “lettera”, il comandamento non si esaurisce in ciò che letteralmente dice. Di fronte a ciò che una norma comanda, è necessario chiedersi quale richiesta si annidi veramente nel fondo, non rimanendo semplicemente in superficie, ma andando oltre, fino ad arrivare all’originaria Volontà di Dio. Talvolta l’osservanza formale della lettera può rivelarsi un comodo alibi per non interrogarsi.

La missione di Gesù consiste nel ricondurre gli uomini al Progetto originario di Dio. Dagli esempi che seguono nel testo evangelico risulta chiaramente che non è l’aspetto locutorio dell’atto linguistico a far comprendere la reale portata del comandamento di Dio. L’obbedienza pedissequa al proferimento della legge non è tutto, e certamente non è quello che chiede Gesù. Per comprendere un imperativo divino (ma anche umano) è necessario verificarne la portata profonda. Gli esempi che vengono portati nel testo evangelico illustrano questa massima. «Non uccidere», ad esempio, non può essere ridotto a ciò che letteralmente dice. Al cristiano è richiesto un «di più»: si può privare della vita il fratello anche con un’offesa, si può uccidere anche con la lingua.  E così pure per l’adulterio. Gesù riconosce che l’adulterio è un attentato al matrimonio, ma non si ferma all’adulterio consumato, perché “chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore“. Esiste, dunque, anche un adulterio del cuore. Il cuore, nella mentalità semitica, costituisce la sede della decisione. Dal piano sociale e giuridico Gesù sposta l’accento sul piano delle intenzionalità: l’intenzione è già progetto, è già decisione. È nel profondo del proprio essere, nel luogo dove si è soli davanti a Dio che bisogna scendere per costruire o valutare un rapporto. È per questo motivo che al giuramento si preferisce il «si» e il «no». Perché, in fondo, il giuramento svilisce la parola che il credente pronuncia sempre davanti al suo Dio. Le parole più elementari, come un «sì» o un «no», hanno il loro pieno senso perché pronunciate davanti a Dio. Il giuramento svilisce la parola detta e la parola data. Ogni parola, per il discepolo, ha il suo senso pieno, perché pronunciata davanti a Dio. Si tratta di una massima di una semplicità sconcertante, ma che richiama un aspetto importante della vita di fede: l’autenticità di ogni parola e di ogni gesto, davanti a Dio e davanti agli uomini!

Un insegnamento radicale questo della VI Domenica, una parola da riflettere, se non vogliamo che persone pensose e profonde, come Mahatma Gandhi, vedano nella struttura e nella pratica dell’occidente cristiano un tradimento del discorso del monte. Quanti bla-bla sono rivestiti di autorità divina e quanti insegnamenti autentici di Dio sono invece relegati, per convenienza, ai margini!

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano