Commento alla Parola per la XXVI Domenica del Tempo Ordinario – 28 settembre 2025

Il tema della Domenica

Il motivo della scorsa domenica viene riproposto con grande vigore anche oggi, soprattutto a motivo dell’accostamento della veemente requisitoria di Amos contro «gli spensierati di Sion» con una delle parabole lucane più celebri: Lazzaro e il ricco epulone. Ancora una volta, dunque, la parola di Dio ci costringe a riflettere su un tema scabroso e di grande attualità, che riguarda i milioni di Lazzaro che bussano alle porte dei paesi benestanti, bramosi di sfamarsi di quello che cade dalla mensa dei ricchi. Un tema che – diciamo la verità – infastidisce, e si farebbe volentieri a meno di affrontare, ma che la Chiesa e il mondo non possono eludere. Soprattutto oggi. Particolarmente la Chiesa, chiamata a essere il segno di un mondo nuovo e diverso nei rapporti tra gli uomini e le nazioni.

Prima lettura: Am 6,1a-4-7

Già la domenica scorsa ci siamo soffermati sul «no» di Amos a una società ingiusta e corrotta che disprezza i poveri e, dunque, Dio. L’invettiva di Amos è un attacco violento alla vita gaudente dei notabili del regno di Samaria, con l’annuncio del prossimo castigo. Dicevamo che l’epoca in cui Amos vive e profetizza è quella in cui alla ricchezza di alcuni corrisponde l’estrema povertà di altri, con una religiosità di facciata e ipocrita.

La denuncia radicale del profeta, unita alla violenza delle immagini, irrita: Amos manca di «distinguo», di sfumature. Appare demagogico e unilaterale. Ci sarebbero mille ragioni per separare tra i ricchi – come del resto tra i poveri – la categoria dei buoni e dei cattivi. Amos sembra fare di ogni erba un fascio. Eppure, quanta verità nelle affermazioni di questo profeta che ha fatto una scelta unilaterale, optando per i poveri e per il Dio dei poveri! La verità di Amos e l’inganno dei nostri «distinguo» derivano dal fatto che le nostre opinioni riflettono il punto di vista di gente sazia. Chi più, chi meno, siamo tutti dalla parte di chi ha. Amos, invece, si schiera con una verità che viene per lo più nascosta e soffocata dalla paura e dal conformismo e che, se viene alla luce, accade solo grazie al coraggio della denuncia di pochi. Si tratta della verità delle vite umiliate, disprezzate e calpestate dall’ingordigia del potere e del denaro. A questo Amos dice: «no!». E, in effetti, il suo messaggio è essenzialmente un «no» appassionato, una denuncia a tutto campo. Un «no» alle strutture politiche e sociali di una società corrotta che calpesta il diritto dei giusti e schiaccia i miseri. Un «no» alla falsa sicurezza di un popolo che legittima il proprio tornaconto, fondandolo su una religiosità tanto splendida quanto ipocrita. Un «no» alla teologia ufficiale, che sembra avallare la comoda interpretazione dell’elezione intesa come privilegio.

In positivo, Amos guarda il mondo con lo sguardo dei poveri e ci ricorda che l’ingresso nel regno di Dio non avviene per vie intellettuali o su strade di un pietismo aleatorio, ma per scelte di responsabilità fattiva. Amos lascia comprendere che far parte del popolo di Dio non significa, anzitutto, privilegio, ma responsabilità. È quanto la parabola lucana del povero Lazzaro e del ricco epulone approfondirà in maniera toccante.

Il Vangelo: Lc 16,19-31

La parabola si presenta come il contrappeso di quella ascoltata nella domenica precedente, che conteneva la figura dell’amministratore disonesto che astutamente si era procurato amici con «mammona iniquo». Il riccone della parabola odierna, vestito di porpora e di bisso, non si accorge del povero coperto di piaghe, che siede alla porta del suo palazzo. Due situazioni contrapposte, dunque, che Luca utilizza per mettere in evidenza il pensiero evangelico riguardo alla ricchezza.

Ogni parabola ha sempre un nucleo centrale, ed è lì che va ricercato il messaggio. Anche nel nostro caso, bisogna evitare di soffermarsi troppo sui particolari e sugli aspetti contingenti. La descrizione dell’oltretomba, come pure il rovesciamento della situazione del povero e del ricco nell’aldilà sono formulate secondo la concezione del tempo e secondo la credenza popolare. Il nucleo della parabola è un altro ed è proprio sulla base di questo perno che il testo di Luca si congiunge intimamente al testo del profeta Amos. Il ricco viene condannato non a motivo della sua ricchezza, ma perché non ha ascoltato «la legge e i profeti», ossia non ha obbedito all’alleanza che esige la solidarietà con i fratelli più poveri.

Dicevo che è proprio questo il messaggio che salda insieme vangelo e prima lettura. Come Amos, Luca ricorda che l’ingresso nel Regno non avviene per vie straordinarie: per apparizioni di morti o visioni d’oltretomba. Perché, «se non ascoltano Mosè e i profeti, neppure se qualcuno risorge dai morti saranno persuasi».

Al pari di Amos, anche Luca lascia comprendere che la via della salvezza è la fedeltà all’alleanza in un’obbedienza fattiva e responsabile. Gesù esprimerà lo stesso concetto ribadendo: «a chi è stato dato molto, sarà chiesto molto» (Lc 12,48b). E, quando parlerà dei criteri di salvezza e di giudizio, dirà che non basta aver confessato «Signore, Signore…», ma sarà necessario aver saldato la propria confessione di fede con l’amore per l’indigente (cf. Mt 25,31-46). È su questa verità fondamentale che si fonda la responsabilità verso i poveri. Ritornare all’alleanza significa ritornare a proclamare Dio come Signore della terra e dei beni che in essa vi sono. La terra è di Dio e non è giusto che alcuni se ne approprino. Lo diceva senza paura Giovanni Crisostomo: «Dio, in principio, non ha creato questo ricco e quello povero e, quando chiamò gli uomini all’esistenza, non mostrò all’uno numerosi tesori pieni d’oro, mentre impedì all’altro di scoprirli, ma consegnò a tutti la stessa terra. Perché dunque, dal momento che essa è comune, tu hai tanti e tanti ettari, mentre il tuo vicino non ha nemmeno un pugno di terra?… Non è forse un male possedere da soli i beni del Signore, godersi da soli ciò che è comune a tutti? Non è forse di Dio la terra e quanto contiene?… Il mio e il tuo sono pure e semplici parole: non hanno un fondamento reale». Un messaggio forte e sconvolgente, sia per le organizzazioni mondiali, sia per ciascuno di noi.

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano