Omelia alla Santa Messa del Crisma 2026

San Vittorino Romano, Santuario di Nostra Signora di Fatima, Giovedì 2 aprile 2026

Cari fratelli e sorelle,

innanzitutto grazie per essere qui, insieme ai vostri sacerdoti e diaconi, nel giorno in cui, con gioia e gratitudine, facciamo memoria dell’istituzione da parte di Gesù del sacerdozio ministeriale e dell’Eucaristia. Nel giorno in cui i vostri presbiteri e diaconi rinnoveranno le promesse sacerdotali e diaconali, saranno benedetti gli Oli santi e con rinnovato vigore ripartiremo insieme: presbiteri, diaconi, popolo santo di Dio per celebrare il Triduo Pasquale e continuare a diffondere nel mondo il buon profumo di Cristo.

In questa Santa Messa salutiamo ed auguriamo ogni bene a tutti i presbiteri che in questo anno compiono particolari anniversari di ordinazione ed i cui nomi sono elencati all’inizio del libretto che vi è stato consegnato per partecipare alla presente liturgia.

Nel mistero della comunione dei santi sentiamo vicini oggi anche quei presbiteri che dalla scorsa Messa del Crisma hanno ricevuto l’ultima chiamata, sicuri che pregano per noi mentre noi preghiamo per loro. Essi sono: Don Bruno Leone, Padre Giustino Conti, Padre Giovanni Gisondi e Padre Oscar Pellegrini. Il Signore, che hanno servito su questa terra, doni loro il premio della pienezza eterna della vita promesso ai servi buoni e fedeli del Vangelo.

Lo spirito del Signore è su di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione (Is 61,1): con queste parole pronunciate da Gesù nella sinagoga di Nazaret, davanti agli occhi dei suoi conterranei, davanti agli occhi dell’umanità intera, davanti ai nostri occhi – di noi che oggi siamo qui raccolti in commossa contemplazione –, Gesù dischiude un poco del suo mistero.

Il mistero di Cristo ci si svela così oggi come mistero di consacrazione: è il mistero di un uomo, che è più che uomo, e che diventa per tutti noi la fonte permanente della salvezza, cioè della gioia, della libertà, della conoscenza soprannaturale, della vita di grazia; è il mistero di un uomo che, nato dallo Spirito Santo, è ricolmato di questo stesso Spirito di Dio fino a traboccarne, tanto da effonderlo su tutti coloro che lo riconoscono e lo accolgono come l’Emmanuele, il Dio con noi, colui che è davvero Salvatore e Signore.

Lo Spirito su di lui scende copioso proprio per traboccare e riversarsi sugli uomini, proprio per poter essere donato alle creature e rinnovarle. Appunto perciò questa sua immanenza ineffabile nell’umanità del Figlio di Dio costituisce una consacrazione e fonda un sacerdozio. L’uomo su cui è venuto così lo Spirito Santo diventa il pontefice dell’universo, la reale e indistruttibile connessione tra il cielo e la terra, quasi il cuore pulsante che propaga nell’umanità la vita divina.

Abbiamo dunque un mediatore che non viene mai meno, garante di un patto definitivo tra noi e il Padre, il patto sigillato con il sangue di questo sacerdote che si fa anche vittima sacrificale, come con particolare intensità siamo invitati a meditare in questi giorni.

A questo sacerdozio cosmico del Signore Gesù, Dio fa partecipare tutta la comunità cristiana. Col suo piccolo gregge (Lc 12,32) egli costituisce un regno di sacerdoti (Ap 1,6), coinvolgendolo nella grande opera del riscatto e della santificazione del mondo. Dopo aver consacrato il suo Unigenito come pontefice della nuova ed eterna alleanza, il Padre comunica “il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti”.

E così il crisma, che qui tra poco consacreremo, da questo altare fluirà per tutta la nostra terra sulla nuova generazione dei figli di Dio e sui confermati, come “segno sacramentale di salvezza e di vita perfetta”, quasi a esprimere e a rendere percepibile il conferimento della dignità sacerdotale, regale e profetica a tutta la Chiesa.

Questo stesso crisma ci ricorda altresì il mistero del sacerdozio ministeriale. È il crisma che nel giorno dell’ordinazione è stato versato sulle mani dei sacerdoti, quasi a significare che, nel disegno di Dio, la santificazione degli uomini e la loro consacrazione al Dio vivo si attuano per opera di coloro che sono deputati, mediante l’imposizione delle mani del Vescovo, a farsi strumento di salvezza dei fratelli. Divenuti dispensatori dei divini misteri e conformati a Cristo, che si è fatto servo di tutti, essi nella Messa rinnovano il sacrificio redentore, nel rito della riconciliazione assicurano ai peccatori il perdono del Padre, ogni giorno nutrono il gregge del Signore con la parola di vita e con la grazia.

Si comprende allora perché la materna sapienza della Chiesa ci voglia tutti radunati insieme, cari presbiteri e popolo santo di Dio, in questo giorno durante il quale i presbiteri rinnoveranno gli impegni di specialissima unione al Signore Gesù e di totale dedizione al vero bene del popolo santo di Dio, impegni che noi presbiteri ci siamo assunti nel giorno della nostra ordinazione.

Vorrei pertanto rivolgermi ora in special modo a voi, carissimi miei presbiteri, che, chiamati dal Signore, siete stati conformati a Cristo, siete stati resi ministri delle cose di Dio, chiamati a essere immagine di Cristo capo e pastore anche se nello stesso tempo tutti, sia voi che io, ci sentiamo fragili, un po’ stanchi. Come Gesù alla sinagoga sentiamo che gli occhi di tutti sono fissi su di noi: a volte ci guardano con benevolenza e comprensione ma molte altre volte sentiamo che non è così perché viviamo in un mondo in cui, come scriveva Papa Leone XIV al presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid il 9 febbraio scorso, “in molti ambienti constatiamo processi avanzati di secolarizzazione, una crescente polarizzazione nel discorso pubblico e la tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola a partire da ideologie o categorie parziali e insufficienti. In tale contesto – continuava Papa Leone –, la fede corre il rischio di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata nell’ambito dell’irrilevante, mentre si rafforzano forme di convivenza che prescindono da ogni riferimento trascendente”. Lo sappiamo: “Per molto tempo, il seme cristiano ha trovato un terreno in gran parte preparato, perché il linguaggio morale, i grandi interrogativi sul senso della vita e certe nozioni fondamentali erano, almeno in parte, condivisi. Oggi questo sostrato comune si è notevolmente indebolito. Molti dei presupposti concettuali che per secoli hanno favorito la trasmissione del messaggio cristiano hanno smesso di essere evidenti e, in non pochi casi, persino comprensibili. Il Vangelo non si confronta solo con l’indifferenza, ma anche con un orizzonte culturale diverso, in cui le parole non significano più lo stesso e dove il primo annuncio non si può dare per scontato”.

Tutto ciò può creare in noi come anche nelle nostre comunità un po’ di stanchezza e far sorgere la domanda: “Ma avrà un senso quello che stiamo facendo?” e si potrebbe insinuare la tentazione dello scoraggiamento, con la perdita di motivazioni e slancio e la conseguente tentazione di cedere davanti alla voce di sirene che ci vorrebbero condurre lontani da ciò che in realtà siamo. Con le parole rivolte dal Papa alla Parrocchia romana del Quarticciolo il 1° marzo scorso vorrei dire pertanto a tutti voi che “invece è proprio di fronte al mistero del male che dobbiamo testimoniare la nostra identità di cristiani – ed aggiungo io, di presbiteri e diaconi – di persone che vogliono rendere percepibile il Regno di Dio nei luoghi e nei tempi in cui vivono”. Sappiate infatti che anche se spesso i nostri sforzi nell’annunciare il Vangelo paiono non producano i frutti sperati tuttavia nel cuore di non poche persone, specialmente giovani, sta rinascendo oggi un’inquietudine nuova.

Scriveva Papa Leone al presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid: “L’assolutizzazione del benessere non ha portato la felicità sperata; una libertà svincolata dalla verità non ha generato la pienezza promessa; e il progresso materiale, da solo, non è riuscito a soddisfare il desiderio profondo del cuore umano”.

Cari confratelli nel sacerdozio, ripuntiamo allora il nostro sguardo verso Colui che nella sua grande misericordia ci ha chiamati a seguirlo. Anche nella missione non sempre facile che oggi siamo chiamati a svolgere Lui c’è, è presente, l’iniziativa è sempre Sua che già sta operando e ci precede con la sua grazia.

A noi soltanto il compito di essere o tornare ad essere ciò che deve essere il prete: “Non uomini definiti dal moltiplicarsi di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il proprio ministero a partire da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale contrassegnata dal dono sincero di sé” (Papa Leone XIV ai preti di Madrid, 9 febbraio 2026). Come ricordava Papa Leone “Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico – essere alter Christus – lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore, e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate” (ibidem).

Per fare questo, nostro primo compito sarà quello che è da sempre per noi essenziale: “Stare con il Signore”, conoscerlo e amarlo e lasciare che Lui continuamente ci formi per poter sempre più somigliare a Lui. Ogni giorno occorre che rifondiamo la nostra risposta a Lui. Non basta, infatti, essere arrivati all’ordinazione “come – scriveva il Papa al Seminario Maggiore di Trujillo il 4 novembre scorso – se fosse una meta esterna o una facile via di uscita da problemi personali. Non è – continuava – una fuga da ciò che non si vuole affermare, né un rifugio di fronte alle difficoltà affettive, familiari o sociali; e neppure una promozione o una protezione, ma un dono totale dell’esistenza” e continuava: “Ciò che conta non è ‘ordinarsi’, ma essere veramente sacerdoti”. Il nostro essere sacerdoti non è scelta nostra ma sappiamo bene che nasce da una scelta del Signore che ci ha chiamati affinché riproduciamo in noi la Sua immagine e diamo costante testimonianza di fedeltà e amore. Occorre dunque “Stare con il Signore” affinché scruti continuamente il nostro cuore e ci aiuti a comprendere ogni giorno ciò che muove veramente le nostre intenzioni. Ricordava il Papa, sempre in quella Lettera che vi ho citato: “La rettitudine di intenzione significa poter dire ogni giorno, con semplicità e verità: ‘Signore, voglio essere tuo sacerdote, non per me, ma per il tuo popolo’”. Questa trasparenza si coltiva nella confessione frequente, nella direzione spirituale sincera e nell’obbedienza fiduciosa al Vescovo. Cari amici presbiteri, lo dico innanzitutto anche per me: stiamo di più con il Signore! “La preghiera non è un esercizio accessorio”, “chi non prega, non conosce il Maestro; e chi non lo conosce, non può amarlo veramente né configurarsi a Lui. Il tempo dedicato alla preghiera – scrive Papa Leone – è l’investimento più fecondo della vita, perché il Signore plasma i sentimenti, purifica i desideri e rafforza la vocazione. Non può parlare di Dio chi parla poco con Dio!”. Cristo si lascia incontrare nella Sacra Scrittura. Lì conosciamo ogni giorno Cristo. Diceva Papa Francesco: “Abbiamo bisogno di guardare proprio a Gesù, alla compassione con cui Egli vede la nostra umanità ferita, alla gratuità con cui ha offerto la sua vita per noi sulla croce” (Francesco, Lettera ai sacerdoti della diocesi di Roma, 5 agosto 2023).

Insieme alla preghiera dobbiamo poi radicare il nostro incontro con il Signore nell’intelligenza e nella dottrina. Certamente siamo pieni di cose da fare ma riservarci anche un po’ di tempo per lo studio, la lettura di qualche buon libro di teologia o di spiritualità sarà una buona forma di amore e di servizio per la nostra missione.

Vita spirituale e vita intellettuale, dunque, ma che insieme orientino sempre verso l’altare “luogo dove l’identità sacerdotale si edifica e si rivela in pienezza” (cfr San Giovanni XXIII, Lettera Enciclica Sacerdotii Nostri Primordia, II), “nel Santo Sacrificio – infatti – il sacerdote impara a offrire la propria vita, come Cristo sulla croce. Nutrendosi dell’Eucaristia, scopre lì l’unità tra il ministero e il sacrificio (cfr San Paolo VI, Lettera enciclica Mysterium fidei, n.4) e comprende che la sua vocazione consiste nell’essere ostia insieme a Cristo (cfr Rm 12,1). Così quando la croce si assume come parte inseparabile della vita, l’Eucaristia smette di essere vista solo come un rito e diventa il vero centro dell’esistenza”.

L’unione con Cristo nel sacrificio eucaristico si prolunga poi nella paternità sacerdotale che non genera secondo la carne ma secondo lo Spirito. “Essere padre – ha scritto Papa Leone – non è qualcosa che si fa, ma qualcosa che si è. Un vero padre non vive per se stesso, ma per i suoi … così anche il sacerdote porta nel suo cuore tutto il popolo, intercede per esso, lo accompagna nelle sue lotte e lo sostiene nella fede (cfr 2 Cor 7,4). La paternità sacerdotale consiste nel far trasparire il volto del Padre, di modo che chi incontra il sacerdote intuisca l’amore di Dio”. “Tale paternità si esprime in atteggiamenti di dono di sé: il celibato come amore indiviso a Cristo e alla sua Chiesa, l’obbedienza come fiducia nella volontà di Dio, la povertà evangelica come disponibilità per tutti … e la misericordia e la forza che accompagnano le ferite e sostengono nel dolore. In esse si riconosce il sacerdote come vero padre, capace di guidare i propri figli spirituali verso Cristo con fermezza e amore. Non esiste paternità a metà, né sacerdozio a metà”.

Cari fratelli e sorelle, comprendete bene come non sia facile, anche se meravigliosa, la chiamata dei vostri presbiteri! Anche loro, come voi, vivono nel mondo, sentono come la dispersione digitale rubi interiorità, come le ideologie sviino dal Vangelo. Ma loro oggi sono qui, con voi e davanti a voi, uniti tra loro e con me loro Vescovo, per rinnovare il loro sì, il loro impegno di sequela del Signore per il vostro bene spirituale. Hanno dato la vita al Signore ma anche per voi!

Pregate dunque per loro, siate riconoscenti per ciò che fanno e per ciò che sono, aiutateli a non isolarsi dal loro popolo. E tra voi, cari miei sacerdoti, non isolatevi mai dal presbiterio e anche da me vostro Vescovo. Sempre Papa Leone scriveva: “Un sacerdote isolato è vulnerabile, la fraternità e la comunione sacerdotale sono intrinseche alla vocazione. La Chiesa ha bisogno di pastori santi che si donino insieme, non di funzionari solitari; solo così potranno essere testimoni credibili della comunione che predicano”.

Popolo di Dio, popolo di uomini e donne fragili ma riempiti del dono dello Spirito, camminiamo insieme, senza stancarci, verso l’eternità. Il Signore è con noi. Ripetiamolo insieme, ciascuno consapevole della propria vocazione: Lo spirito del Signore è su di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione (Is 61,1). La Sua mistica unzione ci trasfiguri e trasformi tutto ciò che sfigura l’uomo e la vita. Noi tutti – Vescovo, preti, diaconi, battezzati – continuiamo a testimoniare il Vangelo che trasfigura e dona la vita.

Maria Santissima, Madre della Chiesa, ci accompagni sempre ed interceda per noi. Amen.

+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina