Genazzano, Santuario della Madonna del Buon Consiglio, sabato 25 aprile 2026
Signor Sindaco, illustri autorità, carissimo Mons. Angelo Massafra, Arcivescovo emerito di Scutari-Pult in Albania, caro Padre Ludovico, fratelli e sorelle!
Con gioia ci ritroviamo qui, nel Santuario della Madre del Buon Consiglio, per rendere grazie a Dio per il dono della venuta della venerata e prodigiosa immagine di Maria, la Madre di Gesù, che secondo la tradizione giunse tra noi provenendo dall’Albania il 25 aprile 1467, e che, in unione con l’Arcidiocesi di Scutari, celebriamo in modo particolare in questo anno in cui l’Albania ricorda il 130° anniversario della proclamazione della Madre del Buon Consiglio a Patrona di quella nazione e anche noi, grazie all’invito dell’Arcivescovo di Scutari, Mons. Giovanni Peragine, quest’anno potremo lucrare l’indulgenza giubilare qui, in questo Santuario a Lei dedicato.
Ci ritroviamo insieme intorno all’altare quando ormai siamo entrati con la liturgia nella IV Domenica di Pasqua, detta comunemente del Buon Pastore. È la domenica dove in tutti e tre gli anni liturgici la Chiesa ci presenta Gesù come Buon Pastore e ci fa leggere parte del Capitolo 10 del Vangelo di Giovanni.
Presentandoci Gesù come Buon Pastore l’attenzione viene richiamata sulla differenza che c’è tra Lui e i cattivi pastori. Pastori, ai tempi di Gesù, venivano chiamati i re, i capi dei popoli e spesso ieri come oggi questi non si preoccupavano di portare le pecore deboli sulle loro spalle, di curarle, di portarle a buoni pascoli ma si preoccupavano di sfruttarle così come spesso i potenti della terra sfruttano i popoli loro affidati, come è accaduto in Albania, anche di recente, negli anni di un comunismo intollerante dei diritti umani e della libertà di religione. I cattivi pastori si preoccupavano di sfruttare le pecore: il loro latte, la loro lana, la loro carne e non certo di dare la vita per esse così come invece ha fatto Gesù, l’Emmanuele, il Dio con noi che incarnandosi nel grembo di Maria è entrato nella nostra storia, ha assunto la nostra natura mortale – tranne il peccato – è morto ed è risorto per noi assicurando a chi crederà in Lui, il perdono dei peccati e la vita eterna.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato – i primi dieci versetti del Capitolo 10 di Giovanni – ci presentano Gesù non direttamente come Pastore ma che si autodefinisce “Porta”.
Per comprendere cosa significhi e in che relazione sia questa immagine “Io sono la porta” con quella del Buon Pastore occorre ricordarci come fossero gli ovili ai tempi di Gesù.
Erano dei recinti circondati da mura di pietra sulle quali venivano posti fasci di spine o lasciati crescere rovi per impedire alle pecore di uscire e ai ladri di entrare. Erano recinti che potevano stare davanti a una casa o all’aperto, sul pendio di una montagna e in questo secondo caso venivano spesso usati da più pastori che vi introducevano le loro pecore durante la notte e uno vegliava mentre gli altri dormivano. E vegliando accoccolandosi sull’ingresso del recinto che non aveva porta, con un bastone in mano, e sbarrando così l’accesso diveniva lui direttamente porta dell’ovile. Poteva anche appisolarsi ma la sua presenza era sufficiente per dissuadere i predoni dall’accostarsi all’ovile e per impedire ai lupi di entrare nel recinto. Alle pecore si potevano avvicinare solo coloro che lui lasciava passare.
Al mattino, poi, quando ogni pastore si presentava per riprendersi le sue pecore, esse ne riconoscevano immediatamente il passo, la voce e subito si alzavano in piedi e lo seguivano, sicure di essere condotte in pascoli di erbe fresche e in oasi con acqua pura e abbondante. Lo seguivano perché si sentivano amate e protette, il pastore non le aveva mai deluse né tradite.
Partendo da questa immagine Gesù si presenta come il vero pastore che è diverso da “Chi non entra per il recinto delle pecore per la porta, ma vi si arrampica da un’altra parte, è un ladro e un brigante” mentre il vero pastore conosce le sue pecore una ad una, le chiama per nome, ha tanta tenerezza verso di loro.
È bello sapere che per Gesù non esistono masse anonime ma per Lui ciascuno di noi è originale, contiene pregi e debolezze, Lui le conosce e per tutti ha attenzione particolare a partire dai più deboli e fragili, prende gli agnellini sul petto e dà il passo – lento – per le pecore madri perché ne conosce la fatica. Capisce le loro difficoltà, non forza i tempi, non impone ritmi insostenibili, valuta la condizione di ognuno e la rispetta.
In contrapposizione a questo pastore compaiono i ladri e i briganti. Erano – come si è detto – i capi politici, le guide del popolo che cercavano solo i loro interessi, il loro obiettivo era quello di dominare le masse, sfruttare i popoli con i loro metodi violenti e menzogneri.
Non erano pastori autentici e per questo Gesù, un giorno, di fronte alle folle si commosse perché erano come pecore senza pastore, le condusse fuori, le fece adagiare sull’erba verde e distribuì loro il pane in abbondanza e l’alimento della sua Parola.
Gesù dunque è riconosciuto per la sua voce, la voce del Pastore che è ascoltata, riconosciuta e immediatamente distinta da quella degli estranei. Anche dopo la risurrezione Gesù sarà riconosciuto per la sua voce. Gli occhi dei discepoli, come ci ricordava il Vangelo dei discepoli di Emmaus, lo considereranno come un viandante; un fantasma; un pescatore; ma l’udito no, non poteva sbagliarsi, la sua voce era inconfondibile.
È la voce di Gesù che oggi continua a risuonare nitida e viva nella parola del Vangelo. È l’unica che al discepolo risulta familiare, le altre anche se si sovrappongono ad essa e a volte vorrebbero tacitarla risultano estranee a chi si vuol mettere alla sequela di Gesù.
Che è istruito dallo Spirito è in grado, anche in mezzo al frastuono di tante altre voci, di discernere quella del pastore e fugge quando ode i passi dei ladri e dei briganti, degli impostori che vengono solo per trascinarlo in cammini di morte.
Nella seconda parte del Vangelo, mentre nella prima Gesù si definiva “la porta delle pecore” ora si definisce soltanto come “la porta” ossia il guardiano che si posiziona sull’entrata della porta. La porta che lascia passare i padroni di casa e impedisce l’ingresso agli estranei. Gesù, in altre parole, è colui che decide chi può avere accesso alle pecore e chi deve stare lontano dal gregge. Può passare ed è riconosciuto come vero pastore, colui che ha assimilato i suoi stessi sentimenti e le sue medesime disposizioni nei confronti delle pecore, chi è disposto cioè a donare la vita come egli ha fatto. E si distingue da chi è ladro che, come ci descrive il versetto 10, ruba, uccide, distrugge. Tre verbi che riassumono le opere di morte. Chiunque si accosta all’uomo per togliergli la vita è “ladro”, sta dalla parte del maligno, è “figlio del diavolo” che “fu omicida fin dal principio” mentre invece, all’opposto, l’azione del pastore viene per portare vita e vita in abbondanza.
Attraverso la porta, poi, non passano solo i pastori ma anche le pecore che entrano ed escono. Come a dire: solo chi passa attraverso Gesù raggiunge pascoli ubertosi, trova il pane che sazia e l’acqua che zampilla per la vita eterna e ottiene la salvezza.
Gesù è una porta stretta poiché chiede la rinuncia a se stessi, l’amore disinteressato per gli altri, ma è l’unico che conduce alla vita; tutte le altre porte sono tranelli, trabocchetti che fanno precipitare in baratri di morte: “Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione e molti sono quelli che entrano per essa” (Mt 7,13).
Se tutto questo è ciò che ci ha detto di sé Gesù, Maria che stasera veneriamo con il bel titolo di Madre del Buon Consiglio possiamo dire che innanzitutto è Colei che ci insegna ad ascoltare ed accogliere la Parola di Dio.
Davanti all’annuncio dell’angelo ha detto un eccomi che deve divenire esemplare per noi. E così ha potuto generare al mondo Colui che è il vero e buon pastore, colui che è la porta e anche il pastore che sta sulla porta. E a noi, pecore di quell’unico Pastore ripete quanto disse ai servi di Cana: “Fate quello che egli vi dirà”. Se volete la gioia, se non volete cadere nelle mani dei tanti falsi pastori, delle tante false voci di libertà che invece intrappolano e tolgono la libertà, ascoltate la voce del mio Figlio morto e risorto per voi, una voce consolante, che ascolta e risponde a ciascuno senza confonderlo con altri, tenendo in conto le proprie potenzialità e fragilità. «Ascoltate e imitate il suo esempio di donazione totale e anche voi, pare dirci Maria, come ho fatto io che dopo il primo sì ho ripetuto il mio eccomi fin sotto la croce, nel cenacolo con gli apostoli quando risorse da morte, quando ha inviato lo Spirito Santo; ripetete il vostro sì alla voce di questo Pastore buono di cui sono Madre e come Lui che ha fatto la volontà del Padre, e come me che ho ascoltato la sua voce e l’ho seguita, anche voi lasciatevi condurre in pascoli buoni e di pace e fatevi a vostra volta pastori per quanti in questo mondo cercano pace, fraternità, vita, gioia!»
Che la Madre del Buon Consiglio sia per noi modello nel nostro cammino di pecore e di pastori ed interceda per noi affinché Lei, Madre del Buon Pastore, continui a nutrirci dandoci il cibo celeste; Gesù via, verità e vita. Che Lei ci difenda e assista affinché un giorno dopo aver seguito il buon pastore possiamo essere con Lei, nostra Madre, in Paradiso. Amen.
+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina







