Commento alla Parola per la XXV Domenica del Tempo Ordinario – 21 settembre 2025

Il tema della Domenica

Per due domeniche successive – questa e la prossima – le letture focalizzano il tema della ricchezza che tanto fascino esercita sugli esseri umani di ogni tempo e che Luca sembra stigmatizzare definendola «mammona iniquo». Sembrerebbe un giudizio sommario e, tutto sommato, ingiusto. Il denaro può essere considerato in sé malvagio? Non si tratta di un mezzo che serve anche per fini socialmente utili?  E gli Atti degli apostoli non riferiscono che il denaro dei ricchi veniva utilizzato dagli apostoli per sopperire alle necessità delle categorie più indigenti della comunità cristiana (At 4,32)? Un messaggio scabroso, dunque, reso più rude dalle parole pungenti di Amos contro i ricchi che sfruttavano i poveri del paese. Proviamo a comprendere il messaggio su «mammona iniquo», senza pregiudiziali, ma anche senza silenzi imbarazzanti.

Prima lettura: Am 8,4-7

A differenza degli altri profeti che accusano Israele di trasgredire i comandamenti fondamentali della Legge, Amos sembra interessato a un solo peccato nelle sue svariate modulazioni: l’ingiustizia verso i poveri, che si traduce in oppressione, perversione della giustizia, violenza e depravazione religiosa.

L’epoca di Amos è quella dello splendido regno di Geroboamo II. L’archeologia ha dimostrato che Israele aveva raggiunto proprio in questo secolo il suo maggior benessere. Come solitamente avviene in tali circostanze, alla ricchezza di alcuni faceva riscontro l’estrema povertà di altri, con una situazione che risentiva di gravi squilibri sociali (cfr. Am 6,4-7; 3,12). Sul piano religioso si faceva sfoggio di intensa pietà, corredata da splendide cerimonie, ma dietro la facciata si nascondeva un gran vuoto di contenuti (cfr. 4,4-5; 5,4-5.21-27; ecc.).

In questa situazione il profeta viene afferrato (laqah!: 7,15) da Jhwh e inviato a proferire la parola di Dio: una parola di denuncia, che prende le difese dei diritti di Dio dei poveri e richiama al culto autentico e alla verità dei rapporti. Nonostante le apparenze contrarie, in Israele si calpesta il diritto (mishpat) e la giustizia (sedaqah): questo è il messaggio di Amos. Mentre in altri oracoli profetici, le diverse nazioni vengono attaccate per l’odio e la crudeltà che riversano sugli altri popoli, Israele viene accusato per l’oppressione e lo sfruttamento dentro i propri confini. La violenza abita in casa perché il popolo di Dio è stato incapace di realizzare nel proprio seno delle strutture che corrispondono alla sua vocazione: ha visto la sua ricchezza accrescersi, il suo oro moltiplicarsi e nell’abbondanza ha dimenticato Dio e calpestato i poveri. Tornano alla mente le parole del Deuteronomio: …quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio… (Dt 8,12-14). Quando si dimentica Dio si manomette la giustizia a discapito di poveri innocenti che non hanno bustarelle da riempire e mezzi per difendersi; si calpestano persone indigenti che per strada chiedono qualche spicciolo; ci si approfitta di inservienti povere e disarmate esigendo prestazioni sessuali e, a conclusione di tutto, si ha pure l’insolenza di presentarsi davanti all’altare di Dio per offrire sacrifici con i soldi accumulati con il saccheggio dei miseri.

Amos però non si ferma alla denuncia degli effetti, ma lascia intravedere anche le cause di questa situazione, le strutture di peccato: la rincorsa sfrenata alla ricchezza (3,12b.15; 5,11a; 6,8-11; ecc.), la cultura del narcisismo che ricerca unicamente la propria soddisfazione (4,1; 6,4-6), l’indifferenza per chi non ha voce (2,7-8; ecc.), l’acquisizione di una tranquilla coscienza religiosa, che non conosce dubbi (3,2)… Una denuncia radicale, dunque, che verrà ripresa domenica prossima.

Il Vangelo: Lc 16,1-13

Al brano di Amos fa riscontro una parabola di Gesù piuttosto complessa e – a prima vista – scandalosa perché viene lodato un comportamento oggettivamente riprovevole. L’amministratore si comporta «disonestamente» col denaro del padrone e ciò provoca nei lettori un certo imbarazzo.

Se leggiamo attentamente, però, riusciamo a percepire che, di per sé, l’amministratore viene lodato per una ragione che non riguarda l’uso del denaro, ma l’abilità nell’affrontare una situazione delicata. In un frangente drammatico, in cui sarebbe rimasto senza lavoro, l’amministratore ha saputo rovesciare la situazione a lui sfavorevole, mostrando saggezza sia nella valutazione dei propri limiti («a zappare non ho forza, a mendicare mi vergogno») sia nella risoluzione che concerne il suo futuro («so che cosa farò!»). Zappare e mendicare erano ritenute anche nell’antichità professioni piuttosto ignobili, che l’amministratore non reputa confacenti alla sua condizione. Si tratta di semplici esempi, che mostrano soprattutto la naturale perspicacia di un uomo che sa valutare le proprie potenzialità e la propria indole. Riduce il debito a due debitori del padrone, ma anche in questo atteggiamento di sostanziale disonestà, l’amministratore si mostra comunque sagace, perché pensa a farsi degli amici, che potranno risultare utili nel momento in cui la scure del giudizio si abbatterà su di lui.

Ovviamente, sotto l’aspetto morale, il comportamento è riprovevole, ma non è questo il punto della parabola. Il racconto vuole semplicemente attirare l’attenzione del lettore sull’intraprendenza dell’amministratore che sa capovolgere il suo destino già segnato. E infatti, nell’ultima scena (v. 8) – che rivela il senso originario della parabola – la lode conclusiva del “signore”, non riguarda la moralità dell’atto, ma la sua intelligenza e abilità nel valutare bene la drammaticità della situazione e agire di conseguenza. In vista del futuro ha saputo agire “con destrezza” (phronimôs).

Come spesso accade nella conduzione lucana delle parabole, dopo il primo momento (parabolico) e, a partire da esso, prende corpo un secondo momento, costituito da un raggruppamento di logia, originariamente isolati, ma poi raggruppati per un qualche rapporto con la parabola (vv. 9-13). Questo secondo momento non è del tutto omogeneo al tema fondamentale della parabola, ma si presenta come uno sviluppo ulteriore. Nel nostro caso specifico, questo momento sviluppa il senso del racconto parabolico nella linea dell’uso del denaro e dei beni (cf. mamôna nei vv. 9.13, come inclusione di tutto il brano). Più che delle istruzioni, le sentenze che seguono sono delle istanze che riguardano la comunità lucana più che il tempo gesuano. Troviamo qui l’espressione to mamôna tês adikias / il mammona iniquo che ha provocato vivaci discussioni tra gli studiosi. L’espressione è molto negativa, perché la ricchezza – espressa con il sostantivo mamôna preceduto dall’articolo e seguito da un genitivo qualificante – viene presentata come una potenza personificata e iniqua. Questo, in realtà, non corrisponde alla concezione ebraica del creato, compreso come buono, perché uscito dalle mani di Dio (cf. Gn 1). La ricchezza non può costituire un’eccezione in questa bontà universale dell’universo creato. L’iniquità deve provenire da un altro elemento, esterno all’originario disegno divino. E infatti, la malvagità del denaro deriva dall’appropriazione dell’uomo, che ne fa un proprio possesso, dimenticando che ne è solo “amministratore” e non “signore”.

Ha ragione Dupont quando osserva che «il mammona, appartenendo a Dio, non è ingiusto in se stesso, ma lo diventa non appena l’uomo se ne appropria e lo accumula per sé (Lc 12,21), comportandosi come se Dio non rimanesse il padrone assoluto dei beni di cui l’uomo ha soltanto ricevuto l’amministrazione». L’autentica funzione della ricchezza consiste nell’essere uno strumento di “comunione”: il denaro va condiviso con i poveri, altrimenti diventa strumento di iniquità. È questo il senso dell’espressione «fatevi degli amici con mammona iniquo». Non è un caso che il capitolo che inizia con la nostra parabola si chiuda con la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (domenica prossima!), dove il ricco viene condannato non perché è ricco, ma perché non si accorge del povero che è alla sua porta (19,20-21).

Ma c’è un secondo aspetto che Luca intende sottolineare: la contrapposizione tra “mammona” – che è un bene di poco conto, ingiusto ed estraneo all’uomo – e la comunione con Dio, che è un bene assai più grande, vero (v. 11) e proprio dell’uomo (vv. 10-12). Con un passaggio dal meno al più Luca avverte la sua comunità: se voi cristiani non sapete gestire neanche il denaro sporco, condividendolo, come potete essere capaci di gestire i beni veri e autentici? Una verità semplice, ma sconcertante.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano