Giornata delle Claustrali. Il valore dell’obbedienza

“D’accordo la vita claustrale, ma perché l’obbedienza? Perché sacrificare la propria libertà?”. Questa è una domanda che più di una volta mi è stata fatta. In realtà, Anche per chi riesce ad accettare la vita claustrale come condizione di vita, rimane molto più complicato comprenderne il caposaldo: l’obbedienza.

Cercare una risposta umanamente logica non è possibile, il perché dell’obbedienza infatti non può mai essere umano, ma solo soprannaturale. San Benedetto ne chiarifica l’utilità e la fondamentalità già nelle primissime righe del Prologo alla Regola:

“Ascolta, figlio, gli insegnamenti del maestro, e apri l’orecchio del tuo cuore; accogli di buon grado le esortazioni di un padre che ti ama, e mettile in pratica, perché attraverso la fatica dell’obbedienza tu possa far ritorno a colui dal quale ti sei allontanato per la pigrizia della disobbedienza”. (Prol. 1-2)

Quando Adamo trasgredì il divieto di Dio di mangiare dell’albero della conoscenza, commise il primo peccato contro l’obbedienza, noi monaci quindi ci sforziamo di “rendere” a Dio ciò che nel nostro progenitore Gli abbiamo sottratto. Dal momento però che noi non abbiamo più la possibilità di parlare faccia a faccia con il nostro Creatore, e quindi di conoscere direttamente la sua volontà, ci serviamo di un intermediario: l’Abate, nel caso specifico l’Abbadessa. Ella è colei che si fa interprete di detta volontà per noi.

Ciò non fa di lei una super-donna, non è necessario che lo sia, non si obbedisce perché chi comanda è più buono, più intelligente, o più santo, né perché ciò che chiede combacia con il proprio modo di vedere o con i propri gusti. La monaca crede che nel comando della Madre si manifesta la volontà di Dio su di lei. Solo una fede radicata e salda permette questo passaggio che trasforma l’obbedienza ad un comando umano in un atto di amore verso Dio. Per questo motivo San Benedetto invita il novizio a riflettere bene prima di arruolarsi nell’esercito di Cristo, perché la vita monastica non è un mestiere qualsiasi, ma è servizio di Dio.

Allora, una volta che ci si è impegnati con il vincolo della Professione, non ci si può tirare indietro.

Mi rendo conto che agli occhi di un osservatore non coinvolto in questa dinamica, tutto ciò può sembrare un esagerato assoggettamento, quasi un vivere militare, per il monaco invece, è dovere e giustizia. Ogni obbedienza (di conseguenza) diviene un seguire Dio, però qualora venisse a mancare questa convinzione, ogni nostro atto, anche il più perfetto, non sarebbe che vuota esecuzione, completamente inutile al bene della monaca e della comunità.

Ciò non toglie che anche alla convinzione più profonda si accompagni pur sempre la nostra natura umana che fa sorgere atteggiamenti che ostacolano le giuste disposizioni d’animo. L’orgoglio è senz’altro il principale, per questo motivo San Benedetto ci tiene a mettere in luce le basi su cui appoggiare un’obbedienza sincera: umiltà e amore. Questi sono gli atteggiamenti che ci permettono di rimanere con i piedi per terra evitando di cadere nell’errore, purtroppo molto comune, di sognare donazioni ideali di sé, grandi e generose che poi si sgretolano, non perché le esigenze di Dio siano enormi, ma perché spesso sono troppo comuni, contenute in piccolissime cose ordinarie, che finiscono col “deludere” i grandi “ideali”! La monaca è convinta che ogni obbedienza, per quanto piccola è un atto d’amore che crea un intimo legame con Dio.

La libertà esteriore, materiale, che la monaca perde, allora è una sorta di trampolino di lancio per conquistarne una molto più importante: quella interiore, che è principalmente emancipazione da se stessi, dai propri sentimenti, dalle proprie sensibilità e modi di vedere, fino a raggiungere quella libertà del cuore che sola permette l’intima adesione a quanto ci viene chiesto, quindi alla volontà di Dio.

L’obbedienza vissuta in questo modo diventa senza dubbio mezzo di unione con i fratelli, che, come ci esorta San Benedetto, devono prestarsi obbedienza reciproca (cfr. RB 72) e fa della comunità un piccolo popolo compatto, in cammino dietro colui che è stato stabilito come capo, perché tutti insieme si giunga alla vita eterna (cfr. RB 72).

Si può vivere con gioia in questa condizione?

Certamente sì. L’obbedienza richiede sforzo, fatica, anche lotta, ma non lascia mai nella tristezza. Il viaggiatore che è sicuro di essere sulla via giusta può essere stanco, ma mai triste.

Maria Benedetta OSB
Monastero di San Giovanni Battista in Subiaco