Omelia alla Santa Messa del Giorno di Natale – Palestrina 2025

Palestrina, Cattedrale di Sant’Agapito Martire, Giovedì 25 dicembre 2025

Qui “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14)

È la frase che, scritta in latino, a Nazaret, nel Santuario dell’Annunziazione, mi fece profondamente commuovere quando andai per la prima volta in Terra Santa.

Lì compresi, ancor più che attraverso gli studi e le tante omelie ascoltate o predicate, che cosa volesse dire quel versetto del prologo del Vangelo di Giovanni. Lì, in un luogo concreto, Dio si è incontrato con la nostra umanità ed è stato concepito nel grembo di Maria. Lo stesso stupore e la stessa commozione mi colpirono quando giunsi a Betlemme dove sotto un altare c’è una stella d’argento che segna il luogo dove secondo la tradizione è nato dopo nove mesi dal concepimento Gesù. Ed è scritto “Qui dalla Vergine Maria è nato Cristo Gesù”. Una frase che letta insieme a “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” ci dice tutto del mistero del Natale.

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”

È il grande Mistero del Natale che celebriamo oggi.

Il Vangelo che la Messa del Giorno di Natale ci fa ascoltare ci dice che tutto è stato creato dalla Parola del Padre e ogni cosa riceve da Essa la sua sostanza. Sostanza che è la vita ed è la luce di ogni uomo. In semplici parole: la vita è una luce che viene da Dio. Ma rimarrebbero concetti astratti se non arrivassimo al versetto 14 del primo capitolo del Vangelo di Giovanni, il versetto che mi ha fatto commuovere e che deve farci commuovere ogni volta che lo ascoltiamo come è accaduto questa mattina: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Quella Parola apparentemente irraggiungibile, intangibile, che era tutta rivolta verso Dio, che è Dio, che ha la sua stessa sostanza, si volge verso noi e prende carne, viene a vivere in mezzo a noi non perdendo la sostanza ma assumendo la nostra umanità. Il Padre Dio rimane Dio ma si volge a noi e prende la forma del Figlio che è vero Dio ma anche vero uomo. La Parola prende forma concreta, non è un mito leggendario, è una persona concreta, è Gesù che è nato per noi nella stalla di Betlemme dal grembo di Maria, custodito dall’amore di Giuseppe, scaldato dagli animali, adorato dai pastori.

E noi abbiamo così potuto contemplare la sua “gloria”. Gloria che non è ostentazione ma è il valore autentico di Dio che si è fatto carne. Contemplare la gloria di Dio vuol dire conoscerlo veramente.

Quando San Giovanni scrive: “Noi abbiamo contemplato la sua gloria” non fa altro che riassumere l’esperienza dei primi cristiani che compresero, come vorrei che comprendessimo anche noi oggi e sempre, che Dio non è un concetto da capire, ma un bambino da accogliere, nato in circostanze umili e cresciuto tra noi.

E qui ne deriva una conseguenza importantissima per noi.

Se Dio prima dell’incarnazione era difficile da comprendere, pareva lontano dall’uomo che pure aveva creato e da sempre ha amato, ora la sua gloria si manifesta in una vita come la nostra. E questo dimostra che non è vero che l’esistenza secondo la fede sia asettica, aliena dalla carne, ma che la nostra stessa carne è stata redenta ed è diventata luogo dove Dio si può manifestare. Dio non ha problemi a prendere parte della nostra vita e delle condizioni più umili.

La “gloria” di Dio si manifesta così attraverso uno svuotamento di se stesso, una detronizzazione che Dio accetta pur di creare per poi mantenere per sempre un contatto con noi, una relazione con noi, per avere un incontro con noi!

Ma se capisco la carne di Cristo, allora capisco anche la mia. Se vedo la gloria di Dio, il valore, il peso, il senso che ha un Dio che ha preso la mia carne per venirmi a salvare dal peccato e dalla morte, allora comprendo anche il valore della mia carne e della mia rilevanza. Se capisco quanto Dio si sia spogliato di sé per essere vicino a me, se inizio ad apprezzare quanto Dio sia disposto a svuotarsi per essere vicino a me, allora comincio a comprendere il mio valore, la mia rilevanza, comincio a comprendere chi sono veramente. E attraverso l’atto di accoglierlo, vedo la mia dignità. Se il Dio che ha creato l’universo, il cosmo, le stelle, si è fatto nulla, si è fatto piccolo bambino per stare con me, con noi, allora cosa può farci paura nella vita?

San Paolo direbbe: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31).

Vedete, noi spesso pensiamo a Dio come a un potente, un giudicatore, come lontano da noi … Ma per vederne la sua vera gloria occorre guardarlo a Natale. Umile, disponibile, completamente dono.

E se il Signore si è fatto carne, allora è importante che noi siamo noi. È importante avere carne ed essere vivi lasciando che Lui ci salvi. San Giovanni Paolo II diceva: “Vale la pena di essere uomo, perché tu, Gesù, sei stato uomo!”.

Cari amici questo è il senso profondo del Natale. Dio in Gesù si fa carne e noi, uomini e donne di carne, possiamo comprendere pienamente quanto Dio ci ami, quanto Dio si sia abbassato per innalzarci, quanto desideri riempirci della sua luce, della sua vita, del suo amore perché noi, a nostra volta, nella nostra carne portiamo a tutti i segni concreti della sua vicinanza, del senso che vuol dare alla nostra vita e alla vita di coloro che incontrandoci devono incontrare Dio.

Se non avessimo Dio che si è fatto uomo per noi saremmo rimasti come in sospeso anche nella fede. Infatti Dio si è fatto carne perché ci ha visti assetati di conoscenza, smarriti, pieni di interrogativi e poveri di risposte plausibili sul senso della vita. Il Figlio di Dio viene a comunicarci ciò che è assolutamente necessario sapere, se vogliamo trascorrere razionalmente e consapevolmente i nostri anni.

Nel prologo leggiamo ancora che Gesù, il Verbo che si è fatto carne, è la luce vera che illumina ogni uomo (Gv 1,9). Ebbene in virtù di questa luce noi sappiamo di non essere capitati per caso nell’avventura dell’esistenza ma di essere il frutto di un amoroso progetto di Dio, che appunto per questo possiamo chiamare “Padre”.

In virtù di questa luce che ha squarciato il buio delle notti del peccato, il buio della vita senza Dio, noi sappiamo che il nostro peregrinare sulla terra ha una mèta: una mèta desiderabile alla quale ci avviciniamo sempre più a mano a mano che passano i nostri anni e i nostri giorni. Una mèta di felicità che ci ripagherà di ogni disagio, di ogni sofferenza. E in virtù di questa luce sappiamo anche quale sia la nostra missione nel mondo, la missione che deriva dal Natale: quella di ricambiare la benevolenza di Dio per noi con l’amore per Dio e per i fratelli. In questo giorno ringraziamo Dio che ci ha amati fino a scendere dal Cielo per dare senso al nostro vivere, per dare dignità alla nostra vita, dal suo concepimento fino alla sua morte naturale, porta di ingresso nella dimensione eterna della vita. E grati per tanta benevolenza divina ricambiamola con l’amore per Dio e per i fratelli. Amiamo come siamo stati incredibilmente amati da Lui, della stessa sostanza del Padre e nato oggi dalla Vergine Maria! Amen.

+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina