Commento alla Parola per la XXX Domenica del Tempo Ordinario – 26 ottobre 2025

Il tema della Domenica

Le pagine bibliche di questa domenica presentano la contestazione più radicale dei criteri con i quali si è soliti esprimere opinioni e giudizi. Nella Scrittura il lettore è posto spesso davanti alla valutazione di Dio che rovescia i parametri umani: basti pensare alla scelta del secondogenito Giacobbe e non del primogenito Esaù, o all’opzione per Davide, il più piccolo tra i figli di Iesse. Nel Nuovo Testamento, le beatitudini rappresentano l’esempio classico dei criteri di Dio, che hanno come punto di riferimento non i ricchi e i sapienti, ma i poveri e gli ultimi. L’odierna lettura del Siracide e la nota parabola del fariseo e del pubblicano ci portano ancora una volta a riflettere su questo sconcertante aspetto della vita di fede, che lacera ogni perbenismo costruito dalla sapienza umana.

Prima lettura: Sir 35,15b-17.20-22a

Il brano del Siracide è inserito in un contesto che tratta dell’opera di Dio, giudice giusto e imparziale. L’imparzialità divina è richiamata però non alla maniera stoica, quasi si trattasse di un’impassibilità distante e autosufficiente. Al contrario: Dio è giusto perché non si lascia corrompere dai doni di chi possiede e si fa invece raggiungere dai poveri che lo supplicano. Gli orfani e le vedove appartengono, insieme agli stranieri, alle categorie classiche che designano gli ’anawîm / i poveri di Israele, quelli che nessuno ascolta.

Ma la lettura non si limita a dire che le lacrime della vedova, che scendono sulle sue guance, raggiungono Dio. Il messaggio teologico è più raffinato e sconvolgente ed emerge con chiarezza quando si legge la bella preghiera del capitolo 36, che segue immediatamente il brano proposto dalla liturgia odierna. Davanti a una storia che non fa giustizia degli oppressi, di fronte a nuove schiavitù di natura politica ed economica, culturale e sociale, Ben Sira ricorda a Dio le grandi opere del passato, quando egli scese per liberare un popolo oppresso e umiliato dalle mani dell’oppressore. Ben Sira legge il presente alla luce del passato e prega: «abbi pietà di noi, Signore Dio dell’universo, e guarda… alza la tua mano… affretta il tempo e ricordati del giuramento…». Nella servitù e nel vilipendio del presente, molto simile a quello del passato, il grido degli oppressi scuote Dio, lo chiama in causa, lo responsabilizza dicendogli: «Ricordati di Te!». E la risposta non si lascia attendere perché «la preghiera dell’umile penetra le nubi, finché non sia arrivata non si contenta, non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto ristabilendo l’equità».

Come Ben Sira, ogni orante è chiamato ad entrare in un’ottica che ristabilisce sulla terra una giustizia non a misura di alchimie e diplomazie umane, ma a misura di un’altra verità: quella di Dio. Il punto di vista divino, insensato agli occhi dei più, è l’unico compasso per misurare le costruzioni umane. Assuefatti ai parametri di questo mondo, i cristiani rischiano di perdere di vista questo criterio supremo della fede: il compasso per giudicare gli eventi è la fedeltà a Dio e non i successi. In questa dimenticanza è il vero secolarismo.

Il Vangelo: Lc 18,9-14

La straordinaria pagina evangelica si muove nell’ottica appena accennata. Con la preghiera del fariseo e del pubblicano, infatti, Luca non vuole offrire anzitutto un insegnamento sulla preghiera, ma una luce sui criteri di giudizio umano e di giudizio divino. Le preghiere del fariseo e del pubblicano non sono altro che la rivelazione di due modi di pensare Dio, con cui il lettore è invitato a confrontarsi.

Il fariseo prega stando in piedi. In genere si legge questa posizione come un segno di superbia, ma non è necessariamente così, perché lo “stare in piedi”, per un ebreo che prega, è l’atteggiamento abituale. Anche il pregare fra sé non necessariamente suggerisce una supplica dove l’io diventa il centro coagulante. Quell’in sé potrebbe indicare semplicemente una preghiera fatta a bassa voce, nel silenzio e nel rispetto. Dunque, non si parla del fariseo come un uomo borioso e narcisista.

Il contenuto della preghiera, poi – con la contrapposizione della propria vita a quella degli uomini rapaci, ingiusti, adulteri o a quella che conducono esseri come questo pubblicano – non vanno interpretate obbligatoriamente nel senso di un uomo che loda se stesso e disprezza gli altri. La preghiera del fariseo è ricorrente nella Bibbia e somiglia a quella di un uomo giusto che, nei Salmi ad esempio, si rivolgono a YHWH chiedendo la giustizia e l’avvento del Regno, perché «non siedo con gli uomini falsi e non frequento i simulatori, odio l’alleanza con i malvagi e non mi associo agli empi, lavo nell’innocenza le mie mani e giro attorno al tuo altare» (Sal 26). Il fariseo della parabola, dunque, non mente e non esagera: è un devoto che aspetta il regno di Dio. Dov’è dunque il problema?

Per comprendere a pieno il messaggio, il lettore è portato a fissare lo sguardo sull’altro personaggio: il pubblicano. Tre schizzi delineano la sua figura: sta a distanza, non osa alzare gli occhi al cielo e si batte il petto riconoscendo la sua verità di uomo immerso nei peccati. Bastano queste poche battute per presentare un atteggiamento che nei confronti di Dio consegna solo la propria indegnità, lasciando alla sua misericordia di fare il resto. La comprensione di Dio, che ha questo pubblicano, non è legata alla prestazione e alla riuscita. Direi che egli ammette anzitutto la propria ignoranza e la propria distanza da Dio. Riconosce che Dio è oltre le categorie umane, anche quelle che la teologia e i teologi sono in qualche modo costretti ad adoperare per parlare di Lui. Il pubblicano conosce di Dio un solo attributo: la gratuità del suo amore.

Lungo la serie di commenti alle letture bibliche che sono stato chiamato a condividere con i lettori durante questi anni, ho spesso ripetuto che l’uomo contemporaneo – non escluso l’uomo di chiesa – somiglia spesso al pio fariseo Paolo, prima della grande illuminazione che cambiò la sua vita. Si è perennemente intenti a giustificarsi, se non più davanti al tribunale di Dio (come al tempo di Paolo), davanti al tribunale della società e dell’ambiente circostante. Il rendimento è oggi la vera maledizione che incombe: si è qualcuno solo in virtù delle proprie prestazioni personali, ci si può affermare solo documentando la propria efficienza. L’autoaffermazione e l’auto-giustificazione dell’uomo è oggi una dottrina condivisa in ogni ambiente che conti.

Dire, invece, che è determinante la misericordia, significa ritornare a un concetto di gratuità e di dono che rischia di scomparire dalla nostra vita moderna. Non si tratta, ovviamente, di una polemica indistinta contro le opere, l’avanzamento professionale, il progresso ecc. E tuttavia, è necessario ribadire che in questa corsa verso il “di più” si annida un pericolo: l’obbligo conscio o inconscio che ha l’uomo moderno di dover sempre e comunque esibire i propri titoli di merito (nel linguaggio paolino, le opere). Ci si sente in dovere di sfoggiare le proprie benemerenze, di esibirsi, con l’illusione di un’autonomia totale, sciolta da ogni rapporto di dipendenza: una vita tesa solo al sacrificio per nuove e più vistose prestazioni. Il rapporto con Dio (e con gli altri), ispirato alla preghiera del pubblicano, contesta un sistema che vive solo di ruoli, burocrazia e sapienza mondana e stabilisce invece come criteri supremi dell’agire la gratuità e la misericordia.  

Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano