Oggi, al rientro dall’università, mentre risalivo la strada che conduce a San Polo dei Cavalieri, in questa giornata limpida, colma di sole e di luce, sentivo che non stavo soltanto tornando a casa.
Era come se quella salita, tornante dopo tornante, mi chiedesse di salire anche interiormente, di attraversare i pensieri, di lasciarmi interrogare dal tempo storico che stiamo vivendo.
La luce di marzo accarezzava i monti, eppure dentro avvertivo il peso di un’umanità ferita, smarrita, divisa. Il momento politico e sociale che attraversiamo non è semplice. L’Italia, l’Europa, il mondo intero sembrano sospesi tra paura e speranza, tra promesse gridate e verità smarrite.
Ed è stato proprio lungo quella strada che mi sono tornate nel cuore le parole del caro estinto, il “giudice ragazzino”, Rosario Angelo Livatino. Parole scolpite nel tempo, parole che — a distanza di trentacinque anni dalla sua morte — non hanno perso forza, ma anzi acquistano una drammatica attualità:
“Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”.
Che cosa significa oggi essere credibili?
Come uomo, mi chiedo se la mia vita parla più delle mie parole.
Come cristiano, mi domando se il Vangelo che annuncio è visibile nei miei gesti.
Come sacerdote e pastore di un popolo affidatomi, mi interrogo se il mio ministero genera fiducia, coerenza, verità.
Livatino non è stato soltanto un magistrato; è stato un uomo che ha unito fede e responsabilità civile senza esibizionismi, senza compromessi. La sua voce non si è spenta con il suono dei colpi che lo hanno strappato alla vita; essa continua a risuonare, come coscienza viva di una nazione che oggi più che mai è chiamata ad essere credibile.
Credibile nella giustizia.
Credibile nelle istituzioni.
Credibile nella politica.
Credibile nella Chiesa.
Credibile nei rapporti quotidiani.
Ma la credibilità non si decreta: si costruisce. E si costruisce soltanto attraverso un serio, profondo esame di coscienza. Quello scomodo, quello che ci obbliga a guardarci dentro senza alibi, senza giustificazioni. Chi siamo realmente? Chi vogliamo essere? Siamo disposti ad essere cristiani autentici, figli dello stesso Padre, o preferiamo restare spettatori delle nostre incoerenze? Il mondo ci è stato consegnato — come ricorda la Genesi — perché lo coltivassimo e lo custodissimo. Che cosa ne abbiamo fatto di questo affidamento? Abbiamo edificato ponti o muri? Abbiamo generato comunione o sospetto? Abbiamo insegnato ai nostri figli l’arte del convivere o quella del prevalere?
E le parole del Vangelo risuonano come un monito severo: “Spelonca di ladri” (Mt 21,13). Non rischiamo forse di trasformare anche i luoghi più sacri — quelli della politica, dell’economia, perfino delle relazioni — in spazi di interesse personale?
Mentre giungevo in paese e il sole scendeva dietro i monti, ho compreso che la vera salita non era quella asfaltata. È la salita della coscienza. È la fatica dell’onestà. È la coerenza quotidiana.
Allora mi chiedo — e vi chiedo —: siamo ancora credibili?
Siamo ancora capaci di accoglierci gli uni gli altri per il bene comune?
Siamo ancora disposti a pagare di persona per la verità?
La credibilità non nasce dall’essere perfetti, ma dall’essere veri.
E forse oggi, più che mai, il nostro Paese ha bisogno non di credenti rumorosi, ma di uomini e donne credibili, silenziosamente fedeli, come quel giovane giudice che ha saputo unire il cielo e la terra nella stessa coscienza.
E mentre il sole illuminava San Polo, ho pregato così:
Signore, rendici credibili.
Non grandi, ma veri. Non potenti, ma giusti.
Non apparenti, ma luminosi nella coscienza.
Perché solo così la luce che oggi splendeva sui monti potrà continuare a splendere anche nei cuori.
G. M. Saccà





