Tivoli, Basilica Cattedrale di San Lorenzo Martire, Sabato 27 giugno 2026
Carissimi fratelli e sorelle,
la Chiesa di Tivoli e di Palestrina si appresta a ricevere un dono: il diaconato in vista del presbiterato di Paolo Cola, uno dei suoi figli che è stato chiamato a vivere il dono dello Spirito che ciascuno riceve grazie ai sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, ponendosi a servizio di Cristo e dei fratelli e delle sorelle in umanità tramite l’ordine sacro: stasera del diaconato e, speriamo presto, del presbiterato verso il quale la sua vita è orientata.
Paolo risponde così alla chiamata che ha ricevuto da Dio non solo e non tanto per lui, per la sua felicità ma anche e specialmente per la felicità di chi servirà, di quanti incontrerà nel cammino della sua vita e, configurato a Cristo servo mostrerà loro con la vita e con le parole che Cristo ci ama, sì, che “Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi – come ci dice l’apostolo Paolo nella seconda lettera ai Corinzi – diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9).
Per il sì di Paolo rendiamo innanzitutto grazie a Dio, ai suoi genitori che gli hanno trasmesso il prezioso dono della vita, alla sua comunità parrocchiale di San Gregorio da Sassola e poi alle comunità di Jenne e della Sacra Famiglia a Palestrina e infine, ma non da ultimo, alla comunità del Seminario Regionale di Anagni che lo hanno accompagnato fino a questo momento.
Vorrei ora rivolgermi innanzitutto a Paolo lasciando parlare a lui il Vangelo che abbiamo appena ascoltato, il Vangelo di questa domenica nel quale Gesù propone ai suoi discepoli alcune regole di vita.
La prima è: “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me e chi ama il figlio e la figlia più di me non è degno di me”.
Parole da comprendere e che richiamano quanto sentenziavano i rabbini ai tempi di Gesù che affermavano che in caso di conflitto tra l’obbedienza alla Torah e l’amore alla famiglia, la preferenza va data alla Torah, perché un amore famigliare che va contro la Torah, contro la Legge di Dio e la Parola di Dio, non può essere un amore vero. Il vero inizio della strada da prendere proviene dalla Torah, la quale è quindi di preferire anche all’amore verso il padre, la madre, il figlio, la figlia …
La grande novità del Vangelo consiste però nel fatto che Gesù sostituisce la Torah con se stesso: egli stesso è la vera legge di Dio, è la Parola incarnata di Dio! Quindi, in caso di conflitto, la preferenza è sempre da dare all’amore di Cristo, alla sua chiamata. In fondo questa tensione l’hai sentita anche tu, caro Paolo, quando ha dovuto decidere di lasciare la tua famiglia per seguire la chiamata del Signore. Ma questo dare la preferenza a Lui non vuol dire distruggere la famiglia, i legami famigliari, bensì è il contrario perché dal Signore, da come Lui ci ama e ci insegna ad amare impariamo anche ad amare i nostri familiari e ad allargare le nostre famiglie. Come sarebbe riduttivo se un diacono o un prete pensasse soltanto alla sua famiglia e si chiudesse in un amore stretto, restringente in un rapporto piccolo e che gli impedisca di andare ovunque Dio lo chiami e lo mandi per allargare le sue relazioni, la propria famiglia che da oggi in poi, caro Paolo, sarà costituita da tutti coloro che incontrerai e necessiteranno della tua paternità di uomo configurato a Cristo che non è venuto per essere servito ma per servire fino a dare la propria vita per noi sulla croce.
Caro Paolo, “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me e chi ama il figlio e la figlia più di me non è degno di me”. Con queste parole Gesù chiede a tutti i suoi discepoli di aprirsi a legami di amore grandi, a quei legami di amore che proprio perché fondati su quella nuova Legge che è Gesù fondano la grande famiglia dei figli di Dio, fondano la Chiesa della quale stasera divieni ministro ordinato affinché tramite il tuo servizio molti possano fondare la propria vita su Gesù, metterlo al centro e vivere quei legami di famigliarità che è chiamata a vivere ogni comunità cristiana, ogni Chiesa diocesana, tutta la Chiesa sparsa nel mondo!
C’è poi, nel Vangelo di stasera, un’altra parola che Gesù consegna a te e a tutti i suoi discepoli: “Chi avrà trovato la sua vita la perderà e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà”.
Caro Paolo: chi cerca solo se stesso, ricordati sempre che è destinato a perdersi. È solo uscendo da noi stessi che possiamo trovare la vita vera.
È la regola dell’amore. L’amore è proprio questo uscire da se stessi, il non chiudersi in se stessi bensì è lasciare se stessi per donarsi.
Gesù, stasera, ti affida dunque quella che è la regola fondamentale della vita: l’amore. E l’amore è accettare di perdersi per trovarsi. È questo il segreto per giungere alla vita eterna. Caro Paolo: ama, perditi per gli altri e allora proverai quanto assicura il Signore: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35).
È da leggere in questo senso anche quanto il Signore ha detto: “Chi non prende la sua croce e mi segue non è degno di me”. Gesù dice chiaramente che egli, il Cristo, è anche il Crocifisso e che questo amore preferenziale per Lui è anche accettazione della Croce.
La croce che non è da vedere come crudele strumento di morte ma come l’espressione massima dell’autodonazione di Dio. L’espressione massima del più grande amore possibile. Quindi, prendere la croce su di sé vuol dire seguire questa regola fondamentale: la regola del darsi, la regola del donarsi! È, questa, la regola dell’amore, è la regola della vita realizzata e concretizzata da Dio stesso nel suo Figlio morto per noi, donatosi a noi. E proprio così diventiamo figli di Dio, immagine di Dio: prendendo su di noi la croce come Cristo, cioè accettando di uscire da noi stessi per amare e per vivere la vita vera.
Gesù poi aggiunge un altro particolare. Non dice soltanto che chi si perde si trova e chi si conserva si perde. Non dice solo “chi si perde” ma aggiunge: “per causa mia”, “Chi si perde per causa mia” troverà la vita!
Quante persone oggi si perdono. Ma si perdono seguendo vie che non portano a trovare la vita ma appunto, la perdizione. Noi, discepoli del Signore, Tu caro Paolo, perdiamoci sempre “per causa sua”. Solo perdendoci, solo dandoci totalmente a Colui che è la vita vera e il vero bene, la felicità, cioè Dio, troviamo l’amore vero. Perdiamoci nel grande spazio dell’amore di Cristo, viviamo seguendo la regola del dono di noi stessi così come Dio si è donato a noi e raggiungeremo la vera felicità, la vera vita!
Rispondere ad una specifica chiamata, ad una specifica vocazione come è la tua, caro Paolo, significa vivere la chiamata ricevuta già nel momento del Battesimo che è morte, è perdersi, è purificazione nella morte di Cristo, è entrare nel mistero di Cristo e perdersi con Cristo, per Cristo e in Cristo, e così diventare una vita nuova. È entrare nella logica che l’Apostolo Paolo descrive così ai cristiani della Galazia: “Vivo ma non vivo più io, vive Cristo in me” (cfr Gal 2,20). L’Apostolo Paolo descrive così la sua conversione: perdendo tutta la vita passata, il suo proprio io, entrando in questa comunione dei morti con Cristo, Paolo vive e trova la vita vera in questo nuovo io, universalizzato nella comunione con Cristo.
Tra poco ti stenderai a terra. Mi piace leggere questa prostrazione come una tua nuova immersione nell’acqua del Battesimo per morire a te stesso e rialzarti, risorgere con Cristo per donarti a tutti. Il Battesimo che non si può certo ripetere è però proprio questo mistero che ti invito a non dimenticare mai: perditi nella morte di Cristo, perdi te stesso immergendoti in Lui e risorgi con Lui a una vita nuova, a una vita donata, a una vita che sia sempre e ovunque servizio, amore donato, ascolto dell’altro a partire dai più poveri. Lasciati sempre plasmare dalla Croce che è autodonazione di sé.
Ed infine, tra le diverse dimensioni che riguardano l’apostolato e che il Vangelo ci propone, vorrei consegnartene una in particolare: sii ospitale con i profeti – ci dice il Vangelo – ossia con i predicatori del Vangelo, direi io con i tuoi confratelli e con i tuoi fratelli di fede, con i giusti e con i piccoli.
Oggi più che mai la Chiesa, la parrocchia, ha necessità di ritrovare la dimensione della comunità, della famiglia. Ne hanno necessità i bambini, i giovani, le famiglie stesse, gli anziani, i soli, gli ammalati. Sii creatore, costruttore di comunità dove l’amore abbia sempre la meglio, dove la carità sia la legge suprema. Certamente l’amore cristiano è universale, è per tutti, ma ricordati sempre di avere una preferenza per i piccoli. Nel capitolo 25 di Matteo Gesù ci dice “Quanto avete fatto a uno di questi piccoli lo avete fatto a me” ci vuol dire che i piccoli sono i fratelli di Gesù e che, pur nell’universalità dell’amore, esiste tuttavia un obbligo particolare: essere aperti soprattutto ai familiari, ai fratelli di fede.
Caro Paolo, diventi diacono e a Dio piacendo tra pochi mesi diventerai prete in un’epoca dove la Chiesa soffre e ha problemi per la sua missione. Vive in un mondo che sospetta del suo operato. Ebbene questa ospitalità, questa familiarità tra i cristiani come espressione del nostro essere famiglia di Cristo, diventa necessaria nelle occasioni che il Signore ci offre.
Caro Paolo, conformato a Cristo servo, sii sempre immagine viva del Suo amore. A tutti fai sperimentare come per il Battesimo tutti siamo fratelli e sorelle, famiglia di Dio che amandosi sinceramente e di vero cuore, esercitando vicendevolmente l’ospitalità e la carità diventa per il mondo immagine viva ed eloquente dell’amore di Dio. Amen.
+ Mauro Parmeggiani
Vescovo di Tivoli e di Palestrina











