Omelia alla Santa Messa del Giorno di Pasqua 2026

Palestrina, Cattedrale di Sant’Agapito Martire, Domenica 5 aprile 2026

Cari fratelli e sorelle, buona Pasqua!

Il Vangelo della Messa del giorno di Pasqua inizia così: “Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro. Era ancora buio …” (v.1).

Pensiamo a quel mattino. Era ancora buio dopo il sabato giorno di festa. Tutto era silenzio, immobilità, quiete, e una donna, sola e impaurita, si muove nell’oscurità della notte.

La morte sembrava dominare incontrastata e il silenzio e il buio ne celebravano il trionfo. Il potere, il principio della forza, della discriminazione, dell’ingiustizia parevano aver vinto definitivamente sul giusto, su Gesù, sulle forze della vita.

E invece in quel buio accade qualcosa di meraviglioso che vorrei accadesse anche a noi stamane che celebriamo ogni anno la Pasqua ma tanto spesso ci lasciamo prendere più dal buio della morte che dalla luce della vita, più dal buio del peccato che da quella vita di grazia che dovrebbe essere la nostra vita abituale e dar luce a tutte le nostre parole ed azioni di battezzati.

Nel buio, dicevo, accade qualcosa. Maria di Magdala scorge il sepolcro di Gesù vuoto! E la scena descrittaci da Giovanni cambia. Tutti i personaggi sono come scossi dal loro torpore e iniziano a muoversi: “Maria di Magdala corre da Simon Pietro … che si precipita fuori con l’altro discepolo … Corrono insieme, ma l’altro discepolo corre più veloce …” (vv.2-4).

Il giorno dopo il sabato esplode di nuova energia e di nuova speranza, la vita riesplode in tutta la sua forza. Dio è intervenuto e ha spalancato il sepolcro, ma Maria di Magdala ancora non lo sa, pensa che il cadavere sia stato rubato. E così reagisce spontaneamente come farebbe chiunque di noi se andando al cimitero trovasse vuota la tomba di un proprio caro defunto.

Maria di Magdala poteva avere due reazioni: o fermarsi davanti a questa prima constatazione o continuare a cercare un senso a ciò che si constata. Di fronte alla morte, cari amici, ci si può rassegnare e piangere o aprire il cuore alla luce dall’alto.

La Maddalena esce momentaneamente di scena e sembra che passi il testimone della corsa verso la fede ad altri discepoli. Uno è Pietro, l’altro non ha nome. In genere si dice che fosse l’evangelista Giovanni. Può darsi che fosse lui il discepolo che Gesù amava ma potrebbe essere anche un altro, forse uno di noi invitato a correre verso il sepolcro con Pietro, con la Chiesa che anche oggi ci annuncia il Risorto e non ha altro compito che questo: annunciare a tutti che Gesù è risorto e vivo e anche noi, battezzati, con Lui risorgeremo!

Ma lasciatemi fermare ancora un poco su questo discepolo senza nome che è sempre stato legato in qualche modo a Pietro.

Nel primo capitolo del Vangelo di Giovanni era entrato in scena accanto ad Andrea. I due un giorno vedono Gesù passare e gli chiedono dove abita? Lo seguono e rimangono con Lui tutta la notte. Che c’entra Pietro? C’entra perché il discepolo senza nome arriva a Gesù prima di lui (Gv 1,35-40).

Di questo discepolo non si parla più fino all’Ultima cena quando Gesù dichiara che tra i dodici c’è anche un traditore. Chi lo scopre? Chi sa riconoscere chi sta dalla parte di Gesù e chi invece contro di Lui? Non Pietro, ma il discepolo senza nome che reclina il capo sul petto del Signore (Gv 13,23-26).

Durante la passione Pietro, poi, si ferma e rinnega il Maestro. Il discepolo senza nome ha il coraggio di seguirlo, entra nella casa del sommo sacerdote e sta vicino a Gesù durante il processo (Gv 18,15-27).

Sul Calvario Pietro non c’è, è scappato. Il discepolo che Gesù ama invece no, è con il Maestro ai piedi della croce con la Madre di Lui.

Poi viene il brano di oggi in cui Pietro è nuovamente battuto sia sulla corsa materiale che in quella spirituale – come tra poco vedremo.

Sul mare di Tiberiade, poi, sarà ancora questo discepolo a riconoscere il Risorto nell’uomo che si trova sulla riva. Pietro se ne renderà conto solo più tardi.

Infine, quando sarà invitato da Gesù a seguirlo, Pietro non avrà il coraggio di farlo da solo, sentirà il bisogno di avere al suo fianco “il discepolo che Gesù amava” (Gv 21,20-25).

Chi rappresenta, dunque, questo discepolo senza nome?

Rappresenta il vero discepolo, l’autentico discepolo, quello che appena incontra Gesù non ha esitazioni, lo segue immediatamente, lo vuole conoscere, dimentica anche di dormire pur di stare con Lui. Lo conosce al punto da scoprire subito chi sono i suoi amici e quali i nemici. Lo segue anche quando è necessario donare la vita.

Non ha nome perché ciascuno di noi è invitato a inserire il proprio nome in quel nome.

E così stamane vediamo questa coppia di discepoli – Pietro e l’altro discepolo – che corrono al sepolcro insieme. Vediamo quella che dovrebbe essere la nostra corsa, stamane, con Pietro verso il sepolcro vuoto.

Il discepolo senza nome vi giunge per primo, si china, vede le bende per terra, non entra. Giunge anche Simon Pietro che entra, vede le bende per terra e il sudario che era stato posto sul capo di Gesù, non per terra con le bende, ma arrotolato in un luogo a parte.

Non c’è nulla di miracoloso, nessuna apparizione di angeli. Si vedono in questa scena solo i segni della morte. Forse i due discepoli hanno una intuizione che già Giovanni Crisostomo aveva avuto: “Chiunque avesse portato via il corpo, non lo avrebbe prima spogliato, né si sarebbe preso il disturbo di rimuovere e di arrotolare il sudario e di lasciarlo in un luogo a parte”. Il cadavere non è dunque stato rubato.

Pietro si ferma. Attonito e stupefatto constata ma non riesce ad andare oltre. I suoi pensieri si bloccano davanti all’evidenza della morte.

Il discepolo senza nome invece fa un passo in avanti: vede e comincia a credere (v.8). È il momento culminante del suo cammino verso la fede nel Signore risorto. Di fronte ai segni della morte (la tomba, le bende, il sudario …) egli comincia a percepire la vittoria della vita.

C’è una annotazione che accomuna i due discepoli: “Non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti” (v.9). Sembra illogica, almeno per quanto riguarda il discepolo senza nome. Ma a questo punto l’evangelista Giovanni non sta redigendo una cronaca dei fatti, ma sta indicando ai cristiani delle sue comunità l’itinerario attraverso il quale si giunge alla fede.

Si parte dai segni – quelli documentati dai Vangeli (Gv 20,30-31) – che però rimangono misteriosi e incomprensibili se non ci si lascia guidare dalla Parola di Dio contenuta nelle Sacre Scritture. Sono queste che spalancano la mente e il cuore e danno l’illuminazione interiore che svela il Risorto. Il discepolo autentico non ha bisogno di altre prove, non ha necessità delle verifiche che esigerà Tommaso.

Gesù ha detto ai discepoli: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Chi ancora non crede considera una assurdità, una follia il dono gratuito della vita, perché dietro a questo dono vede solo i segni della morte. Alla luce della Pasqua, invece, il discepolo autentico “comincia a capire” che la vita donata per i fratelli introduce nella beatitudine di Dio.

L’episodio si conclude con il versetto che dice che i due discepoli “se ne tornarono di nuovo a casa” – quasi come se tutto fosse tornato come prima … Ma non è così. I due hanno conosciuto Gesù, hanno verificato gli stessi fatti e visto gli stessi segni. Riprendono la vita di ogni giorno, ma uno continua scoraggiato e deluso, l’altro è guidato da una nuova luce e sorretto da una nuova speranza.

È la speranza che la Chiesa annuncia e celebra in questo giorno di Pasqua, è la speranza che con le apparizioni del Risorto ai suoi discepoli dopo quel mattino di Pasqua è divenuta certezza, è la pietra sulla quale poggiamo la nostra fede.

Ora, noi, accomunati alla morte e risurrezione di Cristo grazie al battesimo, siamo chiamati a continuare a trasmettere la speranza della risurrezione, ad annunciare al popolo e a testimoniare che Gesù è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A credere e ad invitare tutti a credere perché “chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome”.

Cari fratelli e sorelle, con la fede del discepolo amato accogliamo l’invito dell’Apostolo Paolo ai cristiani di Colossi: cerchiamo continuamente le cose di lassù e mentre pensiamo a dove si trova Cristo nella gloria continuiamo a camminare nella storia fintanto che anche noi appariremo con Lui nella gloria. Buona Pasqua a tutti!

+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina