Sabato 28 febbraio don Massimo Grilli, partendo dagli ultimi versetti del Vangelo di Matteo (28, 16- 20), dove Gesù affida la missione universale ai discepoli, ha tenuto un incontro formativo per gli operatori diocesani della Caritas. In questi pochi versetti ci sono due scene. La prima riguarda i discepoli, che sono undici, perché uno ha tradito, non dodici. Gli altri poi non sono da meno perché quando lo vedono si prostrarono davanti a lui e, uomini di poca fede, dubitarono. La Bibbia dice che Dio è Santo. Lo stesso Matteo solo due volte dice che Dio è perfetto, in un contesto dove si parla di amore e di misericordia. Noi pensiamo che il cristiano sia senza limiti o che deve oltrepassare i limiti. La situazione dell’uomo invece è quella di chi non ha. Il limite ci appartiene. Il cristianesimo però non è rassegnazione, ma è dare un senso al limite. I discepoli sono undici, hanno dei limiti; a loro però è affidata la missione.
La seconda scena riguarda le tre parole dette da Gesù: mi è stato dato un potere; fate discepole tutte le genti, battezzandole e insegnando a osservare quello che ha comandato; io sono con voi fino al compimento. Più che di potere si deve parlare di autorevolezza. Potere di salvare, di perdonare di fare il bene, di sanare, di guarire. La chiesa, noi, siamo inviati a guarire non a condannare. Inviati a dire: c’è speranza per te, c’è qualcuno che ti ama.
Che cosa fa un operatore Caritas? Dice a un povero cristo: io sono con te, io sto accanto a te. È vero che il mondo ti condanna ma io ci sono. Questo è il potere che abbiamo. Fare discepoli battezzando e insegnando a osservare ciò che ci ha comandato. Si diventa discepoli con il Battesimo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ma non basta il rito. Qui si parla del Battesimo che ci lega a qualcuno, che ci mette in relazione. Essere in relazione vuol dire: io sono per te. Sono in relazione con te. Non si può dire adesso sono battezzato e basta. Bisogna scoprire che cosa significa essere battezzato. È vivere nella relazione, nella relazione con Dio, con Cristo e nella relazione con gli altri. Il Battesimo non è qualcosa di fisso, di immutabile, di statico. Il battesimo è come l’amore. L’amore non è scontato, non è qualcosa di fisso, di stabile, di inamovibile. Lo devi sempre nutrire, lo devi sempre risvegliare, lo devi sempre rinnovare. L’amore è un dinamismo.
Non basta essere battezzati nel nome… bisogna restare nella relazione con… Bisogna scoprire sempre questa relazione, la relazione con Cristo. Quello che faccio mi mette in relazione con Cristo, con Dio? Insegnare a osservare quello che vi ho comandato. Non basta dire vado alla messa, partecipo alle processioni allora io credo in Dio. Non chi dice: Signore, Signore…ma chi fa la volontà del Padre mio. “Ma Signore, ma noi non abbiamo fatto miracoli nel tuo nome.” “non vi conosco, andate via da me, voi che operate iniquità”. Il Vangelo è esigente. Lutero diceva anche che il discorso della montagna per un comune cristiano è impossibile. Chi può metterlo in pratica? All’inizio del Vangelo l’angelo dice in sogno a Giuseppe che il bambino sarà chiamato Emmanuele, Dio con noi. Gesù alla fine del Vangelo di Marco ci dice: io sono con voi. Con Lui si può mettere in pratica il Vangelo. Con noi non fino alla fine del mondo! Perché la fine rimanda alle catastrofi, alla caduta delle stelle. Ma fino al compimento. Tutto si compie! Anche i limiti. Qui ci sono i fondamenti dell’operare della Caritas: vivere il Battesimo non solo nel nome di Gesù, ma in relazione con Gesù e gli altri. Andare incontro all’altro, che non ha, non come uno che ha, ma come uno ugualmente piagato. Sono le piaghe che ci guariscono, non il potere o il ruolo. Tutti abbiamo un ruolo che ci impone di decidere: dare o non dare il pacco. Della nostra decisione siamo responsabili. Il come agire dipende da noi; il perché ce lo dice Gesù: per amore. (Bonhoeffer)
Luigi De Giusti, diacono





