Commento alla Parola per la XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – 12 ottobre 2025

Il tema della Domenica

Sia la gratitudine dello straniero Na’aman a Eliseo che lo aveva guarito dalla lebbra, sia la vicenda del lebbroso samaritano, che torna a ringraziare Gesù per la sua guarigione, propongono il tema della riconoscenza intrecciato con quello della salvezza. Non si tratta solo di una parenesi lucana sulla gratitudine, ma di qualcosa di molto più profondo che riguarda la salvezza universale e soprattutto quella degli stranieri e degli esclusi. Anche questo è un tema molto caro al terzo evangelista, che presenta spesso gli stranieri come modello di autentici credenti.

Prima lettura: 2 Re 5,14-17

Il racconto della guarigione di Na’aman il siro occupa, nel secondo libro dei Re, uno spazio molto rilevante rispetto ai pochi versetti riportati nella lettura odierna. È evidente che la scelta di riportare solo alcuni passaggi vuole sottolineare un aspetto particolare dell’episodio.

Nell’antichità la lebbra veniva considerata una malattia assai problematica, soprattutto a motivo del contagio e della guarigione assai difficile, tanto da venire paragonata alla risurrezione dei morti. Con il termine ebraico şāra‘at / lebbra venivano segnalate varie patologie della pelle, come ulcere, macchie, cancrena, noduli ecc., talvolta guaribili e talaltra inguaribili. La reazione di Eliseo davanti a Na’aman, capo dell’esercito del re di Aram che era lebbroso mette in rilievo la difficoltà dell’impresa di guarire un uomo affetto da lebbra. «Sono forse io un dio da poter far vivere o morire che costui mi manda un uomo perché io lo liberi dalla sua lebbra?», dichiara Eliseo (1Re 5,7). Secondo Lv 13-14, i lebbrosi sono una delle categorie ritenute impure e questo comportava l’esclusione dagli atti cultuali e sacrificali, l’obbligo di evitare il contatto con le altre persone, di entrare nella città santa e nel tempio e, in molte circostanze, anche nelle sinagoghe. Non sempre questo divieto veniva rigidamente rispettato. Talvolta la pietà umana – soprattutto nei villaggi – evitava di applicare spietatamente la norma. In ogni caso, il lebbroso era considerato come un colpito da Dio e come un escluso dalla convivenza sociale e religiosa. Nella storia dell’interpretazione biblica la lebbra è stata spesso letta in chiave allegorica, come simbolo del peccato da cui bisogna essere guariti, ma non è questo il punto delle letture odierne. Le interpretazioni allegoriche della lebbra non sono giustificate dal testo ed è più opportuno insistere sul senso letterale come senso primario: la lebbra va intesa, anzitutto, come una malattia che aveva per il malato conseguenze sociali e religiose rilevanti, come l’esclusione dalla comunità civile e religiosa.

Il cuore dell’episodio, comunque, non è il miracolo di guarigione, ma un evento ben più importante: la confessione di fede in Dio, posta sulle labbra di uno straniero, come Na’aman il siro. Si abbattono così le barriere che pongono Dio nel recinto dei privilegiati e di chi crede di avere Dio dalla sua parte. Il vero Dio non può essere confinato nei recinti sacri e tantomeno nel giardino dei potenti di turno che attribuiscono la loro fortuna alla predilezione e all’approvazione dell’“Onnipotente”. Dio abita là dove l’essere umano lo lascia entrare e appartiene a ogni uomo che gli apre le sue porte.  Per questo il profeta Isaia annuncia con enfasi: «Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: «Certo, il Signore mi escluderà dal suo popolo!». Non dica l’eunuco: «Ecco, io sono un albero secco!». Poiché così dice il Signore: «Agli eunuchi che osservano i miei sabati, preferiscono quello che a me piace e restano fermi nella mia alleanza, io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome più prezioso che figli e figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato. Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli» (Isa. 56:3-7)

Il Vangelo: Lc 17,11-19

Il racconto di Luca è molto diverso da quello descritto nella prima lettura, ma l’intento è analogo.

Il grido dei lebbrosi, con l’implorazione «abbi pietà», fa appello alla bontà di Dio che i malati vedono riflessa nell’atteggiamento e nel comportamento di Gesù. Gesù non guarisce però i lebbrosi, ma li manda dai sacerdoti. La Legge prescriveva come primo adempimento, dopo la guarigione, una prassi rituale e il riconoscimento ufficiale da parte del sacerdote (cf. Lv 14,3-20). Il sacerdote, come interprete della legge, aveva sia il compito di dichiarare ritualmente “impuro” il malato (e, dunque, estromesso dal culto e dal contesto sociale), dopo averne riconosciuto la malattia, sia quello di dichiararlo puro, dopo averne riconosciuto la guarigione. Il miracolo non avviene subito, ma lungo il tragitto. Non è escluso che, analogamente a quanto era avvenuto con Na’aman il siro, anche Gesù volesse suscitare e provare la fede dei lebbrosi. In ogni caso la notizia della guarigione è molto sobria, a testimonianza che a Luca non interessava molto il miracolo, ma piuttosto un altro elemento che cerca di mettere in evidenza nella seconda parte del racconto: la salvezza di un samaritano.

L’incontro tra Gesù e il samaritano – tornato indietro appena resosi conto della sua guarigione, a differenza degli altri nove che proseguirono per la loro strada – costituisce infatti l’apice del racconto lucano. Mediante una sottile arte narrativa, che cerca di attirare l’attenzione del lettore creando in lui suspense, Luca dice inizialmente che si trattava soltanto di “uno di loro”, ma senza rivelarne i connotati etnici. Solo dopo dirà che “era un samaritano”.

Questo samaritano si prostra davanti a Gesù e lo ringrazia. Lodare Dio e cadere con la faccia a terra, ai piedi di Gesù mostra non solo un atteggiamento di rispetto, ma un legame profondo tra la potenza di Dio e il comportamento di Gesù. Del resto, nel giudaismo era diffusa l’opinione che solo la potenza divina può guarire dalla lebbra. In Gesù alberga qualcosa di straordinario e l’ex lebbroso diventa il modello del credente, che non si ferma al miracolo, ma entra in un rapporto personale con Gesù e con il Dio della vita. Perché, in effetti, a fondamento della salvezza non è un qualsiasi potere taumaturgico. Tutti e dieci i lebbrosi hanno sperimentato la potenza del miracolo, ma solo «uno di loro», lo straniero (!), ha riconosciuto in quel prodigio un invito ad andare oltre. L’ultima parola di Gesù, «la tua fede ti ha salvato», è rivolta solo a lui, che ha riconosciuto in Gesù la potenza di Dio ed è tornato a ringraziarlo. «La tua fede ti ha salvato» era stata una parola indirizzata da Gesù anche alla peccatrice in casa di Simone (7,50) e all’emorroissa (8,48): due persone ritenute anch’esse “impure”! I lontani (!) entrano a far parte del popolo di Dio, il popolo dei guariti, che riconoscono il Regno veniente nella persona di Gesù.

Subito dopo il racconto dei dieci lebbrosi, Luca porrà sulla bocca dei farisei una domanda rivolta a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». La risposta di Gesù suona: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: eccolo qui oppure eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi». (17,20-21). Per Gesù i segni della presenza del Regno non sono rilevabili agli occhi dei sensi, ma solo agli occhi della fede. Dieci lebbrosi, infatti, hanno visto il miracolo, ma «solo uno di loro» ha dato lode a Dio, riconoscendo con fede la sua opera. L’ammonimento conclusivo suona come un forte richiamo ai lettori: «Non sono stati purificati in dieci? Gli altri nove dove sono?». Un monito severo rivolto agli “ortodossi”, chiamati a entrare (proprio loro!) nella logica di Dio come lo straniero di Samaria. Ancora il profeta Isaia che ammonisce: «Oracolo del Signore Dio, che raduna i dispersi d’Israele: «Io ne radunerò ancora altri, oltre quelli già radunati». Voi tutte, bestie dei campi, venite a mangiare; voi tutte, bestie della foresta, venite…  Ma i cani avidi, che non sanno saziarsi, sono i pastori che non capiscono nulla. Ognuno segue la sua via, ognuno bada al proprio interesse, senza eccezione» (Is 56,8-11).

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano