Commento alla Parola per la XXIX Domenica del Tempo Ordinario – 19 ottobre 2025

Il tema della Domenica

Il motivo che emerge dalle letture odierne appartiene ai preferiti di Luca, che ama presentare Gesù in preghiera e come maestro di preghiera nei confronti dei suoi discepoli. Non è di moda parlare di preghiera in un mondo dominato dalla cupidigia e dall’utilitarismo, che della preghiera mettono in discussione soprattutto il senso. E, tuttavia, per un credente la preghiera rimane indispensabile, se non si vuole cadere nell’idolatria delle opere. La lettura tratta dal libro dell’Esodo e il brano del Vangelo propongono due aspetti significativi e imprescindibili per un discepolo che voglia comprendere la natura autentica della relazione con Dio. Il libro dell’Esodo presenta la preghiera che nasce dalla radicale povertà dell’uomo, mentre il Vangelo si sofferma sulla forza coinvolgente del grido rivolto a Dio. Due aspetti che appartengono intimamente alla situazione umana.

Prima lettura: Es 17,8-13

Il racconto dell’Esodo pone sulla scena la battaglia di Israele con gli Amaleciti, tribù antica e fiera, residente nella parte meridionale della regione cananea. Ma che il testo non abbia molto interesse per la battaglia è facilmente comprensibile perché l’autore tralascia di descrivere lo scontro per concentrarsi sull’atteggiamento di Mosè sul monte. Un importante aspetto testuale è che Mosè sul monte tiene nelle mani il bastone di Dio: quello con il quale YHWH operava prodigi al momento dell’uscita dall’Egitto. È questo bastone di Dio che deve essere visibile quando Mosè alza le mani ed è quando esso cade che Israele inizia a perdere. L’accento del testo è dunque su quello che Dio ha operato in passato e continua a operare oggi. Mosè rappresenta la debolezza di Israele senza il suo Dio quando le sue mani sono abbassate e il bastone di Dio è invisibile, e la potenza quando invece le mani sono alzate e il bastone visibile.

Ecco dunque, il primo elemento, che caratterizza la preghiera biblica: il riconoscimento della propria radicale povertà. L’uomo chiama e grida perché non basta a se stesso. Riconoscersi per quello che si è e riconoscere la propria radicale vulnerabilità è l’inizio della sapienza: una sapienza che si traduce in preghiera. Certo, non dobbiamo nascondere i pericoli che possono derivare da questa concezione: la preghiera non può essere un alibi che aliena l’uomo dalle proprie responsabilità e Dio non è il “tappabuchi” che rimedia alle necessità umane. La presenza di Dio non può esimere Israele dal condurre la sua battaglia quotidiana. E, tuttavia, una volta chiariti i pericoli di una preghiera che, a queste condizioni, neppure può ritenersi tale, è necessario ribadire che l’uomo è anche domanda di relazione, appello di reciprocità e bisogno di scambio.

L’uomo non basta a se stesso: ha bisogno dell’altro, e soprattutto dell’Altro. La presenza dell’Altro è necessaria alla condizione dell’essere umano: alla sua identità, al riconoscimento del suo volto e al suo bisogno di reciprocità e di amore. Perché la preghiera nasce soprattutto dalla nostalgia di un amore, che ci sta davanti e accanto: nel momento della gioia e della prova, della domanda e del desiderio. In questo senso la preghiera è un atto di coraggio, che assume quello che si è, senza finzioni e menzogne, e lo presenta davanti a un Volto, che riconosce come un “Tu”, nella convinzione che solo nella relazione “Io-Tu” è il senso di una vita. Per questo, Thomas Merton poteva affermare: «quando preghiamo davvero, solo allora esistiamo veramente».

Il Vangelo: Lc 18,1-8

Un secondo aspetto essenziale e costitutivo della preghiera è messo in evidenza dalla parabola evangelica dove uno di fronte all’altro sono posti due personaggi, tipiche espressioni dell’oppressore e dell’oppresso: un giudice iniquo, senza legge e senza scrupoli, e una povera vedova, rappresentante – al pari dell’orfano e dello straniero – di tutte quelle categorie di persone che sono le più precarie a livello istituzionale e le più esposte agli abusi nella vita quotidiana.

Il potere in Israele aveva il dovere di difendere i più deboli, perché la Torah ordinava di proteggere la vedova, l’orfano e lo straniero, e di sostenere la loro causa, facendo rispettare i loro diritti. È proprio ciò che la donna chiede con insistenza al giudice iniquo: far rispettare i suoi diritti.

Il messaggio centrale della parabola è che il giudice, indipendentemente dalla sua iniquità, alla fine accondiscende alle richieste della povera vedova rendendole giustizia. Come in altri casi, il cuore della parabola è in quel procedimento che va dal meno al più: se un giudice ingiusto alla fine si commuove davanti alle implorazioni di una disgraziata, «Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui?».

In questo passo evangelico è disegnato un altro aspetto costitutivo della preghiera. La preghiera del credente è una domanda che responsabilizza Dio. La preghiera è il movimento opposto al ripiegamento su di sé: è responsabilizzazione e attesa. Di Dio anzitutto: per il male e l’ingiustizia che imperano, per l’oppressione che dilaga sulla terra. È il grido degli oranti nei Salmi: «Signore, dove sei? Affamato di giustizia grido a te, perché non rispondi? Angosciato dal silenzio ti invoco, mi ascolti? Difensore dei poveri, senti il grido che sale al tuo Volto da chi è umiliato e calpestato?». La preghiera permette di stare davanti a Dio con franchezza e verità. Non con la paura e il servilismo dello schiavo che sta con tremore davanti al suo faraone, ma con l’audacia del figlio, che non ha paura di stare davanti a Dio e di parlargli con la serena franchezza di chi sa che viene ascoltato.

Ma la preghiera non responsabilizza soltanto Dio. La preghiera rende responsabile lo stesso uomo che prega: Luca lo lascia capire concludendo la sua parabola con un’apostrofe di Gesù, rivolta agli ascoltatori: «Quando il figlio dell’uomo verrà, troverà ancora fede sulla terra?». In questo modo, Luca evita il rischio di un’attenzione esclusiva alla venuta del Figlio dell’uomo, che instaurerà in modo definitivo il regno di Dio sulla terra, mettendo fine all’ingiustizia e al peccato, e conduce i lettori a concentrarsi sulla fedeltà e sulla perseveranza, necessarie al credente per adempiere la loro missione sulla terra. La domanda di Gesù va assunta come provocazione e come stimolo, e non come una previsione pessimista. E la provocazione consiste nel ricordare che – con la preghiera – paradossalmente, il mondo è posto nelle nostre mani.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano